Non è il “razzismo sistemico” che combattono (e che, dati alla mano, non c’è), è un assalto alla civiltà occidentale

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Il mio pezzo pubblicato su Atlantico sabato 27 giugno. L’articolo ha finora ottenuto oltre 3.800 “like“: un risultato di cui ringrazio sentitamente i lettori che hanno voluto esprimere il loro gradimento. E un grazie va anche a tutti gli altri lettori.

La maggior parte degli osservatori e commentatori ha torto: il “razzismo sistemico” e “il peccato americano” della schiavitù c’entrano fino a un certo punto con il movimento dei decapitatori e distruttori di statue. I dati mostrano che la condizione socio-economica degli afroamericani è molto migliorata negli ultimi decenni. E solo il 17 per cento dei manifestanti erano neri, quattro su cinque si identificano con il Partito democratico. In realtà, si tratta di un assalto alla civiltà occidentale nel suo complesso e alle sue glorie e acquisizioni

Qualcuno forse ricorda quando, già nell’agosto 2017, il presidente Trump predisse (tweet, video) che i distruttori di statue non si sarebbero limitati al monumento del capo dei Confederati, generale Robert E. Lee, che avrebbero esteso la loro smania distruttrice alle statue degli ex presidenti e Founding Fathers George Washington e Thomas Jefferson. Quante severe critiche, nonché ironie e sberleffi a non finire ne seguirono sui media mainstream… Ebbene, meno di tre anni dopo, ecco che la profezia si è avverata: siamo passati dai vandalismi ai monumenti confederati alla deturpazione e distruzione – o alla pressante richiesta di rimozione – delle statue di Cristoforo Colombo, dell’ammiraglio David Farragut, dell’abolizionista Matthias Baldwin, del generale della guerra rivoluzionaria americana Philip Schuyler, di un capitano dei Texas Rangers, Jay Banks, del missionario cattolico San Ginepro Serra, di Ulisses S. Grant, comandante in capo dell’esercito dell’Unione, di Francis Scott Key, Abraham Lincoln, George Washington e Thomas Jefferson. L’ultimo misfatto in ordine di tempo è l’abbattimento della statua del colonnello Hans Christian Heg, nientemeno che un immigrato norvegese che morì combattendo per l’Unione e contro la schiavitù. E mentre scriviamo una statua dell’ex presidente Theodore Roosevelt sta per essere rimossa a New York City… [CONTINUA A LEGGERE]

Da New York alla California, i governatori Dem possono prendersela solo con se stessi se mancano posti letto

Le spese allegre per le iniziative politicamente corrette negli Stati governati dai Democratici a scapito di posti letto e forniture sanitarie che oggi sarebbero state molto utili per affrontare il coronavirus.

Il mio pezzo su Atlantico di oggi:

Quanti tra i leaders, i politici, i governi e le autorità sanitarie internazionali sono stati perfetti, finora, nella gestione del cigno nero che va sotto il nome di coronavirus? Nessuno, a quanto pare, anche se qualcuno si è comportato molto peggio della media e qualcun altro molto meglio. Il caso italiano si è rivelato disastroso dal punto di vista della leadership politica di Giuseppe Conte e delle forze di governo, mentre lo score fatto registrare dalle amministrazioni regionali del nord (soprattutto del Veneto) e dalle forze politiche di opposizione è risultato decisamente più positivo. Quanto agli altri Paesi d’Europa, non sembra che la situazione sia stata gestita granché meglio che in Italia. Negli Stati Uniti, a loro volta, non sono stati esenti da errori, anche perché, come tutti, hanno subito i contraccolpi delle menzogne cinesi (e delle mezze verità dell’OMS), che hanno reso tutta questa materia alquanto scivolosa e “fluida”. Insomma, che ci possano essere state sottovalutazioni da parte dell’amministrazione Trump, almeno inizialmente, non deve meravigliare più di tanto, ma il presidente ha saputo prendere ben presto in mano la situazione effettuando due mosse di grande rilievo ed efficacia: il divieto dei voli dalla Cina e, successivamente, con il deteriorarsi della situazione in Europa, anche dei voli dal Vecchio Continente. Poi, ha sbaragliato le pastoie burocratiche che complicavano la vita agli operatori sanitari e rendevano la fruizione di test per il coronavirus esageratamente macchinosa. Dopodiché è arrivato il famoso pacchetto “da tempo di guerra” che sappiamo, con un’iniezione di 2.000 miliardi di dollari per superare la crisi del coronavirus.
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Categorie:america, world

Anche alla luce del Rapporto Horowitz, è arrivato il tempo di cambiare il nostro approccio alle “teorie del complotto”

19 dicembre, 2019 Lascia un commento

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Il mio pezzo su Atlantico Quotidiano di oggi:

Qualche giorno fa, in un’intervista concessa a Chris Wallace di Fox News Sunday, l’ex direttore dell’FBI James Comey ha riconosciuto di aver commesso “errori significativi” nel corso delle sue indagini sulla presunta collusione tra la Russia e la campagna elettorale di Donald Trump nel 2016. Nel contempo, però, ha fermamente respinto le accuse rivolte alla sua persona e al Bureau, ed ha esortato gli americani a continuare a “fidarsi” del principale braccio operativo del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

Secondo Comey, il rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento di Giustizia Michael Horowitz su FBI e Trump è giusto: “Horowitz ha ragione e io avevo torto. Ho le mie responsabilità, come direttore ho confidato troppo nelle nostre procedure.” In sostanza, l’ex direttore del Federal Bureau of Investigations  riconosce che è stato fatto un uso quanto meno disinvolto di un dossier non verificato e inattendibile per ottenere dal tribunale speciale FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act) l’autorizzazione a mettere sotto sorveglianza Carter Page, all’epoca consulente della campagna Trump, per ricavare eventuali prove di collusioni tra l’allora candidato repubblicano e la Russia. Tuttavia, Comey sostiene che alla fin fine il rapporto ha reso giustizia all’FBI dal momento che non ha sposato le teorie cospirative secondo le quali tutta la vicenda altro non è che un tentativo di colpo di stato orchestrato dal deep state… Forse, però, le cose non stanno esattamente così. (…) CONTINUA A LEGGERE

Categorie:america, esteri, world

Le due Americhe si sfidano anche negli stadi: mai così distanti, divise, nemiche

23 novembre, 2019 Lascia un commento

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Il mio pezzo su Atlantico del 12 novembre scorso:

…Sabato 9 novembre, è in corso una partita di football americano al Bryant-Denny Stadium, Alabama, tra la squadra padrona di casa, cioè quella della University of Alabama, e quella della Louisiana State University; alle 12:10, durante un timeout, il Presidente degli Stati Uniti e la First lady, che hanno appena preso posto nel box riservato di un facoltoso imprenditore edile del luogo, vengono inquadrati dalle telecamere dello stadio e mostrati sui maxischermi; accade qualcosa che visibilmente sorprende anche il presidente: dal pubblico (posti a sedere 101.821) si leva un boato assordante e prolungato di applausi, una scena dal sapore epico… Uno sparuto manipolo di disperati azzarda un timido “buu” ma viene immediatamente sommerso dagli altri 100 mila che scandiscono in coro “USA, USA”. Al presidente e alla First lady non resta che sventolare un fazzoletto in segno di gratitudine e unirsi all’applauso… CONTINUA A LEGGERE

 

La Los Angeles liberal come la Roma dei 5 Stelle: ideologia green, incendi, inefficienze e topi

5 novembre, 2019 Lascia un commento

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Oggi su Atlantico (mio pezzo):

Come tutti sanno, la California sta vivendo giorni terribili, con le fiamme che lambiscono sia la Città degli Angeli—la megalopoli grande un po’ meno del Friuli Venezia Giulia e un po’ più della Liguria, ma con una popolazione pari a quella della Lombardia e del Veneto messi insieme—sia San Francisco, la bella e romantica città del Golden Gate Bridge e delle mille colline. Decine di migliaia di persone evacuate, tra cui Arnold Schwarzenegger e la star della Nba, LeBron James, centinaia di migliaia di ettari di terreni agricoli e vigneti distrutti… Un’apocalisse, a meno di un anno da un disastro analogo dal quale il Golden State non si era ancora ripreso. E, come se non bastasse, anche a fronte di previsioni ancor più nefaste, sono arrivati i blackout “intenzionali” (cioè preventivi) di 48 ore per oltre due milioni di californiani in 36 contee (un milione solo nella Bay Area).

Mentre scrivo, un amico di Facebook posta la notizia, diffusa da Usa Today, che The Ronald Reagan Presidential Library, collocata a Simi Valley, nel sud dello stato, si è salvata per un pelo dall’andare in fumo, e questo non grazie all’intervento o alla preveggenza dell’uomo, bensì in ragione di un repentino cambio di direzione del vento, nonché del provvidenziale contributo di un gregge di capre che aveva provveduto ad alleggerire il terreno circostante dall’abbondante vegetazione, creando in tal modo una barriera al fuoco… Insomma, un campionario di notizie allarmanti, sconcertanti, talvolta inimmaginabili, come se non più di quelle che nei mesi scorsi ci raccontavano di una Los Angeles sanctuary city nonché conclamata capitale degli homeless people d’America (che di recente hanno raggiunto il numero record di 59 mila persone), in cui le montagne di rifiuti crescono a vista d’occhio, e con esse il numero dei topi e quel che ne consegue sotto il profilo igienico-sanitario (tifo, peste bubbonica, ecc.)… CONTINUA A LEGGERE

The Naked Cowboy and the President

18 ottobre, 2019 Lascia un commento


Il mio pezzo su Atlantico di oggi:

Che l’America sia, oltre a tutto il resto, la patria delle moderne libertà, è cosa assodata e certa, tanto che nessuno mette in dubbio che, se c’è una nazione al mondo in cui la stravaganza, in tutte le sue articolazioni, è non solo accettata di buon grado, ma anche rispettata e ammirata, per dire, quasi quanto la ricchezza o il talento, questa è proprio the land of the free and the home of the brave (“la terra dell’uomo libero e la casa del coraggioso”, come recita il suo inno nazionale), gli Stati Uniti d’America. Ne abbiamo avuto una prova, l’ennesima, in quanto è accaduto un po’ di giorni fa a Times Square, nel cuore di New York City. Ma procediamo con ordine.
Innanzitutto, bisogna sapere chi è Robert John Burck, uno dei due personaggi coinvolti nell’episodio… CONTINUA A LEGGERE

 

Categorie:america, musica

E continuiamo a rimpiangerla…

15 settembre, 2019 Lascia un commento

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“La rimpiangeremo”, questo era il titolo e il succo di un post che scrissi il 15 settembre 2006, giorno della scomparsa di Oriana Fallaci. Tredici anni dopo lo ripubblico cambiando soltanto il titolo.

Quando La rabbia e l’orgoglio uscì sul Corriere, Oriana Fallaci, per me, e ovviamente per un sacco di altra gente, era già una vecchia conoscenza libresca. Non che avessi letto tutto, ma penso che Un uomo e Intervista con la storia possano bastare per farsi un’idea e per apprezzare il giusto. A me bastarono, per cause di forza maggiore (non si può leggere tutto ciò che ci piacerebbe leggere), pur essendomi rimasta dentro la nostalgia delle cose non lette. Ma l’approccio alla vita di Oriana era piuttosto lontano dal mio, tante cose mi dividevano da lei, e dunque quella grande donna (e immensa giornalista, nonché brillante scrittrice) non poteva entrare nel pantheon dei miei eroi intellettuali.

Oggi che molti la piangono (non tutti, non gli estremisti islamici e i “pacifisti” di ogni contrada dell’universo, ad esempio), ovviamente la piango anch’io. O meglio ancora, visto che oltretutto—almeno così mi pare—non si possono versare fiumi di lacrime per la dipartita di persone che non si sono conosciute personalmente, la rimpiango. Penso che soprattutto mancherà a molti, a me certamente, la “scompostezza” del suo grido d’allarme contro ciò che minaccia più seriamente la nostra civiltà un po’ infiacchita, la forza e la passione con cui ha preso in mano il vessillo delle nostre libertà e lo ha sventolato rabbiosamente sotto il naso del nemico (interno ed esterno).

Credo che sarà dura fare a meno di un’atea incallita che, ai primi lugubri squilli di tromba che annunciavano l’imminente Armagheddon—così almeno la vedeva lei—, ha saputo persino rivalutare, con genuina commozione, i cari vecchi rintocchi delle campane, il simbolo acustico di una tradizione cristiana a lei profondamente estranea, e ha cominciato lei stessa a suonarle, quelle campane, come nessuno da qualche secolo in qua, probabilmente, aveva mai osato fare, con la foga non certo di un sagrestano o di un frate buontempone, ma semmai con quella di un monello di strada, o di una partigiana infuriata. In guerra, del resto, tutto fa brodo: se le campane possono svegliare il villaggio dormiente, allora suoniamole, come sappiamo, anche senza grazia, col cuore gonfio di rabbia e di orgoglio. E di amore per il proprio Paese, nonché per un mondo che all’Italia deve qualcosa.

A quello scampanio forsennato molti si sono destati, altri si sono rinfrancati, altri ancora hanno perlomeno cominciato a domandarsi se per caso qualcosa di grave stesse succedendo. Mica è poco. Non fosse altro che per questo Oriana meriterebbe un posto nella Storia. Ma ovviamente c’è molto di più. Ci sono i libri e gli articoli scritti prima dell’11 settembre. Insomma, la rimpiangeremo, chi per una ragione chi per un’altra. E chi per tutte quelle ragioni messe insieme.

Cosa c’è di eccezionale nell’eccezionalismo americano e le cause della sua crisi

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Il mio pezzo su Atlantico di oggi:

Agli americani piace pensare di essere un popolo eccezionale, ed in effetti lo sono. Essi parlano di se stessi come di una nazione che irradia la propria luce dalla “porta d’oro” di Ellis Island, donne e uomini che “hanno amato il proprio Paese più di sé stessi, e la misericordia più della vita”, come recita “America the Beautiful”, la bella poesia di Katharine Lee Bates diventata canzone e quasi-inno nazionale degli States. Quello che viene chiamato “l’ecezionalismo americano” è quasi diventato un moderno banco di prova politico… ma che cos’è, e che cosa c’è di eccezionale nell’eccezionalismo americano?

Questo è più o meno l’incipit di un lungo articolo (quasi diecimila parole) che Allen C. Guenzo, Henry R. Luce Professor di Storia della guerra civile presso il prestigioso ed esclusivo Gettysburg College, in Pennsylvania, ha pubblicato qualche giorno fa sull’altrettanto prestigioso City Journal, emanazione del think tank newyorchese Manhattan Institute for Policy Research. Lo scopo dell’articolo è precisamente quello di rispondere alla domanda di cui sopra… [CONTINUA A LEGGERE]

Come e perché Trump ha mandato fuori di testa le celebrities liberal

Il mio pezzo su Atlantico di oggi:

Chi osserva con un po’ di attenzione le cose d’Oltreoceano, anche senza bisogno di essere un professionista dell’informazione o un esperto di scienze comportamentali, non avrà potuto fare a meno di constatare sino a quali livelli di barbarie verbale (e iconografica) si siano spinti di recente gli odiatori del presidente Trump che si annidano nel mondo della cultura e dello show business. Tanto che, guardando il tutto dal punto di vista delle persone normali e di buon senso, si è combattuti, pirandellianamente, tra lo sgomento per situazioni e comportamenti che ci fanno inorridire e l’ilarità che è prodotta dallo strampalato intreccio di tragico e grottesco che quella realtà ci propone… CONTINUA A LEGGERE

UPDATE 18/06/2019 Anche su ITALIA OGGI (grazie, onoratissimo!)

Categorie:america, costume, esteri, world

Los Angeles è una città sommersa dai rifiuti

L’articolo su Los Angeles pubblicato il 7 giugno scorso su Atlantico è stato ripubblicato da Italia Oggi.

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