Se la sinistra sta vincendo la guerra culturale è perché ha vinto nel gioco della semantica

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Il mio pezzo su Atlantico Quotidiano di oggi:

È di venerdì scorso, primo di ottobre, la notizia diffusa dalla Associated Press che un giudice federale americano, rifiutando la raccomandazione dei pubblici ministeri, ha condannato un rivoltoso del 6 gennaio alla libertà vigilata e ha suggerito che il Dipartimento di Giustizia è troppo duro con coloro che hanno fatto irruzione in Campidoglio rispetto alle persone arrestate durante le proteste antirazziste seguite all’omicidio di George Floyd. Il giudice della corte distrettuale degli Stati Uniti Trevor McFaddensi si è chiesto, in particolare, perché i pubblici ministeri federali non abbiano intentato più cause contro gli accusati nelle proteste estive del 2020, anche alla luce delle statistiche sui casi di sommossa nella capitale che non sono stati perseguiti.

Questo ha riportato inevitabilmente alla mente di chi scrive quando l’ex presidente George W. Bush ha paragonato gli “estremisti interni” ai terroristi islamici nel suo discorso sul 20° anniversario dell’11 settembre. “Abbiamo visto prove crescenti che i pericoli per il nostro Paese possono venire non solo da oltre i confini, ma anche dalla violenza che si accumula all’interno”, ha affermato. “C’è poca sovrapponibilità culturale tra estremisti violenti all’estero ed estremisti violenti in patria”, ha ammesso (bontà sua), “ma nel loro disprezzo per il pluralismo e per la vita umana, nella loro determinazione a contaminare i simboli nazionali, sono figli dello stesso spirito ripugnante”. In altre parole, è come se gli attacchi dell’11 settembre fossero essenzialmente la stessa cosa della rivolta di tre ore del 6 gennaio, come se le persone che hanno messo in atto l’11 settembre “fossero dello stesso spirito ripugnante” dei sostenitori di Trump. Come ha affermato il giornalista Glenn Greenwald parlando al talk show di Tucker Carlson su Fox News, ciò che Bush ha detto suggerisce che i rivoltosi del 6 gennaio dovrebbero essere trattati come quelli di al Qaeda. Naturalmente, tutto ciò “è musica per le orecchie dei liberal americani, i quali non vogliono altro che una nuova guerra interna al terrore, cioè trattare i loro avversari politici come l’amministrazione Bush ha trattato al Qaeda”.

Strano, non è vero? Come può un ex presidente repubblicano arrivare a tanto? Come può una persona sana di mente confrontare l’11 settembre e il 6 gennaio? Ma tant’è… [CONTINUA A LEGGERE]

La sinistra e il controllo del linguaggio

Una sfida mortale. Il mio pezzo su American Thinker di oggi.

L’ascesa del “Woke” nel Regno Unito: marxismo culturale in salsa razziale e gender

Il mio pezzo su Atlantico di oggi:

“È nato negli Stati Uniti ed è parente stretto della Critical Race Theory (di cui abbiamo già avuto modo di parlare qui un mesetto fa) e del movimento Black Lives Matter, e si chiama “Woke” o “Wokeism”, alludendo a un presunto “risveglio” degli adepti da un altrettanto presunto sonno della ragione che affliggerebbe i bianchi e in genere tutte le persone normali… Di fatto si potrebbe pure spicciativamente affermare che questo fenomeno – di cui per altro ci siamo già occupati qui – non è altro che l’ennesima reincarnazione del marxismo culturale, stavolta in salsa razziale, gender, ecc. Adesso ha varcato l’oceano e ha trionfato negli stadi di calcio ai recenti campionati europei con la pantomima degli inginocchiamenti a un tanto al chilo. Nel Regno Unito pare stia spopolando, come attestato da una ricerca sul campo svolta dal famoso e rispettato sondaggista-polititologo americano Frank Luntz.

“I nostri sondaggi”, ha scritto Luntz qualche giorno fa sul britannico Daily Mail, “hanno coperto una vasta gamma di argomenti, dalla politica all’economia, dalla società alla cultura, in collaborazione con il Centre for Policy Studies, il think-tank co-fondato da Margaret Thatcher. Avevamo una missione semplice: ascoltare ciò che tutti i britannici pensano e sentono veramente, non solo quelli rumorosi con i loro megafoni abilitati per i social media, e poi riportare i risultati”.

Ebbene, il sondaggio ha rilevato che quando viene chiesto di scegliere tra le affermazioni “Il Regno Unito è una nazione di uguaglianza e libertà” e “Il Regno Unito è una nazione istituzionalmente razzista e discriminatoria”, il 37 per cento degli intervistati afferma che si tratta di un Paese razzista, mentre se chiedi se la società britannica “offre alle persone un’equa possibilità di affermarsi a quelli che lavorano sodo e si assumono le proprie responsabilità” oppure se “è piena di ingiustizie e disuguaglianze che limitano pesantemente troppe persone”, il 42 per cento – e il 58 per cento degli elettori laburisti – afferma che il Paese è pieno di ingiustizie e disuguaglianze… CONTINUA A LEGGERE

Il mio secondo articolo su American Thinker

Un mio pezzo su American Thinker

Un mio pezzo su American Thinker! Devo dire che è una bella soddisfazione scrivere su una rivista di cui innumerevoli volte ho citato gli articoli nei miei scritti, la più ricca e interessante tra quelle in lingua inglese e una continua fonte di ispirazione e aggiornamento su ciò che succede in America…

Categorie:america, europa

La Teoria critica della razza, l’ideologia che sta intossicando l’America (e l’Occidente)

Il mio pezzo su Atlantico Quotidiano di oggi:

In un suo recente tweet, l’ex segretario di Stato Mike Pompeo ha scritto che la cosiddetta Critical Race Theory (teoria critica della razza) “fa parte del tentativo della sinistra radicale di iniettare il socialismo in ogni aspetto della nostra vita e indottrinare la prossima generazione di americani”. L’allarme di Pompeo si conclude con un’esortazione che lascia presagire un futuro piuttosto fosco: “We cannot allow our military leaders to be subjected to an un-American curriculum” (non possiamo permettere che i nostri capi militari siano soggetti a un curriculum non-americano).

Il dibattito nazionale sulla CRT si è aperto con gran clamore solo recentemente, anche se in America è un concetto accademico che affonda le sue radici negli anni ’60 e ’70 e ha ufficialmente visto la luce nel 1989. L’argomento è esploso nell’arena pubblica questa primavera, specialmente in ambito educativo — nel segmento scolastico che va dalla scuola materna a quella secondaria, o K-12, come viene definito nel sistema formativo statunitense — poiché numerose legislazioni statali hanno varato o stanno progettando leggi che intendono vietare l’applicazione/l’insegnamento in classe della teoria medesima.

Relegata per molti anni nelle università e in oscure riviste accademiche, negli ultimi dieci anni la CRT è diventata in pratica la nuova ortodossia istituzionale americana, cioè l’ideologia predefinita nelle istituzioni pubbliche del Paese. L’idea centrale è che il razzismo è un costrutto sociale e che non è semplicemente il prodotto di prevenzioni o pregiudizi individuali, ma anche qualcosa di incorporato nei sistemi legali e nelle politiche… [CONTINUA A LEGGERE]

La woke supremacy: il suprematismo dei “risvegliati” è oggi il più pericoloso in America (e non solo)

Il mio pezzo su Atlantico Quotidiano di oggi:

Come sanno tutti coloro che seguono un po’ le cose americane, negli Stati Uniti è tutto un tripudio di neologismi, nuovi brand socio-politici e politico-giuridici, definizioni stravaganti, sigle… In almeno un caso si dà anche il caso di un autentico mostro grammaticale: l’espressione woke, che viene usato come aggettivo (col significato di “consapevole” e “ben informato”) mentre sarebbe una forma verbale (il past tense di to wake, che significa “svegliare”, “svegliarsi”, “risvegliarsi”).

In uso da qualche anno, il termine è cresciuto vertiginosamente in popolarità da quando è sulle bocche dei militanti della sinistra per denotare essenzialmente l’essere vigili di fronte a fenomeni di ingiustizia sociale e razzismo. Il movimento radicale – e gettonatissimo brand – Black Lives Matter (BLM)ad esempio, lo ha abbracciato con entusiasmo, mentre Tim Scott, senatore repubblicano e di colore del South Carolina, con un colpo di genio linguistico gli ha affiancato un sostantivo, coniando la nuova espressione woke supremacy (che evoca l’odiatissima white supremacy), con riferimento alla auto-persuasione delle persone di estrema sinistra che le loro opinioni siano più importanti o valide di quelle di coloro che la pensano diversamente.

E proprio del fenomeno cui fa riferimento questa nuova espressione si è nei giorni scorsi occupato il website cattolico Crisis Magazine, con un pezzo che fa riflettere, a firma di R.C. VanLandingham e intitolato “La minaccia della woke supremacy. I movimenti suprematisti sono pessimi, argomenta VanLandingham. Lo sono, ovviamente, quelli basati sull’idea di una supremazia razziale. Ma, attenzione, possono esserlo anche quelli che vertono sulla persuasione di una supremazia ideologica.… [CONTINUA A LEGGERE]

Categorie:america, world

I disastrosi 100 giorni di Biden: noia e cinismo, le armi segrete di Sleepy Joe per ridisegnare l’America

Il mio pezzo su Atlantico Quotidiano di ieri:

Chi meglio di ammiratori troppo entusiasti o di semplici adulatori può evidenziare le ragioni per cui l’oggetto di venerazione, lungi dal meritare gli elogi che gli vengono troppo generosamente tributati, è invece altamente tossico? Probabilmente nessuno. L’esempio più recente di questa verità ce l’ha regalato la solenne eulogia scritta per i primi cento giorni di Joe Biden alla presidenza da Jonathan Chait per la sua rubrica (“The National Interest”) sul New York, il magazine concorrente del New Yorker – e altrettanto liberal. “Durante i primi cento giorni della presidenza di Joe Biden – scrive Chait – i Repubblicani si sono resi conto che l’uomo che il loro portabandiera scherniva come Sleepy Joe è un formidabile avversario. E la qualità che lo ha reso così efficace fino a questo punto è – ebbene sì – la sua sonnolenza”.

Nella sua comunicazione pubblica, Biden ha ottenuto il massimo risultato con il minimo sforzo: le sue interviste sono rare e per lo più prive di notizie. La sua retorica non solo manca di qualità galvanizzanti, è decisamente sedativa. E se i Repubblicani non hanno alcuna possibilità di fermare Biden è perché li sta annoiando a morte. Ricordate il suo discorso inaugurale? Egli ha esortato il suo Paese all’unità, a “smettere di gridare” e “abbassare la temperatura”, ma subito dopo ha portato avanti politiche drastiche, ha operato scelte drammatiche, a suo dire per riparare dei mali antichi. “La politica – disse – non deve essere un fuoco violento che distrugge ogni cosa sul suo cammino. Ogni disaccordo non deve essere motivo di una guerra totale”. Ma l’azione è andata esattamente nella direzione opposta. Un cinico, suggerisce Chait, può sospettare che la visione idealistica e “rilassata” del presidente, in cui tutti si mettono tranquilli mentre lui firma una serie di leggi che comportano spese a 13 cifre, contenga più di un pizzico di quella che in Italia chiamiamo “paraculaggine”. Ebbene, confessa il Nostro, “questa è un’ipotesi terribilmente stanca da fare su Saintly Joe Biden [come lo ha recentemente definito Donald Trump, ndr]. Ma quel sospetto non sarebbe completamente sbagliato. In un certo senso, è proprio questo il punto”.

In altre parole, il messaggio – e il succo di tutto il ragionamento – è il seguente… [CONTINUA A LEGGERE]

Categorie:america, world

Cancel Culture, l’idiozia è il nuovo standard: un favore ai nemici esterni e interni dell’America

24 marzo, 2021 2 commenti

Il mio pezzo su Atlantico Quotidiano di oggi:

Non più tardi di cinque o sei anni fa, chi avrebbe mai pensato che le piattaforme dei social media dominanti d’America, come Facebook, Google-YouTube e Twitter, avrebbero attaccato i diritti del Primo Emendamento impegnandosi a mettere a tacere un numero enorme di loro utenti tramite censura, cancellazione e deplatforming? Di tutte le maledizioni che si potevano abbattere sugli Stati Uniti d’America, la censura e la cancel culture sono forse le peggiori.

Ma questi due fenomeni del nostro tempo non avrebbero mai oltrepassato il livello di guardia se non si fossero sommati ad un altro flagello biblico, non meno devastante, un fiume in piena che da qualche mese a questa parte ha rotto tutti gli argini e sta dilagando in tutto il Paese. Ne ha parlato qualche giorno fa, su American Thinker, un tale che utilizza lo pseudonimo A.C. Smith e che ha giustamente ritenuto opportuno ricordarci un film del 2006, Idiocracy, commedia di ambientazione fantascientifica in cui viene rappresentato uno scenario distopico del futuro dove, a causa della maggiore prolificità degli idioti, il livello di intelligenza medio raggiunge livelli talmente bassi da mettere addirittura a rischio la sopravvivenza del genere umano.

Nell’America raffigurata dal film, qualunque cosa somigliasse alla ragione e alla logica era stata del tutto abbandonata. “Nel corso dei decenni i fondamentali erano precipitati così in basso che i contadini annaffiavano i loro raccolti con Gatorade invece che con l’acqua e le persone si comperavano lauree di risulta al supermercato”…

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Categorie:america

FINE DELLA LIBERTA’ DI PENSIERO

[Dal mio profilo Facebook *] Allora, come molti di voi sanno, ho scritto un libro che è stato pubblicato a inizio mese. Questo libro ha due particolarità: è in inglese e parla di idee – ovvero di fatti della vita, di poesia, natura, storia e politica, raccontati e discussi nelle loro ricadute sulle nostre visioni del mondo. Non un libro “facile”, né per tutti, nel senso che non è per lettori che vogliono essere semplicemente intrattenuti, o che si aspettano dalle pagine delle risposte precise ad esigenze altrettanto ben individuate. Un libro scritto per gente che vuole innanzitutto pensare, riflettere: una minoranza, gente che mette al primo posto non fatti, cose e persone che fanno fatti e cose, ma idee, concetti e visioni del mondo (che poi inevitabilmente hanno ricadute nelle vite, nelle storie individuali e collettive, cioè nel mondo in cui viviamo).

Che fare, dunque, dopo aver scritto un libro con queste caratteristiche? La risposta è ovvia: far sì che venga letto dal tipo di lettori ai quali è destinato. Ora, tra le altre cose che si possono fare ce n’è una abbastanza scontata e che ha a che fare con i social media: pubblicizzare il libro su Facebook. Ebbene, come titolare di due “pagine”, oltre che di questo profilo personale, erano giorni che ero perseguitato dalle profferte del gigante di Palo Alto (credito pubblicitario in omaggio dopo il primo acquisto), dalla mattina alla sera spot continui… Alla fine ho ceduto: perché non esplorare questa possibilità? Così mi sono addentrato nella procedura prevista, ma… niente da fare! Spot respinto. Perché? Semplice, nel libro ci sono contenuti politici (loro lo sanno, sanno tutto, grazie ai famosi algoritmi), il che richiede una procedura specifica e supplementare: vogliono la foto di un tuo documento di identità perché sei in grado di “interferire” sulle elezioni, e dunque vogliono sapere esattamente chi sei, e inoltre ci vuole un “disclaimer” in cui ti assumi la responsabilità e dichiari che lo spot l’hai pagato tu (o la tale o tal altra azienda con tanto di dati legali). Ora, personalmente non ho problemi ad assumermi le mie responsabilità, non sono uno che agisce nell’anonimato, e quindi ci può stare che do il documento, anche se la cosa mi sembra un tantino grottesca, un po’ esagerata data l’entità del “prodotto” in oggetto, ma in qualche modo uno si sente anche lusingato di potere “interferire” nelle elezioni… 😉

Ma questo, cari amici, non è niente. Dovete sentire il resto. Dunque, come vi dicevo il libro è in inglese, quindi il target sono i lettori anglofoni, cioè americani, canadesi, britannici, australiani, ecc. Ebbene, la procedura prevede che l’invio del documento e il disclaimer siano da ripetersi per ogni singolo stato, il che sarebbe già abbastanza seccante, ma la mazzata finale è data dal fatto che per abilitare la pubblicità negli Usa devi indicare anche un indirizzo postale in loco (e non una semplice casella postale, proprio un indirizzo fisico con tanto di via, numero, codice postale, città), al quale verrà inviata una lettera ovviamente cartacea contenente un link cliccando il quale la procedura verrà sbloccata. In pratica, se non sei americano non puoi pubblicizzare il libro presso gli utenti di Facebook di quel Paese. Di conseguenza io potrò pubblicizzare il libro solo tra gli utenti che vivono in Italia. Capite? Tutto questo, immagino, per impedire che dalla Russia (o chissà, dal Tibet o dall’accidente che vi pare) possano inondare l’America di messaggi pro-Trump e alterare il prossimo voto, senza contare che uno stato estero ha mille possibilità per aggirare l’ostacolo dell’indirizzo postale. Mentre chi viene colpito sono i comuni cittadini che esprimono liberamente delle idee e che desiderano farle circolare liberamente.

Morale della favola: si tratta di un colpo senza precedenti, nella storia americana, alla libertà di pensiero e alla libera circolazione delle idee. Quale sarà il prossimo passo verso la soppressione del dissenso? Dobbiamo rassegnarci a vivere in un mondo nel quale le idee che non piacciono all’establishment non possono più circolare se non clandestinamente, come nella defunta Unione Sovietica e nella Repubblica Popolare Cinese o nella Corea del Nord dei nostri giorni? Kim Jong-un e Xi Jinping come Joe Biden e Mark Elliot Zuckerberg? Si potrebbe obiettare che queste pesanti limitazioni colpiscono chiunque (conservatori, progressisti, “destri” e “sinistri”) allo stesso modo. Vero, ma attenzione, chi ne fa maggiormente le spese non è la sinistra, che ha già il supporto dell’80% dei media, ma i conservatori, la cui forza mediatica consiste principalmente, se non quasi esclusivamente, nella loro radicata e robusta presenza nei social media. Il tutto mi sembra molto “scientifico”. Ma Facebook non si illuda: non ce ne andiamo, non ci arrenderemo mai.

* Questo post, con alcune modifiche e aggiunte, è diventato un articolo per Atlantico Quotidiano del 2 marzo 2021.

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