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Amato : terzista, giustamente

Ieri, sul Giornale, Alessandro Caprettini scriveva di un Giuliano Amato che in questo periodo è tornato ad essere «uno dei più fini tessitori della politica nazionale». «Un Richelieu»—aggiungeva non senza malizia—«meno appariscente del cardinale, ma non meno ambizioso», che «dialoga con la Chiesa sul Concordato, s’inserisce nel discorso sulle riforme istituzionali, prende parte attiva al tentativo di far scarcerare Sofri, dice la sua sulla vicenda Parmalat dialogando con Tremonti»,inoltre prende le difese di Craxi, lancia strali ai girotondini, fa sapere che sarebbe meglio che Prodi non si candidasse alle Europee, ecc., ecc.

 

 

 

 

 

Altro che isola del Pacifico! D’accordo, forse Caprettini ha ragione. E dire che questi non aveva ancora letto l’intervento di oggi su Repubblica. Un Amato che se non è un terzista davvero poco ci manca. Del che—a modesto avviso del titolare di questo blog—si può stupire soltanto chi ha poca o nessuna dimestichezza con la storia personale e con le idee del Dottor Sottile. Fatto sta che la riflessione di Amato mette alcuni paletti che al dibattito politico possono soltanto far bene.

 

L’articolo prende lo spunto dalla pubblicazione della traduzione italiana di un libro di Victor Perez Diaz, La lezio­ne spagnola, per sviluppare una riflessione sull’Italia che farà certamente discutere :

 

Diaz ci dice che la Spagna ha costruito una società “civile” e quindi una democrazia che funziona, perché ha saputo ricostituire fra le sue parti po­litiche una civile unità di fon­do, non cancellando la me­moria della sua guerra fratri­cida, ma filtrandola in modo da conservarne storicamente (e non viverne ancora politi­camente) le diverse respon­sabilità. L’Italia – ci dicono in molti – non è capace di fare al­trettanto e la sua storia è per­corsa da divisioni e fratture che sono volta a volta diverse, ma che hanno tutte un tratto comune: ciascuna delle parti si vede regolarmente come il tutto, in nome di un senso di appartenenza, di una identità collettiva partigiana regolar­mente più forte di quella co­mune identità italiana che dovrebbe sostanziare la loro pretesa di governo su un me­desimo contesto sociale.

 

Il nocciolo del problema italiano, secondo Amato, è qui : ciascuna delle parti si vede regolarmente come il tutto. Di qui una serie di effetti collaterali, elencati e analizzati puntualmente, insieme a qualche utile suggerimento per uscire dal tunnel in cui ci siamo cacciati. Interessante, tra le altre cose, la riflessione sui guasti del giustizialismo (un effetto boomerang piuttosto imabarazzante). E noi terzisti non possiamo che annuire con convinzione.

 

Articolo da leggere e meditare. Ma c’erano dubbi in proposito?

 

 

Categorie:interni
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