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Un leader per l’Europa: Nicholas Sarkozy

26 ottobre, 2008 Lascia un commento

C’è un vero leader che esce fuori dalla crisi finanziaria, ed è Nicholas Sarkozy. Molti avevano pensato che la sua presidenza fosse un bluff, che non fosse l’uomo pronto a governare l’Europa, e invece …

Lo dice Marina Valensise sul Foglio catodico, e c’è da crederle, a modesto avviso di chi scrive.

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La fine del ‘secolo americano’

10 ottobre, 2008 2 commenti

Con la consueta (e implacabile) lucidità, Angelo Panebianco ha disegnato sul Corriere di oggi uno scenario più che plausibile per i prossimi anni, cioè la nuova era post-crisi del 2008: non la fine del capitalismo, bensì quella del «secolo americano», un mondo multipolare che sarà “più pericoloso ancora di quello che abbiamo conosciuto e nel quale, inoltre, le prospettive della libertà (per milioni di persone) si faranno ancor più precarie di oggi. Infatti

si assisterà ovunque a una perdita di credibilità del «sistema liberale» (capitalismo privato più democrazia liberale) e a una crescita di attrattiva dei sistemi autoritari e semi-autoritari (Cina, Russia). In fondo, non si sta dimostrando che capitalismo e crescita economica possono fare a meno della democrazia liberale?

Nel mondo multipolare, inoltre, l’Europa sarà “un vaso di coccio, pronta a venire a patti con chiunque, forse anche a scoprire le virtù (nascoste) delle potenze illiberali.” Che bella prospettiva, come se quelle virtù (nascoste) non fossero già tenute nella dovuta considerazione presso molti parlamenti e cancellerie del Vecchio Continente!

Insomma, prepariamoci: si apre una nuova era, in cui tutto sarà rimesso in discussione. Saremo all’altezza delle sfide che ci attendono, saremo cioè in grado, oltre che limitare i danni e leccarci le ferite, di scongiurare le derive pericolosissime ipotizzate da Panebianco? Dubitarne sarebbe lecito, ma anche questo è un lusso (uno dei tanti) che non potremo più permetterci. Solo una grande «fede» nell’Occidente, nelle sue radici più profonde ed autentiche, ci potrà salvare. L’era del libertinismo ideologico ed etico, per così dire, è finita.

Da qui la necessità che l’America “scelga bene” chi la dovrà guidare nei prossimi quattro anni e che l’Europa sappia ritrovare se stessa. E’ di nuovo tempo di profeti e di statisti. La mediocrità cui ci siamo abituati è un altro lusso che non potremo più permetterci. Ma proprio qui sta il difficile.

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Notizie ufficiali (e non) dal Tibet

E’ un aggiornamento interessante sulla situazione in Tibet quello che si legge oggi sul Giornale. Nuovi arresti, proteste anti-cinesi in Nepal, ecc. Peccato che si riportino senza commento anche le “rivelazioni” dell’agenzia ufficiale Nuova Cina relativamente a ritrovamenti vari, da parte della polizia locale, nel monastero di Geerdeng (provincia del Sichuan): 30 pistole, 498 proiettili, due chili di esplosivo e “un numero importante” di coltelli. Come funziona l’informazione (e tutto il resto) in Cina lo sappiamo bene, anche perché la medesima agenzia ufficiale ce ne ha resi edotti a suo tempo. In ogni caso va sottolineato il senso della misura della notizia in questione: se avessero parlato, che so, di fucili mitragliatori, bazooka e, perché no, di missili terra-aria, il mondo intero sarebbe insorto per il colossale, spudorato, tentativo di mistificazione della realtà, invece … Mica scemi.

Comunque, quello che interessa di più sono le parole pronunciate dal presidente del Parlamento tibetano in esilio, Karma Chopel, nel corso di una conferenza stampa presso la sede del Partito radicale non violento transnazionale che lo ospita in questi giorni a Roma.

«Le autorità cinesi hanno detto che entro il 2010 circa 20 milioni di cinesi si trasferiranno in Tibet. Questa è una strategia per annullare le minoranze come hanno già fatto in Manciuria.»

«L’immigrazione forzata dei cinesi in Tibet ha l’obiettivo di annientare le minoranze e come sostiene il Dalai Lama in questi 49 anni è stato perpetuato un genocidio culturale. […] I tibetani sono cittadini di seconda classe nella loro patria e che solo a Lhasa, attualmente, su 300 mila abitanti 200 mila sono cinesi, mentre solo 100 mila sono tibetani.»

A proposito della dichiarazione stilata ieri dai ministri degli Esteri dei 27 Paesi della Ue a Brdo (vedi due post fa), Karma Chopel ha espresso la convinzione che si tratti solo di un primo passo:

«Non è ancora il momento di giudicare il documento di Brdo [...] ci saranno altre iniziative della comunità internazionale che avranno risposte più precise. Noi facciamo appello a tutta la comunità internazionale perché ci sia pressione sulla Cina ma é chiaro che alcune nazioni hanno maggiore responsabilità di
altre.»

L’ottimismo di Karma Chopel è così genuino che finisce per diventare contagioso. Ma è molto probabile che lui stia pensando più a Sarkozy o ad Angela Merkel che a ad altri (quest’ultima è il primo capo di governo al mondo che abbia annunciato la propria non partecipazione alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi).

Nel frattempo, pochi minuti fa su Repubblica (edizione online) viene riportata la reazione ufficiale della Cina al pur timido documento dei 27 ministri degli Esteri della Ue: un portavoce del ministero degli Esteri cinese, Jiang Yu, ha fatto sapere che “Il Tibet e’ un affare completamente interno della Cina. [...] Nessun Paese straniero o organizzazione internazionale ha il diritto d’interferire al riguardo.” Se si arrabbiano tanto per così poco, verrebbe da osservare, la pavidità dell’Europa riesce persino comprensibile. Naturalmente escludendo dal ragionamento qualsiasi considerazione di ordine etico. Un lusso (l’etica applicata alla politica internazionale) che la vecchia Europa, del resto, si concede molto di rado.

Categories: esteri, europa, tibet

E’ nata la Right Europe

7 maggio, 2007 4 commenti

E’ un redde rationem, la vittoria di Sarko, che è solo ai suoi primi passi. Lo è perché il nuovo presidente è un uomo colto che ha saputo spiegare bene ai francesi che cosa sarebbe successo se lui avesse vinto. E per farlo si è affidato non solo a programmi, dati e cifre, ma anche a simboli. Uno di questi—il più importante, credo—è il Sessantotto: naturalmente «da liquidare», come lui stesso non si è peritato di esprimersi.

Come un rude guerriero della politica, ha scelto quel mito, che è stato, e in parte è ancora, uno spartiacque tra un «prima» e un «dopo» che, se si incontrassero per strada un po’ soprappensiero, farebbero fatica a riconoscersi carne della stessa carne e sangue dello stesso sangue. Insomma, mica una faccenda da poco prendere di petto il Sessantotto. Uno glissa, per lo più, perché dentro ci siamo tutti, anche quelli di destra-destra, quanto a modi di pensare e di vivere, di vestirsi e di parlare, di divertirsi e di pregare (o di bestemmiare). E dunque, la sfida, a voler essere—per dirla à la Giuliano Ferrara—radicali e conservatori, era, è, proprio lì. Sarko, uomo di studio oltre che d’azione, l’ha capito, ci ha scommesso, e ha vinto. Per questo la Francia, e probabilmente l’Europa intera, non sarà più la stessa, dopo questo 6 di aprile. Il redde rationem è appena cominciato, la Right Europe, versione giustamente e doverosamente riveduta e corretta della Right Nation americana, ha emesso il suo primo vagito. Dopo molti segni premonitori, per altro, tra i quali quelli che hanno solcato i cieli d’Italia in questi anni.

E’ in un’analisi di Barbara Spinelli—che è tutta da leggere, magari per condividerla solo in parte, come spesso capita a me, per esempio, con le cose che scrive la succitata—che ho trovato la definizione più acuta e intrigante del personaggio Sarkozy. Homo novus, scrive la Spinelli, ma questo dice ancora troppo poco. In realtà c’è una caratteristica che lo rende unico, e vincente in una maniera a sua volta molto, molto singolare:

È come se la meta per lui fosse una necessità, se non un’avversità. Si può predisporre un destino politico con lo stesso spirito con cui si vive monaci nel deserto o si traversa un dolore. Non a caso c’è una parola, singolare per la cultura politica francese, che Sarkozy usa spesso quando racconta la propria pluriennale conquista: ascesi, che letteralmente vuol dire esercizio spirituale e fisico fatto di isolamento, preghiera, meditazione, perfezionamento e volontà ferrei. La parola araba è gihàd.

Ecco, appunto, qualcosa come un’ascesi è appena cominciata. Poi, chiamiamola pure come ci pare.

Meglio Sarko

3 maggio, 2007 6 commenti

[UPDATED] Quel che succede oltralpe è molto, molto interessante, e qui si cerca di seguire gli eventi con la massima attenzione. Magari il tutto non sarà di facilissimo approccio per chi non è francese, ma questo è scontato, e in ogni caso credo che il discorso valga per tutti quelli che mettono il naso nelle vicende politiche altrui. Voglio dire che quando mi è capitato di seguire le reazioni e i commenti che venivano prodotti nell’«anglosfera» sulle elezioni italiane ne ho riportato un’impressione talmente miserevole che mi imbarazza anche il solo pensiero di poter cadere nella stessa trappola infernale, parlando delle elezioni di un Paese che non sia il mio. Le imprecisioni, i luoghi comuni, il semplicismo, le banalità e le autentiche stupidaggini che ho letto sull’Italia mi hanno per così dire vaccinato. E allora? E allora, sinceramente, la tentazione di astenermi dall’esprimere a voce alta opinioni al riguardo—non certo dall’avercele—è forte. Ma correrò il rischio, anche perché non mi risulta di avere lettori francesi …

Dunque, con una buona dose di faccia tosta, mi avventuro fino a dire che Madame Royal mi annoia da morire—soprattutto quando diventa aggressiva e fa scena ostentando arrabbiature poco credibili, come ieri l’altro sera. Dicono che rappresenta il nuovo, a sinistra, e sarà pure vero, ma se il futuro della sinistra francese consiste nelle idee e nell’approccio alle questioni di Ségolène Royal mi pare che non ci sia di che congratularsi, e semmai mi sembrerebbe più appropriato ritenere che la novità più significativa sia la “svolta estetica” che la signora ha impresso alla politica: da questo punto di vista, in effetti, non credo ci siano dubbi.

Per uscire dal generico, direi che condivido molto questa sferzata di André Glucksmann (sul Corriere di ieri):

Si dice che Sarkozy divide, mentre Royal unisce. Il bruto e la madonna? Eccoci davanti a due metodi. Qual è più democratico? Quello di Sarkozy, che non indie­treggia davanti alle divisioni e osa presentare le alterna­tive agli elettori chiamati a prendere la loro decisione con cognizione di causa? Oppure il metodo Royal, che promette l’unione a ogni costo e promuove l’immobili­smo?

Naturalmente resta «l’obiezione suprema» contro Sarko, il «razzista», colui che propone il «ministero infernale». Glucksmann risponde così:

Se­condo me, i veri «lepenizzati» sono le anime belle di sinistra e del centro che, senza esitare, presuppongono che fra identità nazionale e immigrazione non possa es­serci che una relazione d’esclusione. Perché voler crede­re per forza che un ministero dell’Immigrazione e del­l’Identità nazionale sarà un ministero dell’Identità con­tro l’immigrazione? Con quale diritto è formulata una interpretazione così malevola? Per quanto Sarkozy ripe­ta che l’identità francese non è etnica, che la nazione si è arricchita di successive ondate d’immigrazione (di cui fa parte la sua famiglia), che di fronte al regime di Vichy, la Resistenza al nazismo deve tanto ai Repubblica­ni spagnoli, agli armeni, agli ebrei… Non c’è nulla da fare. Un immondo mascalzone ha appena «oltrepassa­to la linea gialla».

Infine, siccome delle somiglianze tra Italia e Francia, malgrado tutto, ci sono, e dal momento che un «grande lupo cattivo» non ce l’hanno solo loro (e a furia di agitare quello spauracchio si finisce per diventare intellettualmente pigri e talvolta pure un po’ cialtroni), si potrebbe pensare che la conclusione del ragionamento faccia tesoro di qualche nostra disavventura:

Brandire «l’apriti sesamo» del Tutto tranne Sarkozy per aprire a Ségolène le porte dell’Eliseo, qualunque cosa dica oggi e faccia o non faccia domani, sa d’imbroglio.

Ancora una volta, insomma, non posso che dichiararmi d’accordo. Meglio Sarko. Apprezzamento e simpatia, oltretutto, che mi accomunano a uno per il quale questo blog si è speso più volte in passato … Avrebbe detto, costui, in un’intervista a Paris Match, che «bisogna mettere da parte le vecchie ideologie di sinistra e di destra». Ecco, appunto, questo è ciò che stavo cercando di dire in maniera forse troppo prolissa.

—–

UPDATE (ore 15:00 del 4 maggio 2007)
Da non perdere—anche perché sulla stessa lunghezza d’onda del post qua sopra …—l’editoriale del Foglio di oggi (questo il link temporaneo). In particolare questo passaggio:


Il problema è che Mme Royal ha anche alla fine rivelato se stessa. Se stessa no, perché siamo documentalmente convinti che di lei in realtà c’è poco. Ma il se stessa di sinistra, nel senso prototipico della gauche eterna, quello lo si è visto. Uno spettacolo pazzesco di demagogia e di arroganza del cuore, una roba che anche in un giornale come questo, che da sempre è di destra e di sinistra, radicale e conservatore, ha avuto il suo impatto: ricordati che non è di quella malattia della gauche che devi morire, perché non è dignitosa. Ha tirato fuori una storia di stupro come arma contundente ideologica d’occasione contro un avversario maschio, e ha accompagnato il colpo basso e freddo con una cosa così risibile che ancora si è sorpresi che sia restata in gara dopo tanta leggerezza: lo stato deve garantire a una poliziotta (dicesi: una poliziotta) la sua sicurezza quando rientra a casa la sera. I poliziotti che proteggono i poliziotti, come nella già leggendaria teoria di Massimo D’Alema, che i soldati americani non devono fare la guerra perché hanno il compito di proteggere gli italiani in divisa di Herat. Ha inventato una tirata di bassissimo conio, del tutto ingiustificata, sui disabili a scuola, e sembrava una piccola reincarnazione sanguinaria di Saint-Just contro la resistenza non vittimistica di Sarkozy, che non sembrava ma era (ché in tv appunto si è più che sembrare) una specie di redivivo Benjamin Constant.

Categories: esteri, europa

Fukuyama: per un nuovo multiculturalismo

28 marzo, 2007 2 commenti

Prima che sia troppo tardi, una segnalazione che avrei voluto fare ieri: l’intervento di Francis Fukuyama su Avvenire (di ieri, appunto). Il succo del ragionamento è questo: qui in Europa tendiamo a concepire il multiculturalismo come un contenitore di culture separate, ciò che Amartya Sen definisce «pluralità di monoculturalismi». Ebbene, questo modello è sostanzialmente fallito e bisogna sostituirlo con qualcosa di nuovo. Fukuyama propone un percorso, ma soprattutto ci ricorda qualcosa che sembriamo aver dimenticato:

La civiltà dell’Illuminismo europeo, di cui la democrazia liberale contemporanea è erede, non può essere culturalmente neutrale, poiché le società liberali coltivano determinati valori riguardo alla pari dignità e all’eguale valore degli individui. Le culture che non accettano tali premesse non meritano pari tutela in una democrazia liberale. I membri delle comunità di immigrati e la loro prole meritano un pari trattamento come individui, non in quanto membri di comunità culturali.

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Angela caduta in volo

26 marzo, 2007 3 commenti

“Passata la festa, gabbato lo santo,” si potrebbe dire dell’Evento di Berlino. E infatti qualcosa del genere lo hanno scritto su Repubblica, a dimostrazione del fatto che un po’ di sense of humour, ancorché forse involontario, può essere rintracciato persino nei luoghi più impensati della pubblica opinione politically correct:

Finita la festa tutti ripartono e di Berlino ri­mane solo un bel ricordo. Per chi vuole rilanciare l’Europa, adesso, comincia il duro lavoro […]

In effetti, il lavoro non sarà né facile né breve, soprattutto per chi osa ancora sperare nel superamento di quella “singolare forma di «apostasia» da se stessa” che, secondo Benedetto XVI, consiste nell’occultamento volontario delle radici cristiane d’Europa. Una battaglia persa: inutile farsi illusioni. Pare che lo abbia capito pure quella brava donna di Angela Merkel, agnello in mezzo ai lupi del laicismo trionfante. Esulta infatti, non a caso, il Corriere: la Merkel, “cristiana sia pur protestante” (quel sia pur varrà probabilmente all’estensore dell’articolo, Paolo Valentino, un plauso corale da parte dei protestanti tutti), avrebbe dato nientemeno che “una som­messa lezione di laicismo a Benedetto XVI.” Attenzione, laicismo, mica laicità: beccatevi questo, cristiani sia pur cattolici! Ma che avrà fatto-detto mai l’incauta donna? Ecco il resoconto del bravo cronista:

La Can­celliere «capisce» la posizione di Santa Romana Chiesa. E non lascia dubbi su dove affondino per lei le radici dell’Europa. Al centro di tutto è l’individuo, la sua intoccabile dignità, ha detto nel suo discorso del mattino. E questo, ha aggiunto a titolo persona­le, «deriva dall’eredità giudaico-cristiana dell’Euro­pa». Ma in conferenza stam­pa, rispondendo alla doman­da del Corriere, ricorda «che ci sono anche altre tradizioni secolari, secondo le quali nei documenti degli Stati non ci possono essere riferimenti al­la fede». Occorre essere consa­pevoli «delle diverse visioni politiche». E se è giusto che gli europei siano «coscienti delle loro radici giudaico-cristiane», altra cosa è se queste debbano essere evocate nei testi ufficiali. Si discuterà an­cora se il riferimento dovrà es­sere inserito o meno nel Trat­tato costituzionale. Ma anche se lei se lo augurerebbe, Ange­la Merkel allarga le braccia: «Sono realista e non molto ot­timista». Con buona pace del­l’apostasia.

Laicismo puro, senza dubbio, anzi, apostasia bella e buona. Sia reso merito, dunque, al valoroso cronista che, “in conferenza stampa,” ha estorto all’apostata la frase che inequivocabilmente la condanna alle fiamme eterne. Di scomunicarla, però, non se ne parla neppure, sia ben chiaro, e non tanto perché il Papa tedesco potrebbe magari avere un occhio di riguardo per la connazionale, no, semplicemente, lei, scomunicata lo è già, in quanto luterana, se nel frattempo non è caduta in prescrizione quella benedetta bolla di Leone X datata 3 gennaio 1521 (il che è piuttosto improbabile, credo). Pazienza, comunque, sopravvivremo.

Ma di gabbato, in ogni caso, non c’è soltanto lo santo, ci siamo pure noi, volgari peccatori. E qui il discorso si fa cupo, perché, vabbè non farsi illusioni sulle radici cristiane, gettate malamente alle ortiche, ma che almeno qualche parvenza di serietà—parlando sempre di principi sacri e inviolabili—sia fatta salva. E invece picche. Che cosa si afferma, infatti, nella solenne «Dichiarazione di Berlino» che, nelle intenzioni dei ventisette Capi di Stato e di governo dei Paesi europei che l’hanno sottoscritta, dovrebbe rilanciare la missione dell’Unione? Nientemeno che questo:

«L’uomo è al cuore della nostra azione. La sua dignità è inviolabile. I suoi diritti inalienabili. Il modo in cui viviamo e lavoriamo insieme nel quadro dell’Unione europea è unico nel suo genere […] noi aspiriamo alla pace e alla libertà, alla democrazia e allo stato di diritto, alla prosperità e alla sicurezza, alla giustizia e alla solidarietà».

Andrea Romano, in uno splendido editoriale apparso su La Stampa di oggi, ha commentato come si conveniva questi voli poetici:

Alzi la mano chi non potrebbe essere d’accordo con queste sante parole. Dalle quali, tuttavia, si fatica a distinguere il buon senso dalla sostanza necessaria a rimettere in moto un’impresa comune che appare da qualche tempo più che zoppicante. È vero che qualche riga più avanti ci si spinge a dichiarare che «il modello europeo concilia la riuscita economica e la solidarietà sociale» e che «il mercato unico e l’euro ci rendono forti». E addirittura si annuncia che «noi ci mobiliteremo affinché i conflitti nel mondo si regolino in maniera pacifica e affinché gli uomini non siano vittime della guerra, del terrorismo o della violenza». Ma l’enunciazione di questa ed altre impettite banalità, che non sfigurerebbero nel manifesto di una qualsiasi associazione di beneficenza, non può servire a molto più che a sentirci ancora una volta appagati dalla fortuna di essere venuti al mondo in questa parte benedetta del globo.

In ogni caso, viene da dire, questa parte benedetta del globo non sembra al momento disporre di una classe dirigente meritevole di tanta benedizione. Il che potrà anche non sorprendere più di tanto il Vaticano—et pour cause!—ma noi, cittadini di questa Europa, come dovremmo sentirci?

Fuga dalla sinistra: Glucksmann

3 febbraio, 2007 5 commenti

Che André Glucksmann abbia scelto Nicolas Sarkozy—ha scritto Renzo Foa su Il Giornale di venerdì 2 febbraio—non può essere una sorpresa per chi ha letto i libri e ascoltato i discorsi del famoso filosofo e saggista francese. Avendo letto qualcosa non posso che confermare. Tuttavia, onestamente, alzi la mano chi si aspettava di leggere su Le Monde del 29 gennaio (e sul Corriere, un giorno dopo, in italiano) un elogio così incondizionato per Sarko, e allo stesso tempo un J’accuse tanto impietoso nei confronti di quella “sinistra ufficiale” che “si crede moralmente infallibile e mentalmente intoccabile,” ma in fondo si è solo “addormentata sugli allori.” D’accordo, te lo aspetti, ma poi, quando le parole vengono messe una dietro all’altra, e il cerchio si chiude, ti fermi un attimo per capire se per caso c’è qualcosa di insolito dentro e fuori il tuo universo mentale e non ti sei inventato tu questa cosa strana …

Ma questo non è ancora tutto. Perché—incalza Renzo Foa—chi conosce il nostro philosophe sa che di tutta questa storia l’aspetto più rilevante non è il sostegno elettorale dato a un progetto politico che, a un certo punto, risulta essere quello più vicino alle proprie convinzioni, ma piuttosto

che c’è una cultura, un pezzo importante della cultura europea, che non può più riconoscersi nella sinistra e si sente politicamente rappresentata da un’innovazione che sta nell’area neo-liberale.

Ed ecco il punto: con “Pourquoi je choisis Nicolas Sarkozy,” un altro pezzo della sinistra pensante d’Europa se n’è andata per la sua strada. Stesso percorso, più o meno, di Christopher Hitchens, britannico anche se ormai americano d’adozione, che il suo endorsement l’ha fatto per George W. Bush.

Insomma, Glucksmann o Hitchens, il grido di dolore è lo stesso:

Dov’è finita la battaglia per le idee che tanto a lungo fu il suo privilegio? Dove si è smarrito lo stendardo della solidarietà inter­nazionale, un tempo orgoglio del socialismo francese?

Per i più curiosi rilancio un prezioso suggerimento di Andrea Mancia: sul sito della Fondazione Liberal vengono riproposti gli articoli più recenti che Glucksmann ha scritto per la rivista bimestrale della fondazione medesima.

Se solo i teocon imparassero a sorridere …

26 gennaio, 2007 4 commenti

Siamo al “tramonto della prospettiva teocon come proposta politica?” Sì, secondo Pierluigi Mennitti, che ne ha scritto sul suo walking class in maniera, a mio avviso, molto assennata ed equilibrata. Dello stesso parere è Calamity Jane, una blogger che, tuttavia, ama definire Il Foglio “l’Unico Quotidiano Che Leggo”—en passant, stanno messi mica tanto bene Giuliano Ferrara & C. se questo è il risultato! O forse consiste proprio in questo l’eccellenza di un giornale, che possa consentirsi il dissenso (su questioni essenziali) di lettori affezionati senza che ciò comporti l’interruzione di un rapporto fiduciario o addirittura esclusivo, come in questo caso? Chissà, io comunque lo sospetto fortemente, e la cosa, oltretutto, mi suona maledettamente bene.

Checché se ne dica tra laicisti assatanati e atei devoti, il futuro del nostro paese non si giocherà sui temi etico-religiosi, e gli elettori – che si mostrano già stanchi dei proclami dall’una e dall’altra parte – lo hanno compreso.

Concordo abbastanza. Anche se, oltre ai laicisti assatanati e agli atei devoti, mi sembrerebbe giusto ricordare i non pochi devoti-devoti, cioè i credenti che sono del medesimo avviso. Questa precisazione, vorrei aggiungere, non è pura pignoleria. Qui c’è un dato sostanziale, perché se uno volesse applicare un po’ spregiudicatamente—e in qualche modo a rovescio—al caso specifico il cinismo staliniano del “quante divisioni ha il Papa?” potrebbe a buon dirittodomandare retoricamente: “Quanti sono gli atei devoti e i laicisti (assatanati e non)? E quanti sono i credenti?”

Dunque, può essere condivisibile, piuttosto, la convinzione che il futuro del nostro paese non si giocherà principalmente sui temi etico-religiosi, anche mettendo in conto che coloro che si professano e sono effettivamente buoni cristiani non costituiscono di certo un monolite e che tra loro ci possono essere differenze anche significative (ma meno di quanto le polemiche “di schieramento” potrebbero far pensare, a mio modestissimo avviso) nell’approccio alle questioni più scottanti in materia di etica, bioetica, costume, ecc. Questi temi, in altre parole, avranno un peso non indifferente, ma non monopolizzeranno il dibattito. Enormi questioni economiche, sociali, geo-politiche o strettamente politiche, pur intrecciate ai temi religiosi, etici, culturali e identitari, saranno con ogni probabilità al centro delle nostre preoccupazioni.

Anche per quel che riguarda il tramonto dei teocon credo si possa concordare fino a un certo punto. Tempo fa ho espresso forti dubbi sulla esportabilità in Europa e in Italia di “filosofie” e atteggiamenti mentali che negli Stati Uniti hanno radici molto solide. Quello della Cattedrale e il Cubo è uno schema affascinante, ma solo con qualche acrobazia mentale può essere riferito allo stato effettivo delle società che pure hanno prodotto i due archetipi, quelli, appunto, che George Weigel ha elevato—per tanti aspetti genialmente—a paradigma di una sfida epocale da cui l’Europa uscirà rigenerata o in piena decadenza.

Nello stesso tempo, però, credo ci sia bisogno di chi ha voglia di approfondire e di intensificare una ricerca seria e rigorosa—condotta, cioè, senza arrière pensées e, aggiungerei, con animo benevolo—sull’«identità» e sulle «radici» dell’Europa e dell’Italia. Ha detto molto bene Pierluigi Menniti: non servono a niente l’ossessione identitaria e “l’idealizzazione di un passato idealizzato.” Perché

[l]a modernità non è il male, e un conservatorismo illuminato sarebbe quello che prova a coniugare il progressismo con quel tanto di tradizione necessaria, per non perdere le radici, per non smarrire il senso di un percorso.
[…]
Il mondo va avanti e il problema è quello di gestire i problemi e le sfide puntando sulla gradualità dei processi, ma con ottimismo, senza dipingere il futuro a tinte fosche per giocare sulle paure della gente. La politica della paura non conduce da nessuna parte.

Sono concetti, questi, che condivido senza riserve, espressi per giunta con una chiarezza che a me sembra direttamente proporzionale alla «semplicità» dell’assunto. I nostri antenati, del resto (a proposito di radici!), non dicevano forse Simplex sigillum veri?

Perché in Turchia ha vinto il Papa

4 dicembre, 2006 5 commenti

Tra le tante cose che sono state scritte sul viaggio del Papa in Turchia ce ne sono alcune che penso meritino di essere rilette a mente fredda. Del resto, forse sarebbe il caso di istituzionalizzare, almeno in qualche settore “anomalo” della blogosfera, la sana abitudine di non inseguire sempre e soltanto la cronaca, per quanto intrecciata, come in questo caso, con la Storia, ma di mantenere lo sguardo fisso su ciò che va ben oltre, quando ne vale veramente la pena.

A proposito di ciò che possiamo considerare «storico», comunque, Vittorio Messori ha detto la sua egregiamente sul Corriere del primo dicembre. In sostanza, il grande giornalista-scrittore cattolico esorta appunto a non scomodare la storia, e bacchetta implicitamente i tre quarti della carta stampata italiana. Quello che mi piace di più, in Messori, è proprio questa vocazione irrefrenabile a collocarsi qualche miglio lontano dal coro, mantenendo, a volte, un understatement tanto apprezzabile quanto scorbutico …, segno inconfondibile di onestà intellettuale. L’incontro tra Benedetto XVI e Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli, insomma, non rappresenta nulla di eccezionale, e Messori spiega molto bene perché, ricorrendo naturalmente a solide argomentazioni storiche. In particolare, a suo avviso,

[n]on si può certo mettere tra le novità la constatazione — ovvia per un cristiano—che l’uccidere in nome di Dio non è un omaggio all’ Onnipotente bensì la peggiore delle bestemmie. È un richiamo, evidentemente, all’estremismo islamista, per il quale omicidio e suicidio sono sì condannati dal Corano, ma sarebbero meritori se compiuti nella lotta per la causa di Allah.

Caso mai, suggerisce Messori, bisognerebbe allargare la prospettiva e dar retta al professor Nicola Bux (docente di ecumenismo e consultore della Congregazione della Fede), secondo il quale destinatari del “messaggio” sarebbero, oltre che i musulmani, le

autorità dei Paesi dove l’ortodossia è maggioranza e dove la religione si mescola con il nazionalismo, riducendo nei fatti a cittadini di serie inferiore coloro che aderiscono ad altre confessioni cristiane, a cominciare dai cattolici.

Analisi altrettanto stimolanti, hanno svolto Gianni Baget Bozzo e Sandro Magister, i quali, mi sembra, concordano sostanzialmente sul senso complessivo del viaggio pontificio: l’accento posto sulla libertà di coscienza. Mentre, però, Gianni Baget Bozzo ha svolto un ragionamento più che altro geo-politico, il vaticanista dell’Espresso si è mantenuto sul terreno filosofico. Il che rende ancor più convincente l’identica conclusione.

Magister ha messo molto bene in evidenza, in particolare, la continuità tra la lectio magistralis di Ratisbona e la visita in Turchia. Una continuità che si è espressa non soltanto con le parole pronunciate dal Papa, ma anche, e forse soprattutto, con i «gesti», lasciando intravedere, tra l’altro, quanto Joseph Ratzinger stia facendo tesoro della grande lezione del suo predecessore.

Nel giorno della festa di sant’Andrea Benedetto XVI è entrato nella Moschea Blu di Istanbul con la croce di Gesù ben in vista sul petto, ha sostato davanti al mihrab rivolto alla Mecca, ha pregato in silenzio a fianco del gran mufti che sussurrava le parole iniziali del Corano: tutto questo ha fatto con la libertà e la chiarezza scolpite dalla sua lezione di Ratisbona. Ma un gesto non meno simbolico è stato, poco prima, l’ingresso del papa in Santa Sofia, oggi museo e in precedenza moschea e prima ancora chiesa cattedrale del patriarcato di Costantinopoli, nella terra in cui è fiorito il primo cristianesimo. In Santa Sofia Benedetto XVI non si è raccolto in preghiera, non ha ripetuto il gesto di Paolo VI qui in visita nel 1967.

Tutta da interpretare—ma non è difficile—questa gestualità: un profondo rispetto, quasi eroico, perfino, per la religione degli altri.

Quanto alla filosofia, assunto che “la vera meta del viaggio” è “Pietro che visita Andrea,” vale a dire: “il successore del primo degli apostoli che abbraccia il successore dell’altro apostolo, missionario tra i greci,” il messaggio che il Pontefice ha voluto trasmettere è trasparente, così come la continuità, appunto, con Ratisbona, cioè con la rivendicazione dell’incontro tra il Vangelo e il Logos:

L’apostolo Andrea – ha ricordato Benedetto XVI – “rappresenta l’incontro fra la cristianità primitiva e la cultura greca”. E cos’è questo se non l’incontro tra il Vangelo e il Logos, che era il cuore della lezione di Ratisbona? Il dialogo “secondo ragione” tra il cristianesimo e le altre religioni, in primo luogo l’islam, è per Benedetto XVI indissolubilmente legato alla ricerca dell’unità tra i cristiani. E il dialogo “secondo ragione” con l’islam esige, appunto, che sia sciolto ogni legame tra fede e violenza. Nelle sue omelie e nei discorsi in Turchia, papa Joseph Ratzinger ha incessantemente reclamato la libertà di religione. Con ripetute menzioni ai martiri – anche di oggi, come don Andrea Santoro – che hanno dato la vita per aver pacificamente testimoniato la loro fede cristiana.

Magister conclude riportando per intero le considerazioni svolte da Benedetto XVI il 30 novembre dopo aver assistito alla Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo celebrata da Bartolomeo I nella chiesa patriarcale di Costantinopoli. Un discorso, osserva il vaticanista, che sintetizza efficacemente il pensiero del Papa. Ovviamente, si tratta di una lettura molto raccomandabile.

Un ultimo punto da considerare sul viaggio del Papa è il contesto geo-politico nel quale si è svolto. Se n’è occupato, come dicevo prima, don Gianni Baget Bozzo, che ha sintetizzato così la situazione:

Il problema turco è grave per l’Europa, perché la Turchia è parte fondamentale dell’equilibrio occidentale europeo e al tempo stesso è profondamente diversa dall’Europa non solo per la sua religione musulmana, ma per la sua forma singolare di secolarità. Il rigetto dell’integrazione della Turchia nell’Unione Europea potrebbe rappresentare una grave crisi nel Paese, mettendo in dubbio la stessa giustificazione della laicità turca che si legittima con la necessità di legare la Turchia all’Europa e all’Occidente. Ciò spingerebbe la Turchia verso l’identità islamica politica, e questo è il rischio della trattativa. D’altro lato, solo l’adesione all’Unione Europea potrebbe rafforzare i diritti del singolo, e quindi la libertà religiosa, all’interno della società turca come la Chiesa chiede.

A questo aggiungiamo il clima di tensione che ha fatto seguito alla lectio di Ratisbona, comprese le minacce dei gruppi estremistici turchi e di Al-Qaeda. Ebbene, ha scritto Baget Bozzo, Benedetto XVI avrebbe potuto non andare, “prendere atto che non esistevano le condizioni politiche del suo viaggio e sollevare così un autorevole dubbio sulla libertà religiosa garantita dallo Stato secolare turco,” e invece ha preso la decisione più coraggiosa che poteva prendere, è andato e non ha negato il suo sostegno alle speranze turche riguardo all’Europa (“un atto di carità verso il popolo turco”) e l’incoraggiamento verso tutti coloro che, come i cristiani cattolici, ortodossi e armeni, si aspettavano dal suo viaggio “un aiuto al loro difficile statuto di cristiani che vivono in Turchia.”

Insomma, non è solo per motivi filosofici o teologici se questo viaggio è stato un successo, e lo è stato sicuramente: il coraggio di Joseph Ratzinger non è stato meno determinante. Chissà, tra l’altro, se il Papa aveva messo nel conto che l’Europa avrebbe anunciato la sospensione della trattativa con la Turchia per l’ingresso di quest’ultima nell’Unione proprio durante il suo viaggio, aggiungendo tensione a tensione, rischi a rischi. La Ue, a ben vedere—e malgré soi, vien fatto di pensare—, ha contribuito non poco a ingigantire il successo di un’impresa che all’inizio sembrava quasi disperata.

Categories: europa, filosofia, religione
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