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La laicità sopravviverà alla scomparsa dei crocifissi?

Un grazie ad Attentialcane per aver segnalato un intervento particolarmente originale ed interessante del prof. Luca Diotallevi sul tema dei crocifissi nei luoghi pubblici. Lo copio/incollo (per praticità , anche se sarebbe già  disponibile online presso il sito del Foglio) e lo raccomando all‒attenzione di tutti coloro che hanno affrontato l’argomento in questi giorni di serrato dibattito sui blogs. Un dibattito che ha visto alternarsi interventi che in gran parte, a mio modesto avviso, fanno onore ad una “€œcategoria”€ che qualcuno vorrebbe considerare dedita esclusivamente a pratiche poco onorevoli, e comunque piuttosto sterili.

Non posso citarli tutti, i bloggers che hanno detto la loro, perché sarebbe un elenco troppo lungo. Alcuni li ho già  menzionati in precedenti post. Tra tutti, comunque, per originalità  e forza di persuasione, voglio dire che mi ha particolarmente colpito questo, che mi pare esprima un sentire profondo, qualcosa che mi ricorda il sentimento dell’€™amicizia. Che c’€™entra e molto con l’argomento di cui ci stiamo occupando.

Chi ha detto, infatti, che si tratta solo ed essenzialmente di una questione politica, culturale e filosofico-teologica?

Buona lettura e buona giornata!

 

——–

Da Il Foglio del 29 ottobre 2003

Una domanda, la laicità sopravviverà alla scomparsa dei crocifissi?

Al direttore – Abbiamo ascoltato molti argomenti “di quantità” e “di esemplarità” in difesa dei diritti della religione nel dibattito sul crocifisso di Ofena. Si è invocata l’identità della maggior parte degli italiani, si è invocato il significato morale della testimonianza del Crocifisso.

Non si può certo negare valore a queste ragioni, ma è anche vero che, in questo modo, del crocifisso si salva la natura di simbolo culturale (con gli argomenti “di quantità”) o morale (con gli argomenti “di esemplarità”). Credo però valga la pena domandarsi se quel crocifisso può ancora avere per tutti il valore di segno religioso. In fondo, si tratta di capire la differenza tra l’“under God” americano e quel nostrano “non possiamo non dirci cristiani” che spesso racchiude un sussiego idealista o azionista verso la religione, riducendola a ingrediente di un mix culturale sul quale la sola ragione potrebbe ergersi.

Tralascio di giustificare perché al costituirsi e al mantenersi di una società dia un contributo anche la religione. Da considerare seriamente è invece che questa nostra società occidentale e le sue laiche istituzioni politiche sono, prima che il parto di una astratta “Ragione”, il prodotto di una storia nella quale e per la quale il cristianesimo ha offerto un contributo molto significativo.

E’ la laicità stessa che ha radici storiche e sociali le quali affondano in un humus cristiano (ed ebraico), per quanto paradossale ciò possa sembrare. Non altrove che in società a radici religiose ebraico-cristiane possiamo rinvenire culture, modelli di comportamento e istituzioni che sostengono un regime non solo di tolleranza ma di amicizia nei confronti del diverso, del diversamente pensante, del diversamente credente (o non credente).

La società “aperta” è prodotto di una storia anche e non marginalmente cristiana, più o meno come l’idea di universalità è prodotto di un pensiero particolarissimo.

Tra il crocifisso e la laicità vi è tutt’altro che contraddizione. Il crocifisso è segno religioso che dentro una chiesa ricorda la necessità di un limite alla eventuale prepotenza religiosa, mentre negli spazi pubblici è evocazione religiosa della necessità di un limite al potere di qualsiasi “Cesare”, potere che proprio il crocifisso desacralizza e definitivamente riduce allo stato laicale.

Una società libera e “aperta” ha bisogno di adeguate radici religiose e, per ora almeno, atte allo scopo se ne sono conosciute solo di cristiane.

La presenza del crocifisso negli spazi pubblici può essere difesa anche come presenza di un segno religioso (e non solo di un simbolo culturale o morale). In questo senso, e con grande rispetto, si può anche affermare che il crocifisso è negli spazi pubblici un segno religioso posto a tutela dei diritti dei non cristiani non meno che di quelli dei cristiani, non è la bandiera di una maggioranza ma la misura altissima di un condiviso presidio della libertà, misura lentamente maturata proprio in queste società dalle radici religiose ebraico- cristiane. Il crocifisso ricorda che se Dio si autolimita di fronte alla libertà dell’uomo, nessun altro può concedersi deroghe.

Forse ci dovremmo chiedere più seriamente se la laicità può sopravvivere alla scomparsa dei crocifissi.

Ci sono dunque ragioni culturali ed etiche, ma anche religiose, per comprendere e difendere il crocifisso come segno di alcune delle radici storiche del regime entro cui vogliamo vivere. Il crocifisso è memoria della tradizione cristiana quale condizione e non ostacolo alla libertà religiosa, come ha insegnato il Concilio con la “Dignitatis Humanae”, e poi Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Luca Diotallevi
docente di Sociologia dell’organizzazione all’Università di Roma III

Categorie:culture autoctone
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