[Attenzione, quello che segue non è il solito WRH, è un wrh in vena di sproloqui. Se il vostro stato d’animo non è ispirato ad un improbabile idem sentire è meglio che passiate oltre. Io vi ho avvertiti …]
Si può essere tentati di dare ragione ancora una volta all’ottimo Magdi Allam, che sul Corriere di oggi spiega come la Danimarca ci abbia dato una lezione:
Schiena dritta, paga. Schiena ricurva, non paga. La Danimarca non si scusa per le vignette su Maometto, richiama gli ambasciatori dai Paesi islamici, protesta per le violenze subite, non si lascia intimidire dal boicottaggio economico, reagisce alle minacce di morte. E alla fine ottiene le scuse e il risarcimento da Siria e Libano per le aggressioni alle sue ambasciate. L’Italia invece si fa in quattro per scusarsi per le «provocazioni » che giustificherebbero l’assalto al consolato a Bengasi, caccia un ministro, minimizza, si dice disponibile a indennizzare la Libia. E alla fine incassa nuove minacce di attentati terroristici e una pretesa di denaro 50 volte superiore la cifra pattuita.
Sì, la tentazione c’è, ma stavolta bisogna fare uno sforzo per vincere il pre-giudizio positivo su Magdi, il quale, a me sembra, non ha capito una cosa fondamentale degli italiani, e cioè che noi siamo, sì, europei, ma mediterranei, cioè tutta un’altra cosa rispetto ai nordici. Nel bene e nel male, naturalmente. E, se per una volta mi si consente di spezzare una lancia per l’italianità, più nel bene che nel male.
Quando Fini e Frattini minimizzano le sparate del leader libico, a mio avviso, colgono un aspetto del fenomeno-Gheddafi che non si può trascurare: che per lui spararle grosse è normale, esattamente come per Calderoli—ed anche per il Bossi di qualche anno fa: ricordate la secessione e tutte le balle che loro avrebbero fatto questo e quest’altro, e poi non hanno fatto niente? In effetti, io ho sempre pensato che la Lega fosse il partito più «italiano» di tutti, altro che i Celti, il dio Po, e tutto il resto. Un fenomeno di italianità un po’ caricaturale, sanguigno, “plebeo,” anche se portatore di istanze che, almeno in parte, erano e sono rispettabili e tutt’altro che campate in aria. Per i leghisti, infatti, un conto sono le parole, un altro i fatti.
Un ricordo personale su questo e che include il (pro)sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini. Ai tempi in cui la parola d’ordine della Lega era «secessione», il Corriere della Sera intervistò lo “sceriffo” (non ricordo più che cosa aveva combinato quella volta per meritare le luci della ribalta nazionale …), e a un certo punto venne la domanda sulla secessione. Ecco, più o meno (cito a memoria) cosa rispose Gentilini: Secessione? Ma mi faccia il piacere, quale secessione! Senta, io sono un alpino, e quando ancora non ero sindaco ho organizzato l’Adunata nazionale degli alpini che si tenne proprio qui a Treviso un paio d’anni fa: ebbene, io ho fatto distribuire trentamila bandiere tricolori, ho fatto tappezzare tutta la città, che in quei giorni era un tripudio di tricolori … [interruzione dell’intervistatore: sì, ma, scusi, i “suoi” dicono di volersene andare dall’Italia … ] Macché andarsene dall’Italia, senta, creda a me, io conosco bene i miei polli [beh, non sono proprio sicuro che Genty si espresse esattamente così …], un conto sono le parole un altro i fatti, tra il dire e il fare, caro mio, c’è di mezzo il mare! Nessuno vuole la secessione, qui vogliamo bene all’Italia e in ogni caso dovrebbero passare sopra il mio cadavere … ci mancherebbe altro … ma quale secessione!
Beh, devo dire che quella è stata l’unica volta in cui ho voluto bene a Gentilini, perché nessuno è perfetto, si sa, ed io sono uno di quei sempliciotti che quando ascoltano l’Inno di Mameli e vedono garrire al vento il tricolore hanno attimi di smarrimento, di sonno della ragione, e dimentico tutti i difettacci italici—fortunatamente mi riprendo quasi subito, sia chiaro, e mi metto a fare qualcosa che distragga chi mi è vicino dalla visione di un pirla con gli occhi lucidi e la voce rotta … Ma, al di là di questo, capito che cos’è l’italianità? Tra il dire e il fare, cari miei, c’è di mezzo il mare …!
D’accordo, questo non è propriamente un pregio. Però, faccio sommessamente presente che c’è un risvolto positivo anche in certe manifestazioni “folcloristiche” e, se vogliamo, un po’ cialtronesche. C’è una percezione della realtà, un disincanto, un senso del relativo che hanno profonde radici in una civiltà antica, consustanziale all’italianità. Una civiltà di fondo che ci tiene al riparo dalle esagerazioni vere—non quelle a parole, non quelle che non lasciano traccia sulla vita vera ma solo in quella parlata—in cui cadono talvolta i popoli più seriosi e meno inclini ad abbandonarsi al piacere della parola. Così come ci fu una certa differenza, quanto a nefandezze, tra il fascismo e il nazismo, oggi le nostre chiacchiere ci preservano dal passare a vie di fatto in questioni molto serie e preoccupanti. Un esempio? Ok, mi farò qualche nemico, ma insomma lo voglio dire, e passo a un argomento terribile: l’eutanasia. Eh sì, cari lettori di wrh, noi, con tutti i nostri difettacci, una legislazione come quella stigmatizzata dal ministro Giovanardi non ce l’avremo mai. Mai, capito? Ieri, a Otto e mezzo, tra un Ferrara sull’impaziente (e pure un po’ sul cafonesco) ma in grado di portare avanti un ragionamento, e la signora onorevole olandese che mai una volta è riuscita a entrare in tema e a rispondere alle obiezioni, limitandosi a ripetere come un disco rotto che l’Olanda è un Paese civile e che loro non uccidono i bambini e via di seguito, beh, si capiva benissimo quella cosa che dicevo prima: a quella roba, da noi, non ci arriveremo mai. Mai, capito?