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Archivio per la categoria ‘informazione’

Santoro, ovvero l’insostenibile leggerezza dei ‘fatti’

18 dicembre, 2009 4 commenti

Oggi ho letto una cosa importante, un’altra l’ho sentita. La prima la si deve alla penna di Antonio Polito, il direttore del Riformista che si è rifiutato di andare ad Anno Zero per via della “presenza in quel programma di Marco Travaglio.” Approvo cordialmente e lascio alla lettura diretta: niente da aggiungere. La seconda la si deve alla lingua di Michele Santoro, che ha tenuto per il suo pubblico una piccola lezione (al contrario) di giornalismo.  Ha detto, tra l’altro, una cosa piccola piccola, ma storica: noi giornalisti dobbiamo render conto, col nostro lavoro, dei “fatti.” Ma, attenzione, un fatto, secondo lui, è anche quel che ha detto il pentito Spatuzza su Berlusconi. Non so se nel corso della trasmissione qualcuno abbia fatto notare a Santoro una “lieve” imprecisione (dopo meno di mezz’ora ho spento la tv, ma finché ho ascoltato nessuno ha rilevato nulla), e dunque nel dubbio me ne incarico io. Quel che dice Spatuzza non è un fatto, è solo quel che dice lui (quello che secondo lui sarebbe tale, cioè un fatto, cioè la verità), semmai un fatto è che Spatuzza dica quel che dice (il che non implica che quel che dice sia un fatto, ma appunto solo che ci troviamo di frontre al fatto che Spatuzza dica quel che dice). Insomma, è più difficile da spiegare che da capire, ma la differenza tra un fatto e quel che qualcuno afferma essere tale è la differenza tra un serio professionista dell’informazione e uno la cui professione, nella migliore delle ipotesi, è quella del gioco delle tre carte. Una lezione memorabile, persino “sublime” nella sua perfezione stilistica ed essenzialità.

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Se ognuno di noi facesse come Walter Tobagi

3 novembre, 2009 Lascia un commento

Walter TobagiAncora un editoriale da incorniciare del Corriere della Sera, di quel Ferruccio De Bortoli che da un po’ di tempo sta facendo ciò che i direttori di importanti giornali (ma anche i capi-partito e in generale coloro che svolgono ruoli di grande rilievo in una nazione civile) dovrebbero fare d’abitudine e quasi come un riflesso condizionato: dare l’esempio di cosa significa essere “classe dirigente,” essere testimoni di quell’alto senso di responsabilità senza del quale nulla di buono, chi guida e ispira l’azione di altri uomini e donne, è in grado di lasciare ai posteri. Diciamo la verità: ce n’eravamo dimenticati, ci stavamo rassegnando alla mediocrità elevata a necessità e virtù, allo spirito di fazione spinto oltre ogni limite di decenza e buon senso, al disgusto per la “cosa pubblica” come normalità e sistema di vita, ed ora ci si sorprende nel riascoltare parole, accenti, toni cui ci eravamo completamente disabituati (che tristezza!).  

A rendere ancor più toccante l’editoriale di De Bortoli c’è il riferimento al libro appena uscito della figlia di Walter Tobagi, Benedetta.

S’intitola: «Come mi batte forte il tuo cuore» (Mondadori). Lo anticipiamo oggi su queste colonne. Quando Tobagi fu ucciso, per il coraggio dei suoi scritti a difesa della legalità e dei valori per i quali viviamo, Benedetta aveva appena tre anni. Non l’ha di fatto conosciuto, il padre. Ma lo ha incontrato di nuovo scrivendone la storia. Ha scoperto tutta la sua profondità umana e professionale, la forza del suo pensiero libero, il significato dell’esempio, l’attaccamento alla famiglia, l’etica personale che dovrebbe guidare ogni nostro gesto quotidiano. Se ognuno di noi svolgesse fino in fondo, come hanno fatto Walter e tanti altri come lui, il proprio dovere, questa società sarebbe più giusta, meno egoista, avrebbe più rispetto di sé e dei propri figli.

Già, “se ognuno di noi svolgesse fino in fondo il proprio dovere” … Sarà la rabbia che ogni volta che ripenso a Walter—ricordi personali di qualche piccolo contributo a mantenere vivo il suo ricordo e la sua eredità morale e civile—e a quanto questo Paese (e spesso anche lo stesso Corriere, in cui lui lavorava) non sia stato capace di capire e di onorare come meritava quel grande e generoso italiano, sarà questo, ma De Bortoli mi ha commosso, non mi vergogno di dirlo, e gli sono  grato.

Abbiamo bisogno anche e soprattutto di questo, oggi: di parlare al cuore di chi  ancora  ne ha uno, sepolto sotto tonnellate di chiacchiere, gossip e insulti. Con o senza il permesso di una classe dirigente che tale non è e mai lo sarà, se non nella tragicomica finzione scenica che viene rappresentata ogni giorno che Dio manda in terra.

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Conosci Antonio Di Pietro?

18 ottobre, 2009 Lascia un commento

Filippo Facci: Di Pietro. La storia vera

Filippo Facci: Di Pietro. La storia vera

Che uno possa avere o non avere stima per Antonio Di Pietro—come politico, come persona o come vi pare—ha un’importanza piuttosto relativa, come l’eventualità che, nel genere, si possa preferire Beppe Grillo, pur non avendo in grandissima considerazione neppure quest’ultimo. Ma che ci sia offerta la possibilità di conoscere meglio la storia e la personalità dell’ex pm nonché leader politico, attraverso la pubblicazione di un libro di 528 pagine, scritto da un giornalista dalla penna tagliente e dallo stile accattivante, quale sicuramente è Filippo Facci, recentemente cacciato (per incompatibilità di carattere) dal Giornale feltriano e felicemente approdato a Libero, è in sé e per sé un evento non da poco e, forse, un’occasione da non perdere. Tuttavia, non amando il genere letterario in questione, non parlo per me, bensì per coloro i quali sono più portati per quel tipo di passatempo che consiste nell’occuparsi degli affari altrui rovistando un po’ dappertutto con insaziabile curiosità e pazienza certosina, se così posso esprimermi (e se i Certosini non si offendono, beninteso).

Comunque, ad accrescere la curiosità ed invogliare il potenziale utente finale, c’è una sintetica recensione del Foglio, di cui riporto una significativa porzione:

Tanto è stato scritto sull’ex pm simbolo di Mani pulite, l’autore ha il pregio, meritevole o no, di conoscerlo da parecchio tempo e di averne seguito le trasformazioni costanti. Le biografie ufficiali, tutte rinnegate, non competono per chiarezza e precisione: quella di Facci ha il tono della stesura definitiva.

Ma un appuntamento davvero impedibile—per tutti e (quasi) senza eccezione—è quello offerto da tre pubblicazioni di immediata e gratuita consultazione, vale a dire tre ponderosi estratti di quel ponderosissimo libro. Il protagonista non ne esce neppure troppo male, almeno se si dà retta a un giudizio come questo (forse a doppio taglio, o forse no, giudicate voi):

Non gli importa di porsi come una parte giuridica contrapposta a un’altra, ma come il sacerdote della verità: questo in tutti i mestieri che ha fatto in vita sua. Suo obiettivo non è tendersi come un nobile soccorritore di amici o dignitoso limitatore di danni, ma come paladino vincente del giusto contro lo sbagliato.

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Grande De Bortoli

10 ottobre, 2009 Lascia un commento
Ferruccio De Bortoli

Ferruccio De Bortoli

Ehi, accidenti se Camillo ha ragione quando dice che è “bellissimo e condivisibilissimo” l’articolo del direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli. “Apparentemente è un editoriale contro Berlusconi, ma il vero obiettivo–riga dopo riga–è il direttore di Repubblica e le panzane sulla libertà di stampa.”

Ho appena finito di leggerlo è sono ancora qui a stropicciarmi gli occhi. Camillo non lo linka perché non lo trova “sull’intricato sito del Corriere,” e in effetti non c’è, o almeno non nell’edizione free,  ma per fortuna c’è la rassegna stampa della Camera dei Deputati. Non perdetelo.

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Cattivi maestri

6 ottobre, 2009 2 commenti
Eugenio Scalfari, uno dei cattivi maestri

Eugenio Scalfari, uno dei cattivi maestri

Che Il Riformista sia uno dei migliori fogli in circolazione—oltre al Foglio per antonomasia, ça va sans direlo so, lo sappiamo da tempo. Che Giampaolo Pansa, a sua volta, sia una delle migliori penne che ci sia dato di leggere oggigiorno è un altro dato di fatto. Ma ciò non toglie che, in quel determinato panorama editoriale (che solo superficialmente qualcuno potrebbe definire “minore”), caratterizzato ovviamente da alti e bassi, ci sia sempre un alto più alto, e che quindi sia d’obbligo citare e incorniciare. La blogosfera serve anche, se non soprattutto, a questo.

E allora ecco l’ultima perla di Giampaolo Pansa, che stavolta si è occupato di “cattivi maestri,” e lo ha fatto da par suo chiamando cose e persone col loro nome e cognome. Sottoscrivo tutto, parola per parola, ma con un’eccezione: quando il Nostro si mostra preoccupato che le cose, da noi, possano finir male, veramente male. Io non ci credo neanche un po’. Perché in questo Paese nessuno crede più a nessuno, quindi né ai (tanti) cattivi maestri né a quelli buoni (pochissimi), e alla fine si bada soltanto ai fatti, nudi e crudi. Potrebbe sembrare un segno di decadenza, e forse lo è, ma di certo è ciò che ci ha salvato quasi sempre, e che penso continuerà a salvarci.

La fuga di Giuliano Ferrara

28 settembre, 2009 Lascia un commento

Da quel che si evince dagli ultimi editoriali la domanda sorge spontanea: Giuliano Ferrara è insoddisfatto della politica nazionale? A chiederglielo direttamente e senza tanti giri di parole è Massimo Bordin nel corso del colloquio con Marco Pannella svoltosi non molte ore fa a Radio Radicale. Il video della lunga chiacchierata—interessantissima, a mio modesto avviso—è consultabile  qui.

Dunque, insoddisfatto? Macché, la sua è proprio una fuga, perché, dice, “io non sono così combattente come Pannella. Non sono così forte, robusto. Io provo noia, noia profonda. Tra l’altro la noia è una categoria anche della teologia di Ratzinger.” E Pannella: “E’ una categoria camusiana, anche.”

E poi ancora: “Non ce l’ho con Berlusconi per la sua vita licenziosa, anzi gli auguro di potere ancora per tanti e tanti anni divertirsi, e gli auguro anche di fare quelle cose non così brutte. Quello che non capisco è perché noi dobbiamo stare qui inchiodati a questa miseria: battaglie sulla libertà di stampa che partono da storie senza senso. Vorrei veramente che si discutesse di cose non serie – perché io non sono serioso – anche di cose futili, curiose, eccentriche, perché noi siamo un paese anomalo finché c’è Berlusconi”; “non ho fregole moralistiche o politicistiche, però vorrei ci fosse la ciccia”. E Pannella: “Non c’è trippa per i gatti, se sono gatti interessati a vivere decentemente.”

Subito dopo Ferrara aggiunge: “Perché dobbiamo avere questa routine? Perché dobbiamo sempre assistere a film già visti? […] Adesso Berlusconi torna dall’America. Benissimo, si rimetta a lavorare. Che facciamo, continuiamo con gli ozi di Capua? Faccia una cosa seria che riguarda la destinazione delle risorse, il bilancio dello Stato, risvegli il Parlamento. […] Berlusconi ha vinto tutto quello che si poteva vincere, dai quattrini al consenso politico; ha conosciuto il dolore come pochi, perché è stato buttato all’opposizione. Ha vinto, ha vinto, ha vinto e ha stravinto. Allora è naturale che a 73 anni l’unica cosa che gli resta da fare è convincere, essere persona che lascia un senso riformatore in questo Paese”. E Pannella: “Io sono convinto che lui non è all’altezza di questa situazione immensa che gli si è creata. Quindi noi come radicali poniamo il problema: a questo punto dobbiamo chiudere il sessantennio partitocratico, fare la follia di dire: vogliamo chiuderlo, costituire il progetto e il governo della rivoluzione liberale.”

Questi sono soltanto alcuni dei passaggi cruciali del colloquio, di cui esiste anche la trascrizione, a destra del video.

Mi sembra valga la pena di un po’ del vostro tempo. E quanto alla fuga, alla noia e compagnia bella, vi consolerete al pensiero di non essere soli a questo mondo, nel caso. O almeno parlo per me. Voi fate un po’ come vi pare. Buon ascolto.

Categories: informazione, interni

Pansa imperdibile

22 settembre, 2009 Lascia un commento

Giampaolo Pansa. Imperdibile sul Riformista di oggi: “Non resta che uccidere il Caimano.” Ecco l’incipit:

L’unica conseguenza positiva del massacro di Kabul è stato il rinvio della grande adunata in difesa della libertà di stampa. Mi rendo conto di affiancare due fatti tragicamente diversi. Da una parte, la morte di sei nostri soldati che in Afghanistan rischiavano la vita anche per la nostra libertà. Dall’altra una manifestazione politica, fondata su presupposti sbagliati. Il vertice della Fnsi, il sindacato dei giornalisti, ha garantito che l’incontro di Roma si terrà fra quindici giorni. Ecco un lasso di tempo utile a riflettere su alcune questioni…

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Anno Zero: niente martiri, prego …

17 gennaio, 2009 Lascia un commento

L’ottimo Luca Ricolfi ha scritto su La Stampa di oggi che è “sbalordito” per quanto ha visto e ascoltato ieri sera ad Anno Zero. L’articolo merita di esser letto e meditato, e personalmente vorrei aggiungere che sono grato a Ricolfi per averlo scritto e per aver interpretato perfettamente lo sdegno del sottoscritto e di innumerevoli altri telespettatori.

Sbalordito per la partigianeria della trasmissione, accuratamente costruita per vedere le buone ragioni dei palestinesi e ignorare quelle degli israeliani. Sbalordito per il pochissimo spazio concesso al ragionamento e l’enorme spazio lasciato alle viscere. Sbalordito per la strumentalizzazione del genuino e umanissimo dolore di due ragazze, una palestinese e una israeliana, cinicamente buttate nell’arena come fanno gli organizzatori di combattimenti fra galli. Sbalordito per l’incapacità di Santoro di ascoltare una critica (a mio parere giustissima, ma comunque cortese e civile) all’impostazione della sua trasmissione. Sbalordito per la violenza con cui il conduttore, abusando del suo potere, ha più volte coperto la voce di chi esprimeva, o meglio tentava di esprimere, opinioni non conformi (Lucia Annunziata, prima; Tobia Zevi verso la fine della trasmissione). Sbalordito per le parole sprezzanti con cui Santoro ha risposto alle argomentazioni di Lucia Annunziata, accusata di ripetere «le solite scemenze» su Annozero, e addirittura di voler acquisire meriti presso qualche potente (presso chi? che cos’è questo modo obliquo di alludere?).

Che altro dire? Bah, niente, niente di niente, nel merito, è perfetto così. Ora mi auguro soltanto una cosa: che Berlusconi e gli altri della maggioranza non trasformino un’altra volta l’ignobile personaggio in un martire. Lo lascino stare, semplicemente. La sua punizione è esistere, la nostra soddisfazione ignorarlo. Che importa se il conto lo paga il cittadino contribuente? Con tutti gli sprechi di questo Paese, non meno scandalosi, non meno vergognosi, questo non ci farà andare in rovina (non più degli altri, cioè). Consideriamo la questione-Santoro alla stregua di uno dei tanti Enti Inutili, che sono lì da 50 anni e tutti lo sanno, e noi continuiamo a pagare, pagare … Qualsiasi cosa, ma niente martiri: gliela darebbero vinta un’altra volta, e questo proprio non possiamo permettercelo.

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Affascinati da Gesù

14 dicembre, 2008 3 commenti

Antonio Socci è bravissimo, lo sappiamo: scrive e ragiona bene (polemista eccezionale), racconta in modo coinvolgente, insomma ti prende, non è uno che passa inosservato. E tuttavia, a volte, la sua verve polemica e il suo latente “fondamentalismo” (uso il termine con “licenza poetica” …) risultano un po’ indigesti anche a coloro i quali, sui contenuti, non avrebbero nulla da obiettare. Detto questo, credo di far cosa gradita a parecchi lettori di wrh rinviandoli alla lettura di questo scritto, apparso nella più recente uscita della Newsletter del Nostro, che io ricevo regolarmente via email essendo abbonato. L’argomento è “Affascinati da Gesù,” dove la fascinazione riguarda i “laici,” gente come Pansa, che cita don Giussani, e, udite udite, Scalari …

Anch’io ci credo, direttore, però …

12 novembre, 2008 Lascia un commento

“Io ci credo” (all’Italia), scrive il direttore del Giornale a quelli che fanno parte della community de ilGiornale.it—come lo scrivente, che per informarsi via Web sottoscrive tutto ciò che di decente e serio, in Italia e soprattutto fuori, si renda disponibile a titolo gratuito …—, invitando tutti a fare altrettanto e a testimoniarlo qui.

E allora eccomi: anch’io ci credo, credo che gli italiani siano migliori di quanto non pensino e non appaiano alla luce di quel che si legge sui giornali o si sente e si vede nei telegiornali, e che dunque possiamo farcela, e che probabilmente ce la faremo. Ma questa fiducia, come suggerisce il “probabilmente,” non è incondizionata. Perché le cose vadano nella giusta direzione bisogna che si verifichino alcune circostanze. Detto in due parole, bisogna che diventiamo un po’ più seri, visto che intelligenza, colpi di genio, capacità pratiche non ci hanno mai fatto difetto, ma quanto a serietà, appunto, i conti non tornano.

Per andare sul concreto, un esempio di scarsa serietà è stata la recentissima vicenda del decreto Gelmini sulla scuola. Un pacchetto assai modesto di “riforme,” tanto che le virgolette sono d’obbligo, che però conteneva alcuni piccoli e tuttavia importanti tasselli di un mosaico. Di un mosaico che però … non c’era, e che invece sarebbe stato indispensabile che ci fosse. Perché le riforme sono “organiche” o non sono, come tutti sappiamo, anche se facciamo finta di non saperlo. E la scuola, che è messa malissimo, non ha bisogno di mezze riforme, che poi erano essenzialmente “tagli,” tanto è vero che sia gli studenti, sia i professori e, penso, le anche le famiglie, hanno respinto in massa il goffo tentativo. E le strumentalizzazioni politiche, che pure ci sono state, non hanno certo influito sulla protesta quanto il governo vorrebbe farci credere: c’era materia più che bastevole su cui contestare e protestare.

Si sono sentite e lette cose, nel corso degli estenuanti dibattiti pubblici, che non stanno né in cielo né in terra: cifre sparate a caso, accostamenti improponibili con sistemi scolastici completamente diversi, e questo ad opera non dei “soliti” giornalisti, ma di esponenti del governo e delle istituzioni, zittiti spesso, e talvolta francamente umiliati, da un preside o una direttrice didattica minimamente al corrente di ciò di cui si stava parlando. Uno spettacolo pietoso, soprattutto, ehm, per chi quei politici li ha votati …

Sull’università, dopo che il Governatore della Lombardia Formigoni aveva preso le distanze dal governo contro i tagli indiscriminati, il governo si è precipitato a spiegare, appena un tantino fuori tempo massimo, che bisogna distinguere tra università virtuose e spendaccione: dirlo prima, e assumere un impegno preciso a non penalizzare chi lavora bene, no, vero? Prima fai risorgere dalle sue ceneri il movimento studentesco e poi ti accorgi che forse hai fatto una cavolata … Si può? Evidentemente sì.

Tremonti, che volente o nolente è il primo responsabile degli incubi notturni (e delle figuracce) della Gelmini, è sicuramente uno bravo. Uno che aveva previsto e capito in anticipo—io La paura e la speranza l’ho letto ed apprezzato, e non lo dico così per dire—quello che stava per succedere al mondo finanziario. Non poteva farsi carico di ciò che sarebbe stato di competenza di qualcun altro: spiegare che i tagli erano sì indispensabili, ma che sarebbero stati fatti a ragion veduta, distinguendo, soppesando, calcolando sacrifici e benefici, ecc. Forse quel qualcuno semplicemente non c’è, non c’è nessuno che sappia con precisione come stanno le cose nella realtà effettuale, e che dunque sia in grado di distinguere tra i rami effettivamente secchi e quelli verdi, anzi verdissimi …

Tutto questo, appunto, non è serio. E allora, se diciamo che possiamo farcela, dobbiamo anche avere il coraggio di cacciare incompetenti e improvvisatori dal governo e dalla Pubblica amministrazione, di scegliere meglio tutti i ministri, di studiare di più, di informarsi di più. “Il diavolo è nei dettagli,” si dice. E sono proprio questi che ci fanno girare a vuoto. E dire che si pensava che la disattenzione per la “verità effettuale della cosa” fosse prerogativa della sinistra, ideologica, astratta e inconcludente.

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