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Pseudo-individualisti di tutto il mondo …

Sul manifesto di oggi si può leggere una bella recensione di Stefano Petrucciani dell’ultimo numero di «Critica Marxista». La rivista offre un ampio dossier monografico (Tra società  degli individui e individuo sociale) che fa riflettere e mette in evidenza gli aspetti contraddittori dell’odierno pseudo-individualismo. Forse niente di nuovo, ma se il tutto è ben detto e ben argomentato vale sempre la pena di spendere qualche minuto per un’€™attenta lettura. Per questo l’articolo viene qui riprodotto interamente (anche perché il link al manifesto non supera le 24 ore, dopodiché gli articoli restano disponibili in archivio per una settimana e poi scompaiono).

Poiché in questo blog l’indidualismo è di casa (vi si allude persino nel nome), il lettore può star certo che l’€™impostazione data al dossier recensito è, se non del tutto, almeno in gran parte condivisibile (purtroppo) anche dal punto di vista di chi sull’argomento non è disposto a far sconti a nessuno, men che meno, ovviamente, agli amici del manifesto. Quest’ultima, però, è una combriccola–€”bisogna pure avere il coraggio di ammetterlo–€”che, per lo meno sulle pagine culturali del suo quotidiano comunista, è spesso in grado di regalarci piacevolissime sorprese. Buona lettura.

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Uno specchio opaco per Narciso
Tra società degli individui e individuo sociale. Un ampio dossier monografico sull’ultimo numero di «Critica Marxista»
STEFANO PETRUCCIANI


Società degli individui o individuo sociale? Attorno a questo interrogativo si dispongono le riflessioni e i saggi che costituiscono un ampio dossier monografico che la rivista «Critica marxista» pubblica nel numero 5 del 2003 (pp. 80, € 8), da pochi giorni in libreria. Introdotto e curato (per la parte monografica) da Mario Alcaro il fascicolo di «Critica» prova a fare i conti con uno di quei paradossi che sembrano caratteristici della forma di vita postmoderna, e che al tempo stesso sono assai difficili da districare. Espresso in parole semplici e dal mio punto di vista, il paradosso si presenta così: per un verso nella società globalizzata, che ha dissolto vecchie appartenenze e antiche solidarietà, impera il culto narcisistico dell’individuo; per altro verso, però, le vite individuali sembrano sempre più risucchiate dai meccanismi impazziti della produzione e del consumo, che saturano ogni frammento di tempo e non lasciano alcuno spazio agli individui per coltivare veramente se stessi, ciò che veramente desiderano, ciò che potrebbero essere. Per dirla con le parole molto felici del sociologo Jean Yves Pidoux, (che Ruggero D’Alessandro ha posto a conclusione del suo recente volume sulla Teoria critica in Italia), «viviamo in un’epoca in cui l’individualismo regna a scapito degli individui», in cui l’ideologia, i media e la pubblicità impongono a ciascuno il comandamento di essere assolutamente individualista, unico, originale. Ma il paradosso è che si tratta appunto di un individualismo imposto per omologazione e cioè, si direbbe con un gioco dialettico, di un individualismo dietro cui si cela in realtà il più esasperato collettivismo. Insomma, di un individualismo a comando. Mentre l’individualismo ottocentesco, anche quello esasperato e talvolta rancoroso di Stirner o di Nietzsche, aveva comunque una componente di protesta, controcorrente, l’individualismo postmoderno viaggia invece con la corrente: e diventa perciò una sorta di individualismo obbligato che, come sostengono gli autori dei saggi di «Critica marxista», mentre promette ai singoli originalità e autorealizzazione, in realtà li assimila e li impoverisce. L’individualismo narcisistico postmoderno, d’altra parte, non fa in sostanza che portare all’estremo quella rappresentazione individualistica della società nella quale la classe borghese si è sempre riconosciuta e che dai tempi più lontani è stata una potentissima ideologia. La critica perciò deve aggredirla su due piani. Per un verso facendo vedere, e non è difficile, che quello che oggi impera è in realtà di uno pseudoindividualismo, che frustra e impoverisce gli individui. Per altro verso, però, è importante anche capire, andando più in profondità, che rappresentarsi la società come un aggregato di individui significa in qualche modo rovesciare i rapporti reali: gli individui sono «fatti» dalla società molto più di quanto non la facciano. Per dirla in altri termini, la relazione non è istituita dai singoli ma, al contrario (come sapevano già Aristotele e Hegel) viene prima dei singoli e li costituisce come tali. Come scrive Mario Alcaro, «l’Io è incompleto e non riesce a costituirsi come tale senza il riconoscimento da parte degli altri, senza relazioni intersoggettive, senza il tessuto connettivo fornito dai legami sociali».

Sulla centralità della relazione, e sulle valenze politiche di questo tema, si soffermano molti dei saggi pubblicati da «Critica». Pietro Barcellona insiste sul punto fondamentale: la modernità, sostiene, si è costruita su una pretesa assurda, quella della autocostituzione dell’individuo, cioè l’idea che l’individuo sia «una specie di prius che si istituisce a prescindere da ogni mediazione sociale». «Per contrastare questa tendenza distruttiva, sostiene, è necessario rimettere in scena il `rimosso’ della modernità: la costituzione sociale dell’individuo e la costituzione sociale della libertà».

Nel saggio di Roberto Finelli, invece, la questione del soggetto è ripresa facendo interagire gli impianti teorici di Marx e Gramsci da un lato, di Freud e di psicoanalisti come Bion dall’altro. In questa prospettiva, la costituzione della soggettività dev’essere intesa come l’intrecciarsi di due livelli relazionali, l’uno verticale e l’altro orizzontale: mentre il piano orizzontale è quello delle relazioni affettive e di riconoscimento nei confronti degli altri, quello verticale riguarda la capacità dell’individuo di integrare i diversi aspetti e momenti del suo Sé; individuazione significa da questo punto di vista integrazione, l’interagire dell’individuo «con tutte le sue componenti interiori, senza che ne sia mortificata, rimossa o negata nessuna». Su queste tematiche, ma lette soprattutto attraverso Jung, si sofferma anche la psicanalista Anna Maria Sassone, mentre la critica degli approcci individualistici nella teoria economica e sociale è sviluppata anche nei saggi di Luigi Cavallaro e di Serge Latouche.

Sulle implicazioni politiche di questo percorso di riflessione svolgono alcune osservazioni i saggi di Mario Alcaro e Giuseppe Prestipino: mentre quest’ultimo insiste soprattutto sul tema dell’intelletto generale e sulla centralità che oggi assume la questione dei beni pubblici, Alcaro riporta il discorso alla questione della democrazia. Una democrazia che non sia ridotta a puro simulacro è impensabile se non si conferisce nuovo valore ai temi del legame sociale e dei beni comuni; la democrazia, a partire dalla piccola scala e dalla dimensione locale, presuppone un tessuto di relazioni e una rete di legami comunitari; insomma, una comunità delle singolarità, come antidoto possibile a uno pseudoindividualismo senza individui.

Categorie:culture autoctone
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