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Fecondazione : Panebianco e Severino

Angelo Panebianco oggi, Emanuele Severino ieri (con un’intervista). Il Corriere è stato all’altezza in materia di fecondazione assistita. Vale la pena di riproporre per intero entrambe le riflessioni (oltretutto Panebianco richiama espressamente l’intervista di Severino), prima che vadano nel dimenticatoio. Eccole qua :

 

Il limite ragionevole

 

Angelo Panebianco

 

Corriere della Sera, 12 dicembre 2003

 

Come ai tempi dei conflitti sul divorzio e sull’aborto l’approvazione della legge sulla procreazione assistita, e cioè artificiale, ha scatenato una valanga politica i cui effetti si sentiranno a lungo. Come sempre quando intervengono, ed è questo il caso, fenomeni di «politicizzazione della morale» le divisioni sono esasperate, militarizzate e scompare ogni spazio possibile per il dubbio che pure, di fronte alla complessità del problema, dovrebbe sempre essere lecito rivendicare e coltivare. Credo abbia ragione Emanuele Severino quando afferma, sul Corriere di ieri, che in questa vicenda si sono scontrati due dogmatismi al fondo molto più simili fra loro di quanto i protagonisti siano disposti a riconoscere. Lo scontro è stato fra coloro, i cosiddetti laici, che non vogliono porre alcun limite (se non quello che eventualmente si autoassegna la coscienza individuale) alle possibilità procreative offerte dalla tecnica e coloro, i cattolici soprattutto, che pretendono di imporre limiti così potenti da innalzare al massimo la difficoltà del ricorso alla tecniche procreative. Ciò che è rovinosamente mancato è stato, da una parte e dall’altra, il riconoscimento della necessità di convergere nella ricerca di «limiti ragionevoli», in un punto ideale di mediazione fra le esigenze della comunità e il rispetto della libertà individuale . Purtroppo, ciò avrebbe richiesto una attitudine pragmatica, anziché ideologica, nei confronti dei problemi posti dalla procreazione assistita, e su effetti e conseguenze delle norme di legge che si stavano varando. Ma tale attitudine pragmatica è estranea alla nostra tradizione.

 


I laici e i cattolici, non riconoscendo neppure un grammo di dignità nella posizione della parte avversa, e negando l’evidenza, ossia i punti di debolezza della propria posizione, hanno finito per andare a un muro contro muro il cui prodotto è oggi una cattiva legge.

 


I laici non hanno compreso che pretendere di conferire la dignità di «diritto» a qualunque desiderio il progresso tecnico-scientifico sia in grado di soddisfare è sbagliato, e soprattutto pericoloso, quando l’oggetto dell’intervento tecnico è la vita. Nel manifesto firmato da diversi scienziati contro la legge testé varata si rivendica il diritto dei cittadini di essere completamente liberi di scegliere non solo se avere figli, quando e quanti ma anche come averli. Ma rivendicare per l’individuo il totale diritto di scelta sul come significa sostenere che nessun limite deve essere posto. Se non che, la potenza della tecnica rende inaccettabile questa posizione. Da lì si arriverebbe infatti (sarebbe sufficiente solo qualche ulteriore sforzo «tecnico») a forme di eugenetica, di selezione della razza, al «diritto» di ciascuno di farsi un figlio con le caratteristiche che preferisce. E’ questa la sostanza della obiezione, morale prima ancora che politica, non solo dei cattolici ma anche di alcuni laici (come Giuliano Ferrara) in sintonia con gli orientamenti della Chiesa. A me pare, francamente, un’obiezione ragionevole.

 


Ma anche la posizione dei cattolici è risultata debole. Essi hanno pensato di imporre con la forza della legge la propria visione morale anche a chi non la condivide. Anziché cercare un terreno comune fra cattolici e laici, un minimo comun denominatore (per esempio, sul divieto assoluto di commercializzazione degli embrioni), i cattolici hanno preteso troppo, hanno puntato a una sorta di revanche dopo le sconfitte subite sul divorzio e sull’aborto.
Ma mentre era comprensibile la loro non disponibilità a cedere o a trattare sulla questione della fecondazione eterologa (non si può pretendere che i cattolici abbandonino la difesa della famiglia naturale) ci sono almeno due aspetti su cui i cattolici hanno sbagliato a non concedere nulla al punto di vista laico che, pure, su questi temi esprime una genuina posizione morale. Negare il diritto della donna di ritornare sui suoi passi in caso di accertata malformazione dell’embrione (fermo restando il diritto di ricorrere in seguito all’aborto) è, in tutta evidenza, una aberrazione morale, oltre che una scelta crudelmente punitiva nei confronti di chi vuole ricorrere a questa tecnica procreativa. Allo stesso modo, è sbagliata la volontà di impedire a tutti i costi la formazione di embrioni in soprannumero, utili per la ricerca sulle cellule staminali. Ha ragione Severino: anche per il cattolico che nell’embrione riconosce una persona dovrebbe tuttavia essere accettabile il suo sacrificio, non a fini di commercio, ma al fine di salvare, in prospettiva, dal dolore e dalle malattie tanti esseri umani. In ogni caso, i cattolici non possono negare la dignità morale di questa posizione.



Concludo osservando che c’è una differenza, in questa vicenda, rispetto a quelle del divorzio e dell’aborto. Una differenza che va a vantaggio dei cattolici. I diffusissimi pregiudizi antiscientifici, questa volta, giocano a favore degli avversari della procreazione assistita. Ci pensino tutti coloro che, per anni, hanno sparso a piene mani veleni antiscientifici (sugli ogm, sull’energia nucleare a scopi civili, e su tante altre cose). Questa volta, uno dei tratti più spiacevoli della nostra cultura politica si ritorcerà contro di loro. E contro tutti noi.


 

 

——

 

 

 

«Laici-cattolici dogmatismi uguali e contrari»

 

L’ INTERVISTA / Il filosofo: l’ anima del nostro tempo non pone limiti all’ agire dell’ uomo, non mi piace ma è una tendenza inarrestabile

 

 

 

«Alcuni laici e cattolici hanno la stessa logica: la volontà di trattenere per sempre nel nulla ciò che deve esistere»

 

«Condividono la stessa logica: la volontà di trattenere per sempre nel nulla ciò che deve esistere»

 

Gian Guido Vecchi

 

Corriere della Sera, 11 dicembre 2003

 

 

 

 

 

 

 

«La logica dei laici, guardata con attenzione, finisce con l’ essere la stessa dei credenti. Si confrontano due dogmatismi che non vedono ciò che accade. E come gli uni, ad esempio, sostengono che un essere malformato non debba nascere, così i cattolici dicono: se deve nascere con una procedura contraria ai principi della nostra morale, la fecondazione eterologa, allora è meglio che non nasca. Capito? L’ opposizione fra questi due mondi è sottesa da una fondamentale omogeneità di posizioni».

 

Il filosofo Emanuele Severino, 74 anni, come suo costume infrange gli schemi e punta alla radice, «si naviga in un groviglio di contraddizioni, e il nichilismo ne è l’ orizzonte comune».

 

Cerchiamo di dipanarle, professore. Lei ha detto che quanto sta accadendo è l’ esito degli ultimi duecento anni di pensiero filosofico. In che senso?

 

«Si tratta di non tanto di vederne il volto, ma di scendere nella sua anima. Passare dalla superficie al sottosuolo. Se si resta al volto, allora si può credere che i “Valori”, la “Natura”, il pensiero tradizionale da Platone a Hegel ne esca vittorioso. Ma il sottosuolo terribile nel quale ci fanno scendere Leopardi, Nietzsche, Gentile e molte grandi correnti del Novecento mostra che Dio è morto, che non può esistere nessun ordinamento immutabile, nessuna natura immutabile, nessun limite all’ attività dell’ uomo: ecco l’ anima del nostro tempo».

 

L’ «orrendo volto della nuda verità» di cui parla Leopardi?

 

«Già, la filosofia del nostro tempo porta alla luce un risultato senza dubbio angosciante: morto Dio, autorizza la tecnica a procedere e manipolare a suo piacimento, senza tener conto alcuno di tutte le remore, i moniti, i limiti che la tradizione le rivolge – piaccia o no».

 

E a lei piace?

 

«Per niente. Se chiamiamo nichilismo la storia dell’ Occidente, la filosofia contemporanea ne è la forma più forte e rigorosa. Ma il mio discorso è ben diverso, c’ è una dimensione inesplorata del pensiero in cui tutto questo viene messo in questione. Solo che trovo vano, patetico che un intellettuale o un gruppo di intellettuali vogliano saltar fuori dal proprio tempo. È già tanto capirlo: c’ è una tecnica che si serve dei valori del passato anziché servirli, ed è un processo i-ne-vi-ta-bi-le!».

 

Sarà, ma c’ è una paura diffusa dell’ «homunculus» goethiano, la tracotanza dell’ uomo che vuol creare la vita…

 

«Oggi la gente può aver paura perché comincia a prendere coscienza di quanto le élites intellettuali hanno anticipato. Ma la paura non avrà mai la forza di far rivivere la tradizione, è un sentimento senza sbocco».

 

E i laici? Gli appelli degli scienziati? Loro avrebbero capito dove va il mondo?

 

«Per la verità, trovo che il laicismo contemporaneo si mantenga al volto, alla superficie del pensiero contemporaneo. Per dire “no” alla grande tradizione teologica non bastano i discorsi che la cultura laica sta facendo con eccessiva disinvoltura, come fosse una cosa semplice. Occorre fare i conti con la grandezza del passato e metterci lo stesso impegno di chi abita il sottosuolo del pensiero. E invece il laicismo è dogmatico quanto dogmatico è il mondo cattolico: non vede la potenza del pensiero che distrugge il passato, si limita ad aver fede nella morte di Dio ma non a pensarla, a fondarla».

 

Le contraddizioni di cui parlava nascono da qui?

 

«Chiaro. I laici dicono che un embrione non è un essere umano, punto. Troppo facile: se a determinate condizioni diventa un bambino, a differenza per esempio del seme d’ un abete, se a questa potenzialità aristotelica credono tutti, allora sopprimerlo significa uccidere un essere umano, non ci piove».

 

E allora?

 

«Il discorso non è chiuso. Anche la Chiesa accetta l’ omicidio in certe situazioni, la morte dell’ individuo che difende la patria ingiustamente aggredita, il “sacrificio” in favore della comunità. Ma allora così è anche per gli embrioni: quando non servono per essere venduti ma a salvare altre vite, anche in questo caso si configura il sacrificio d’ un individuo per la comunità, o no?».

 

In che cosa consiste, in fin dei conti, questa omogeneità fra laici e cattolici?

 

«Nella volontà comune di trattenere per sempre nel niente ciò che deve esistere. Vale per chi non crede in Dio. E per chi crede: anche il Dio cristiano trattiene nel niente ciò che non vuole creare. Però un individuo fisicamente malformato, o procreato contro la morale cattolica, sarà sempre più felice di esistere piuttosto che rimanere un nulla».

 

 

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