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Archivio per la categoria ‘america’

R.W. Emerson, Teologia e natura

30 giugno, 2010 1 commento

Teologia e naturaDopo tanto, rieccomi sul blog in italiano—troppo a lungo trascurato, sebbene mai dimenticato—per proporre una di quelle letture che mi sono più care: una riedizione di Emerson in italiano, recensita su Avvenire qualche giorno fa da Roberto Mussapi (Teologia e natura, Marietti, 2010, di cui io posseggo la prima edizione, del 1991). Riproduco qui di seguito la recensione e raccomando vivamente, oltre alla lettura della medesima, quella del prezioso volumetto. Una maniera fantastica per celebrare l’estate, le vacanze e, appunto, la natura. Grazie ad Angelo Bottone per avermi segnalato (per email)  l’articolo.

…………

Emerson il poeta salva il «teologo»

Lo scrittore americano dell’Ottocento legge la natura come una manifestazione dell’anima universale E così il punto di vista artistico diventa mistico

di ROBERTO MUSSAPI (Avvenire, 19.06.2010)

«Sono nato poeta. Poeta di terz’ordine, senza dubbio, ma poeta. Questa è la mia natura e la mia vo cazione. Il mio canto, non c’è dubbio, è rauco, e per la maggior parte in prosa. Tuttavia sono poe ta, nel senso che percepisco e amo le armonie che sono nell’anima e le armonie che sono nella materia e specialmente le corrispondenze tra queste e quelle». Nato a Boston nel 1803, morto nel 1882, Ralph Waldo Emerson è uno dei grandi fondatori della letteratura e del pensiero americani. Il suo saggio fondamentale, Natura, esce nel mitico quinquennio in cui esplode in forma piena la nuova letteratura americana: tra il 1850 e il 1855 vedevano la luce Moby-Dick di Melville, i capolavori di Thoreau, Hawthorne, il mitico Foglie d’erba, grande libro di Walt Whitman che fonda la poesia americana, e appunto i saggi di Ralph Waldo Emerson. Che non solo sono fondamentali come alimento della poesia di Whitman, ma mettono in azione e in scena la poesia come forza motrice dell’universo letterario.

Emerson sa di essere, in senso stretto, poeta di terz’ordine, come i suoi peraltro pochi versi dimostrano. Ma sa di essere poeta in toto, in quanto fonda il suo pensiero sulla poesia come forza simbolica al centro dell’essere. Quando pubblicai un’ampia scelta dei suoi saggi nel 1989 in un Oscar Mondadori (un’edizione mirata a un pubblico vasto), speravo che la centralità della sua esperienza si imponesse nell’elaborazione poetica e in genere culturale italiana. Ciò non avvenne, ma la crescente attenzione alla sua opera sembra dimostrare che bisogna avere pazienza.

Una raccolta di saggi appena uscita, Teologia e natura, a cura di Pier Cesare Bori (traduzione di Massimo Lollini), attesta che Emerson sta entrando nel nostro mondo. L’elemento fondamentale dell’opera di Emerson è la continua attenzione alle relazioni, a ciò che lega tutte le parti della realtà. Per ottenere tale visione profonda, Emerson postulò uno «sguardo obliquo», o «in direzione », consistente nel guardare le cose «con l’angolo meno usato dell’occhio… Non apprendiamo niente esattamente finché non apprendiamo il carattere simbolico della vita». L’aggettivo «trascendentale» coniato da Emerson indica la parola capace di cogliere la natura simbolica della cosa, in tal modo riunificandola ulteriormente all’anima di cui la cosa è simbolo.

Splendida la metafora della vita come «un cerchio il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo» che pare desunta dall’osservazione del miracoloso crearsi e svanire della forma quando si lancia un sasso in un’acqua ferma. Circolarità, natura come manifestazione dell’anima universale, le due polarità che reg­gono il mondo, di cui l’interprete eletto è il poeta. Non necessariamente o meglio non esclusivamente il grande poeta, ma l’uomo che osserva la realtà dal punto di vista della poesia. Visione poetica del mondo che è anche visione mistica.

I grandi temi del pensiero, della natura, della storia, del mito, della morale sono rivisitati in un excursus straordinario che – parafrasando l’autore – scorre perennemente davanti alla Sfinge: Platone e Socrate, Buddha e Shakespeare, Coleridge e Swedenborg, i sapienti dell’umanità sfilano davanti alla statua dell’enigma. È un superamento del pensiero filosofico in senso stretto, nel recupero, accanto ai filosofi, del pensiero lontano, orientale e antico, di quell’originario e generante stupore. Ora nello scritto illuminante che accompagna la felice e necessaria scelta di saggi emersoniana, Bori indica addirittura un superamento del pensiero teologico dal quale, come egli dimostra, Emerson in parte sostanziosa discende. Al magistero di quelli che definisce ebrei e greci, intendendo l’Antico e il Nuovo Testamento, Emerson accosta la parola della natura stessa e la lettura di altre grandi religioni.

Non un generoso eclettismo, prosegue Bori, ma uno smarginamento e una discesa verso il fondo del pensiero biblico. Che non è ridimensionato ma come liberato al suo brivido germinale e al suo divenire. Emerson esce dalla teologia grazie all’idea di essere poeta. Un poeta scadente per i suoi versi, un vero poeta perché mette al centro di filosofia e teologia la voce profetica e visionaria che le originarono e ancora le ispirano.

Ralph Waldo Emerson
TEOLOGIA E NATURA
Marietti. Pagine 208. Euro 12 ,00

Indovina chi è

7 ottobre, 2009 Lascia un commento

il miglior community organizer della Destra …

Andrea Mancia segnala questo articolo del direttore di National Review, Rich Lowry, e fornisce anche latraduzione italiana di un passaggio molto significativo. Questo:

Al Saturday Night Live hanno preso in giro il presidente Barack Obama per non essere ancora riuscito a concludere nulla. Si tratta di una critica ingiusta, perché in realtà Obama ha fatto moltissimo. In nove mesi ha resuscitato il partito repubblicano, eccitato i pro-lifers, distrutto la reputazione della regulation, rafforzato i valori tradizionali, aumentato la voglia di maggiori restrizioni all’immigrazione e spinto gli elettori indipendenti verso destra (…) Forse non era proprio quello che aveva in mente, quando lasciava intendere che avrebbe voluto essere un nuovo Reagan. Ma, per ora, e proprio lui il miglior community organizer della Destra.

Ne ho tratto un post in inglese, ma approfittare della traduzione mi sembra doveroso. Niente male, davvero, quel Lowry.

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L’American Dream fa proseliti …

14 novembre, 2008 2 commenti

“E adesso ci deluda pure, Obama. Quando era stata l’ ultima volta che qualcuno ci aveva illusi?” ha scritto Adriano Sofri su Repubblica (via Luca) qualche giorno fa. Questo è più o meno, direi, ciò che pensano di Barack Obama quelli della sinistra europea.

“C’ è una lezione,” scrive Sofri,

nel fatto che i tre personaggi contemporanei che hanno trattato con più confidenza il sogno avevano un’ ascendenza africana: Martin Luther King, Nelson Mandela e ora Barack Obama.

Obama non è forse il sogno di Martin Luther King realizzato? Beh, forse più pragmaticamente, come argomenta Sofri, Obama è l’uomo che

descrive l’ America come un grande sogno per azioni, in cui ciascuno abbia la parte che gli spetta. Nei suoi discorsi migliori, la redistribuzione del sogno americano assieme alla redistribuzione del reddito.

Di qui la sua straripante vittoria. Io vorrei solo fare una domanda a Sofri e agli altri liberals europei: Se Obama ce la fa, voi siete pronti a convertirvi al Sogno Americano?

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Oh, America!

18 ottobre, 2007 4 commenti

Niente di più ovvio: il mensile americano Atlantic Monthly chiede a romanzieri, politici e artisti di raccontare l’“idea americana?” Bene, Il Foglio ripropone in traduzione italiana la risposta di Tom Wolfe. E ha fatto benissimo, perché l’esercitazione storico-letteraria è magnificamente riuscita sotto molti punti di vista: è divertente, icastica e colorita come ci si può aspettare dallo scrittore che ha inventato l’espressione “radical chic,” e dunque non è per niente “accademica” pur sfornando informazioni preziose e non esattamente alla portata di tutti.

Wolfe racconta una storia americana che ha la sua parte di bizzarria, quella del “metodo Pell-Mell,” che sta a indicare una confusione e un disordine pazzeschi, ma da cui si sprigiona un’energia e una creatività che hanno fatto l’America.

Sarà pure un affresco che parla di gente alla carica “come galline con il collo tagliato,” ma questo è il metodo che in Oklahoma, nel 1889, ha dato per la prima volta nella storia l’opportunità a dei poveracci di diventare proprietari terrieri, così, «gratis et amore», come il Manzoni fa dire a quell’altro disperato—ma pieno di buona volontà, forza d’animo e giuste ambizioni—di Renzo Tramaglino,

metodo gloriosamente Pell-Mell! Chi primo arriva meglio alloggia!160 acri per ogni appezzamento, ed erano tuoi, gratis! Al tempo della prima corsa alla terra dell’Oklahoma, nel 1889, ci fu davvero un Pell-Mell, nel senso più letterale del termine, una corsa confusa, disordinata e a precipizio. La gente si allineava sul confine del territorio e, al colpo di una pistola, si metteva a correre verso una parte di terreno libero. Gli europei la consideravano un’altra follia di… questi americani… che sperperavano un immenso patrimonio nazionale in questo modo infantile per una massa casuale di signor nessuno. Non riuscivano a immaginare la possibilità che, al contrario, si sarebbe potuto dimostrare un modo notevolmente stabile di sistemare il West, di trasformare i coloni in proprietari che avevano molto da guadagnare rendendo produttiva la terra… o che avrebbe potuto portare, come sostiene lo storico inglese Paul Johnson, “all’immenso beneficio di un libero mercato della terra, cosa che non era mai successa prima, nel mondo intero”.

E chi ha inventato questa cosa? Uno di quei “selvaggi” che facevano inorridire l’intero corpo diplomatico europeo di stanza a Washington? Macché, è stato il proprietario di una quantità di terre praticamente indecente, e per di più coltissimo—latino, francese e greco come niente—e sofisticato, urbano e cosmopolita—già ambasciatore in Francia, alla corte di Luigi XVI!—tanto che nessuno, proprio nessuno poteva liquidarlo come uno di… “quei selvaggi.” Capito di chi stiamo parlando? Ma sì, è lui, il forgiatore dell’America, delle libertà americane, della democrazia americana (“garantita a prova di stupido”): il vecchio Thomas Jefferson in persona.

A fare per primo le spese della geniale invenzione furono nientemeno che l’ambasciatore di Sua Maestà Britannica e la sua signora, praticamente lasciati … con il sedere per terra nel corso di ricevimenti ufficiali dove vigeva la regola aurea del “chi primo arriva meglio alloggia.” Perché in America non c’era (non c’è) aristocrazia che tiene—oggi diremmo che non c’è spazio per alcuna “casta”—e che ognuno si conquisti il posto con il “metodo gloriosamente Pell-Mell.”

C’è altro? Ma sì, c’è molto altro, perciò leggiamo, leggiamo e apprendiamo. Poi, se vi viene da sospirare, sospirate, ma non intristitevi: questa è anche la nostra America, la patria ideale che nessuno potrà mai toglierci.

Vincere la guerra e perdere la pace

24 maggio, 2007 Lascia un commento

Il Corriere ripropone in traduzione italiana un articolo di Christopher Hitchens per il New York Times. La riflessione è ispirata dal libro di Ali Allawi, The Occupation of Iraq: Winning the War, Losing the Peace (L’occu­pazione dell’Iraq: vincere la guerra, perdere la pace), che è “scritto con la mente e con il cuore” e “merita tutta l’atten­zione e i numerosi riconoscimenti che gli sono stati tributati.” Il succo del discorso è che

intervento o non intervento, l’Iraq era co­munque predestinato a essere travolto dal caos. Questa tesi è corroborata da un’al­tra constatazione, e cioè che lo sgretola­mento politico avanzava già con prepo­tenza nel decennio precedente il 2003. Di nuovo, la sobria analisi di Allawi, basata su prove accurate, contribuisce ad aggra­vare uno scenario in sé già assai fosco.

La politica americana non poteva resta­re indifferente davanti a tutta questa soffe­renza, miseria e demagogia, se non altro perché l’intero contesto iracheno era stato plasmato da due decisioni americane. La prima, di lasciare Saddam al potere dopo il ’91 e restare a guardare mentre massa­crava sciiti e curdi, un’azione che Allawi definisce giustamente «imperdonabile». La seconda, di imporre sanzioni, le quali, per la loro eccessiva durata, hanno recato danni peggiori a una società già duramen­te travagliata che non al suo governo spietato e corrotto.

Nessuno meglio di me è al corrente di tutti i fallimenti della nostra politica dopo-invasione, e potrei aggiungere anche al­tre osservazioni in base alla mia esperien­za. Ma ho sempre sentito profondamente che l’Iraq è nostra responsabilità in un mo­do o nell’altro, e che rinunciare all’inter­vento o rimandarlo avrebbe significato so­lo essere costretti ad agire successivamen­te, in condizioni forse più spaventose e pe­ricolose di quelle che ci sono diventate fa­miliari. Non so se Allawi sarebbe d’accor­do con la mia valutazione, ma il suo libro, lucido e coinvolgente, presenta argomenti che sarebbe molto difficile contestare.

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E Ferrara ruppe l’incantesimo

18 aprile, 2007 10 commenti

Nuova strage, stesse facce attonite, stessi commenti. Inevitabile, ma frustrante e persino insopportabile, perché, come ricorda Giuliano Ferrara sul Foglio citando Kurt Vonnegut, “dopo una strage non c’è niente di intelligente da dire.”

La citazione, invero, sarebbe un ottimo incipit per un editoriale o un post che si chiudessero un attimo dopo, con l’aggiunta soltanto di un «quindi» seguito da poche, imbarazzate parole di commiato. Ferrara, però, ha scelto diversamente, e così mi regolerò anch’io, anche se con motivazioni diverse. Quella del direttore del Foglio è che “qualcosa di intelligente forse era stato detto prima.” Da Cormack McCarthy, vincitore del Pulitzer per il suo romanzo sull’Apocalisse, The Road,

racconto minerale, d’alluminio e scarti di mondo, viaggio di redenzione di un padre e di un figlio verso l’oceano dell’ovest, contro il cielo grigio di cenere, tra i resti dell’umanità e della sua merce, quando tutto era ormai finito e il nulla si era rivelato perché nell’amore paterno si conoscesse, forse, il nome di Dio o l’immagine vera dell’uomo.

“Vogliamo lasciarci sfiorare dal dubbio?”—domanda Giuliano Ferrara. Certo, ci mancherebbe, intanto però registriamo che il direttore si è sbilanciato non poco, essendosi fatto saldamente afferrare da quel “dubbio apocalittico” dal quale invita i lettori a lasciarsi appena sfiorare. Ci vuole coraggio e faccia tosta di questi tempi. Significa mettersi contro un po’ tutti, forse pure i preti, i monaci e le suore, o almeno buona parte di costoro, dal momento che ben di rado risuona nelle chiese e nei chiostri l’invito a “prepararsi” all’Evento. E pensare che i primi cristiani pensavano fosse molto, molto imminente. Poi, con lo scorrere dei secoli si è realizzato che avevamo ancora tempo …, e si è finito col considerare la cosa talmente remota da rendere perfino imbarazzante qualsiasi riferimento esplicito che non fosse, per così dire, puramente teorico. Per sublime ironia della sorte, a rompere l’incantesimo è un ateo dichiarato, ancorché «devoto».

Già martedì sera, a Otto e mezzo, in una puntata catastrofica quanto alla scelta degli ospiti—del tutto inadeguata alle intenzioni del conduttore—, Ferrara aveva posto la questione, ma nessuno ha raccolto il guanto. Anche perché, forse, la provocazione è stata un po’ improvvisata e (quindi) maldestra. Il fatto è che ‘sti atei, per quanto volenterosi, non hanno esperienza di certe cose, non hanno, diciamo, il tatto e la … prudenza che ci vorrebbe. Oh che ti pare che tu puoi parlare del diavolaccio come niente? E come la mettiamo con tutte le confraternite e le obbedienze che ci sono, filosofiche o materialone che siano, che come metti fuori il naso ti passano per le armi—metaforicamente parlando—e ti trascinano sulla pubblica piazza come un reprobo, un malato di mente o peggio?

Per sua fortuna il direttore ha pensato bene di affidarsi anche “alla competenza postuma e asettica del professore di sociologia e criminologia,” che nel caso specifico è James Alan Fox, autore di The Will to Kill, che sul Los Angeles Times ha usato argomentazioni ben più ortodosse:

Dice che sono dei frustrati, quelli che uccidono “senza senso”; aggiunge che sono dei piagnoni, che attribuiscono agli altri i loro fallimenti; che non hanno sostegno emozionale da famiglia e amici; che si imbattono in un avvenimento personale da loro giudicato catastrofico; infine, si dotano con facilità di armi letali. C’è meno compassione in America, è la sua diagnosi per un moltiplicarsi fatale delle stragi senza senso negli ultimi trent’anni, e troppa competizione tra gli umani. Troppi divorzi e poca frequentazione delle chiese, nell’eclissi della comunità tradizionale, insomma un feroce e atroce isolamento che è il prezzo da pagare alla società aperta. Ma il punto vero è in questa domanda del professor Fox, e nella sua risposta disperatamente e politicamente corretta: vero, dice il prof., negli ultimi ventisei anni il numero delle stragi prive di significato è aumentato come mai prima nella storia dei millenni, ma forse possiamo pensare che l’umanità è diventata più cattiva, che gli uomini sono assetati di sangue come mai prima d’ora? Of course not, è la risposta, naturalmente no.

Chiaramente, però, Ferrara non è d’accordo (io, invece, lo sono abbastanza):

Obiezione: perché no? Non guardate la cattiveria, che c’è sempre stata, guardate il suo essere meaningless, senza senso.

Ora, a me l’obiezione sembra deboluccia: una cattiveria senza senso? Ma è un ossimoro! O è cattiveria o è senza senso, se è l’una cosa non può essere l’altra. Se è meaningless è pazzia e basta, nel caso specifico la follia dei piagnoni di cui parla il professore, se invece un senso ce l’ha, allora è qualcos’altro, è il Male. Anche se indubbiamente tra le due fattispecie c’è una certa contiguità: chi uccide per avidità non è «un pazzo», ma è sicuramente «uno stolto», cioè un pazzo la cui cura non spetta alla Psichiatria, bensì alla Saggezza, cioè alle religioni, alle fedi, al misticismo. Le azioni possono, cioè, apparire sensate ma non esserlo veramente (=secondo Verità). Questione di punti di vista. Con la stessa logica, però, bisogna riconoscere che anche una cattiveria senza senso può avere un senso: ciò che può sembrare folle può essere in realtà semplicemente malvagio (cioè folle, ma in quell’altro senso), e dunque opera del Maligno. Nel caso di Cho Seung Hui di cosa si trattava? Vai a saperlo!

Ma Ferrara si riscatta alla grande con la chiusa dell’editoriale:

E domandatevi se questa eclissi dei significati non sia il tratto caratteristico della più moderna tra le società umane, quella società americana che produce con sempre maggiore regolarità sparatorie e racconti apocalittici, dolori e lutti collettivi, frustrazione e ricerca.

E’ la prima volta, se non sbaglio, che il direttore del Foglio fa una “bassa insinuazione” sull’America, sul suo «tratto caratteristico». Non potrei essere più d’accordo. Questa eclissi dei significati è esattamente la ragione per la quale, come mi è già capitato di scrivere, a giudicare dai risultati, non credo che la religione della Right Nation sia poi tanto migliore della nostra. Perché il «senso» non difetta soltanto nella testa di quelli come Cho Seung Hui: solo un’intera società (o civiltà) può produrre simili mostri. E l’America, la Bella, l’Amata, può avere mille ragioni e innumerevoli meriti, ma non è il Bene. Anch’essa ha bisogno di essere redenta, più o meno come la vecchia e disillusa Europa. Con la differenza che il fattore età rende le cose un po’ meno complicate a loro e un po’ di più a noi. Ma di questi tempi non è il caso di coltivare insane rivalità. Con gli eventi che secondo alcuni si preparano, poi, sarebbe proprio il caso di unire le forze, di fare, se mi si passa l’espressione, un bagno di umiltà transcontinentale …

Penn e la sacralità del governo

William Penn fu il fondatore e colui che dette il nome allo Stato di Pennsylvania. Fu un quacchero che in un saggio del 1681, “The holy Experiment,” in cui diede norme e regole al popolo del nuovo stato, descrisse il governo come “parte della religione stessa, qualcosa che è sacro nella sua fondazione e nei suoi fini” e che ha come scopo supremo “mantenere il potere nel rispetto del popolo e assicurare il popolo dall’abuso del potere.”

Sul Foglio di oggi, un intellettuale radicale, Angiolo Bandinelli, gli rende omaggio. Ecco il testo integrale dell’articolo (lettura consigliatissima):

William Penn. Chi era costui? Quanti se lo chiederanno, come don Abbondio per Carneade? Non molti, crediamo. Si sa, l’Italia è un po’ un’isola, chiusa a quanto venga da fuori. Figurarsi poi se si tratta di un quacchero! E invece il quacchero William Penn fu un’eccezionale figura di leader religioso e di scrittore politico. E’ celebre per aver fondato e dato il nome allo Stato di Pennsylvania. Di lui so qualcosa perché ogni volta che sono a Londra alloggio in una pensione gestita dai suoi confratelli, “The Penn Club”, con una buona biblioteca sul loro movimento. Si trova tra Bloomsbury Square, il British Museum e le Courtauld Galleries. A due passi c’è il Russell Hotel, dove soggiornai nel 1962 quando partecipai, dietro a Marco Pannella, alla costituzione della prima Internazionale contro la guerra. All’incontro c’erano A. J. Muste, il leader nero (e omosessuale) che precedette Luther King, Grigori Lambrakis, il deputato greco ucciso dai colonnelli e che ispirò poi “Z”, il film di Costa-Gavras, e il reverendo Collins, Dean della cattedrale di St. Paul, la cui moglie si mostrò molto languida verso Marco. La pensione è frequentata da attempate vergini, da reverendi e pastori coi sandali francescani su calzini di lana grossa, da utopisti stravaganti e globetrotters solitari, tutti probabilmente sospettosi verso il sesso. Niente alcolici, ma la colazione di uova fritte, pancetta, pomodori e fagioli rossi, è ottima. Nell’atrio è in bella vista una splendida citazione di Penn, tratta dal saggio “The holy Experiment” (1681), che dà norme e regole al popolo del nuovo stato d’oltreatlantico: “Il governo è parte della religione stessa, qualcosa che è sacro (‘sacred’) nella sua fondazione e nei suoi fini”… “noi abbiamo concepito e composto al nostro meglio la cornice e le leggi di questo governo in vista di quello che è lo scopo supremo di ogni governo: mantenere il potere nel rispetto del popolo e assicurare il popolo dall’abuso del potere”. Da giovane, William Penn aveva più volte scontato il carcere per la sua infiammata predicazione di stampo “radicale” in difesa dei diritti civili e religiosi. Nel 1681 si trasferì in terra d’America, per fondarvi una società retta sui principi della benevolenza reciproca, che fosse “seme di una nazione”, di un popolo “libero, sobrio ed industrioso” governato dalle sue proprie leggi. Fu la Pennsylvania, con la capitale Philadelphia il cui nome grecizzante è un programma di radicalismo etico che direi prekantiano. Penn strinse con gli indiani del Delaware un memorabile trattato, nel quale i due contraenti erano alla pari. Suo è anche un altro famoso documento politico, le “Concessions and Agreements”, sorta di carta costituzionale per un gruppo di quaccheri che andava a stabilirsi nel New Jersey. Il documento prevedeva il diritto per ciascuno a essere giudicato da una giuria e a non essere imprigionato arbitrariamente per debiti, oltre a un editto contro la pena di morte. In quell’epoca oscura per le libertà, stabiliva che “nessun uomo ha potere o autorità sugli uomini per quanto concerne le materie di religione e le coscienze”. Il documento è stato definito “la prima chiara affermazione apparsa in America sulla supremazia della legge fondamentale, cioè dei ‘diritti universali’, sopra ogni possibile statuto o legge”. Ah, America, venusiana terra aperta agli utopisti, ai liberi e forti, Israele promessa ai pacifici, ai veri credenti e ai perseguitati dal potere, fuggi, fuggi via dall’Europa prona dinanzi al sanguinario Marte/Ares, padre di Deimo e Fobos, Paura e Terrore! In Europa, il secolo era cominciato con il rogo di Giordano Bruno; nel 1628 il cardinale Richelieu, onnipotente ministro di Luigi XIII di Francia, assediava e distruggeva La Rochelle, bastione degli ugonotti riformatori; nel 1649 il dittatore fondamentalista Cromwell faceva decapitare re Carlo I. In quegli stessi anni, i Papi condannavano i quietisti cattolici che tendevano a una forma di culto rispettosa della libertà interiore. Nel 1651 uscì il “Leviatano” di Hobbes, testo chiave dell’assolutismo statalista. Solo nel 1690 Locke avrebbe definito i diritti essenziali della tolleranza religiosa e politica.

Ascoltare (anche in rtardo) Rudy Giuliani

5 marzo, 2007 4 commenti

Ho ascoltato soltanto ieri sera tardi (complice il week-end), grazie ad Abr, il discorso tenuto qualche giorno fa da Rudolph Giuliani al CPAC 2007 – Conservative Political Action Conference, a Washington. Meglio tardi che mai, però, perché ne valeva la pena.

A prescindere dal colore politico—che al momento mi interessa molto poco, sia per quanto concerne l’Italia sia per quel riguarda il resto del mondo—e da qualsiasi considerazione legata alle appartenenze, «italianità» compresa (che però non guasta …), credo che il candidato migliore alla presidenza del Paese leader della democrazia nel mondo sia lui, e di gran lunga.

Il discorso, tra l’altro, mette in evidenza uno stile diretto, semplice, “non impostato” e persino un po’ impolitico, nel senso migliore del termine, cioè privo di fronzoli, alieno dalla retorica e dalla captatio benevolentiae (à la Veltroni, tanto per capirsi). Credo che farà breccia nell’elettorato americano, anche al di là di ciò che dicono i pur incoraggianti sondaggi, al pari della storia personale del candidato.

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Rudy in 7 minuti

16 febbraio, 2007 6 commenti

Vengo da un periodo di super-lavoro (arretrato), e di conseguenza da una latitanza dal blog e dalla blogosfera in generale terminata ieri notte (cioè oggi, a rigor di data). Sto a poco a poco riprendendo l’ispezione dei blogs di abituale consultazione e, come prevedibile, trovo roba interessante ma datata. Ad esempio questo pezzo di Camillo-Christian Rocca su Rudy Giuliani. Apparso sul Foglio del 14 febbraio, chi lo avesse perso farebbe bene a non lasciarselo scappare un’altra volta. Ottimo per capire quali chances può avere l’ex primo cittadino di New York—o “the America’s mayor”, come continuano a chiamarlo alla Fox News—nella corsa alla candidatura repubblicana alle prossime presidenziali USA.

Suggestiva la conclusione del quadretto. George Will, del Washington Post, è convinto che presso l’elettorato Rudy avrà il vantaggio della “domanda dei 7 minuti:”

“Al momento della scelta la gente si porrà la domanda dei 7 minuti. Scenario da incubo, siete il consigliere per la sicurezza nazionale. Venite svegliati nel pieno della notte. Avete 3 minuti per ricevere i dettagli di un imminente attacco agli Stati Uniti. Il presidente, da voi avvisato, ha 4 minuti per rispondere. E ora: chi è il candidato che si adatta meglio alla domanda dei 7 minuti?”

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Compagni, l’11 settembre non ci fu alcun complotto …

18 gennaio, 2007 16 commenti

Alexander Cockburn, è un esponente di rilievo della sinistra radicale made in USA (è irlandese, ma dal 1973 vive negli States). Le Monde Diplomatique è un periodico mensile di informazione ed opinione. E’ francese, ma è disponibile anche in altre 26 edizioni, tra le quali quella italiana, che esce come supplemento (il 15 o 16 di ogni mese) del “quotidiano comunista” il manifesto.

Che cosa ci si può ragionevolmente aspettare quando si verifica la circostanza di trovare, appunto su Le Monde Diplomatique, ultimo numero, una riflessione di Cockburn sull’11 settembre, e per giunta circoscritta alla celeberrima “teoria del complotto?”

Qualche lettore di questo blog, magari, sta già per “cambiare canale,” se non l’ha già fatto, ma sarebbe un errore imperdonabile, dal momento che l’articolo smonta pezzo per pezzo l’ipotesi di cui sopra—a partire dalla “Bibbia” dei cultori del genere letterario in questione, vale a dire 11 settembre, la nuova Pearl Harbor, di David Ray Griffin—definendo il tutto “stupidaggini” portate al “parossismo,” “assurdità” e persino (la logica conseguenza di) “un assunto razzista” (“gli arabi non avrebbero mai potuto portare a termine un attentato simile”), collegato ad una mal riposta “fiducia assoluta nell’efficienza americana.” Di fatto, cioè, i fautori delle tesi complottistiche dimostrano di credere che i dispositivi militari americani siano veramente in grado di operare “come dicono gli addetti stampa del Pentagono e i rappresentanti di commercio delle industrie d’armamenti.”

Ma questi—si domanda Cockburn—avranno mai letto un libro di storia militare? Figuriamoci, infatti,

[s]e lo avessero fatto, avrebbero appreso che anche le operazioni pianificate con la più grande cura – a maggior ragione quando si tratta di anticipare una risposta a una minaccia senza precedenti storici – falliscono per ragioni legate alla stupidità, o alla vigliaccheria, o alla corruzione, o a qualche altro difetto della natura umana. Per non parlare dell’imprevedibilità del clima.

E dopo una lunga e miuziosa disamina della vexata quaestio, con opportuni richiami a quegli avvenimenti della storia americana recente che sono stati presi di mira dai complottisti, l’affondo decisivo:

Osama bin Laden ha rivendicato gli attentati? È pagato dalla Cia, ci dicono. E così di seguito… In fondo, qual è lo scopo di tutto ciò? Provare che Bush e Cheney son capaci di tutto? Ma essi non hanno mai portato la prova del livello di competenza richiesto per riuscire in un’operazione così sofisticata. All’indomani della vittoria delle truppe americane in Iraq, non sono neanche stati capaci di far trasportare sul posto qualche cassa con la scritta «Adm» che sta per «armi di distruzione di massa». Eppure, gli sarebbe bastato mostrarla a una stampa incantata perché la fotografia facesse il giro del mondo – e che la «prova» della giustezza della guerra fosse stabilita.

E la conclusione:

La teoria del complotto nasce […] dalla disperazione e dall’infantilismo politico.

Che altro dire, se non che merita di esser letto, meditato e affisso su tutti i muri (reali e virtuali)?

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