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Norberto Bobbio sulla stampa

Su Norberto Bobbio si è ovviamente scritto molto il 10 gennaio. Si sono lette cose più o meno importanti e memorabili. Contributi più strettamente filosofici, profili di stampo giornalistico-culturale, ricordi commossi di amici, colleghi e discepoli. Tra i primi, Il Riformista ha il merito di aver ospitato quello di Sebastiano Maffettone. Tra i secondi il medesimo giornale (centrando ancora una volta l’€™obiettivo) ha offerto una disamina di rara chiarezza e onestà  intellettuale, a firma di Edoardo Camurri. Il Corriere della Sera, invece, ha offerto le sue colonne al ricordo di un grato e garbatissimo Michele Salvati (che copio/incollo qui di seguito).


L’ uomo di passioni segnato e plasmato dai drammi del ‘ 900

«Mi ha guidato come un Virgilio nel percorso di uscita dal marxismo»

Michele Salvati

La tristezza è dell’ ora, la gratitudine mi accompagnerà finché vivrò. Norberto Bobbio mi ha guidato come un Virgilio nel difficile percorso di uscita dal marxismo: non nelle balze economiche, dov’ era poco esperto e interessato ed altri sono stati i miei maestri; ma in quelle filosofiche e per me più difficili.


E sono proprio stati il «gramsci-azionismo», come lo chiama Dino Cofrancesco, la forte connotazione gobettiana e torinese del suo pensiero, la componente di sinistra del suo liberalismo, ad agganciarmi. Poi mi sono reso conto che una lettura di sinistra della tradizione liberale può poggiare su fondamenta diverse, forse più robuste, certo meno segnate dalle vicende italiane della prima metà del ‘ 900. Meno segnate da quelle grandi personalità che influirono su Bobbio – Piero Gobetti, Carlo Rosselli, Antonio Gramsci; soprattutto meno segnate dal contesto di fascismo-antifascismo in cui maturarono le sue convinzioni politiche.


Ma anch’ io sono un italiano e provengo dallo stesso impasto culturale, trent’ anni più tardi.


Norberto Bobbio, che già ammiravo come filosofo del diritto, è stato il mio primo e più importante maestro di liberalismo, l’ unico che potessi tollerare come giovane militante della nuova sinistra agli inizi degli anni ‘ 60; Bruno Leoni – ne ho seguito le lezioni quand’ ero studente di giurisprudenza a Pavia – ho imparato ad apprezzarlo molto dopo.


C’ è un Bobbio teorico del diritto e filosofo politico, schiettamente e coerentemente liberale: figura gigantesca nel nostro Paese e della quale ancora si fatica a definire il profilo e a misurare il peso. E’ il Bobbio che resterà. E c’ è un Bobbio intellettuale militante, socialista liberale, per lunghissimi anni opinionista sulla Stampa, sottoscrittore di appelli, autore di libri impegnati e di grande successo, dal vecchio Politica e cultura al più recente Destra e sinistra. E’ il Bobbio cui mi sono riferito nei cenni personali di più sopra, anche se all’ «uomo di passione» io mi sono avvicinato attratto soprattutto dall’ «uomo di ragione», per usare una dicotomia che lo stesso Bobbio applica a se stesso nel Dialogo intorno alla repubblica.


Il secondo Bobbio, l’ uomo di passione, è intensamente storico, plasmato dalle esperienze del suo tempo, dai luoghi della sua vita, dalle amicizie e dagli affetti che ha nutrito. Non è facile distinguere i due Bobbio, perché gli strumenti, la dottrina, la chiarezza, la capacità logica del primo sono abbondantemente usati anche dal secondo. Ma distinguerli è possibile: alcuni di coloro che hanno attaccato l’ uomo di passione erano perfettamente in grado di farlo. Ed è per questo che ho vissuto con disagio – anche quando, anzi soprattutto quando, non condividevo le sue affermazioni «passionali» – gli attacchi che ha ricevuto da intellettuali, ideologi e al loro seguito soccieria varia di centro-destra in questi ultimi dieci anni.


Certo – lo riconosce un amico intelligente ed equilibrato come Gian Enrico Rusconi – nelle posizioni del Bobbio passionale c’ è anche conservatorismo, un attaccamento primario ai valori e alle istituzioni della Prima Repubblica, una visione «mitico-ideale» della Resistenza. Bobbio non si avvede fino in fondo di quanto il mondo sia cambiato dopo l’ 89 e di quanto le nostre stesse istituzioni debbano cambiare per adattarsi compiutamente ad una democrazia dell’ alternanza. Non se ne può avvedere perché resta un uomo della Prima Repubblica, un uomo per il quale l’ esperienza concreta della dittatura, del male, era stata quella fascista, un uomo impegnato nel compito immane di insegnare il liberalismo ai comunisti, membri a pieni diritto dell’ «arco costituzionale». Ma questa è storia, passione: non merita insulti ma rispetto; non irrisione ma comprensione e dialogo.


Come può capire tutto questo chi, anche alzandosi sulle punte dei piedi e tendendo il braccio, neppure riesce a sfiorare col dito le penne della coda del Vecchio Gufo?


  1. 12 gennaio, 2004 alle 1:34

    si…

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