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L’islam secondo Bernard Lewis

Fare scelte di campo, di fronte alla minaccia terroristica, è facile, oltre che praticamente inevitabile. Cercare di capire da dove vengono e dove vanno l’odierno fondamentalismo islamico e la sua manifestazione più violenta ed esasperata—il terrorismo, appunto—è naturalmente un esercizio molto più complesso, anche se non sono pochi gli osservatori e gli studiosi che accettano la sfida.

 

 

 

 

Tra costoro, alcuni non riescono a vedere, negli eventi e nelle dinamiche interne a questi, che l’applicazione ferrea e la concreta esemplificazione di un teorema che hanno in mente, insomma una reductio ad unum che si avvale di tutti gli argomenti classici dell’analisi marx-leninista, riveduti e corretti (poco) al fine di adattarsi quanto più è possibile alla specificità dei fatti e dei contesti. Ne fanno una questione di “giustizia”, di sfruttamento capitalistico e colonialistico, di imperialismo, di globalizzazione selvaggia dei mercati, ecc.

 

 

 

 

Nel far questo, inevitabilmente, colgono aspetti “oggettivi”, risvolti drammaticamente corrispondenti al vero, ma assolutizzano ciò che non dovrebbe essere assolutizzato e relativizzano soltanto ciò che a loro sembra contraddire il teorema. Ciò che i filosofi chiamano “concetto astratto dell’astratto”, l’impossibilità di cogliere il dato in quanto dato e basta, e non quale ipostasi del medesimo fintantoché esso corrisponde all’idea che ci si è fatta della realtà.

 

 

 

Per questo è disintossicante leggere quello che scrive lo studioso inglese Bernard Lewis, considerato il più autorevole esperto di storia mediorientale (e docente a Princeton), seguirne i percorsi logici e concettuali, la rigorosa analisi dei fatti e la penetrante ma rispettosissima esegesi.

 

 

 

Ieri il Corriere della Sera ha pubblicato la parte conclusiva del suo saggio La crisi dell’Islam, in uscita martedì per i tipi di Mondadori. Dario Fertilio, in una sintetica ma preziosa presentazione del brano, ricorda come Lewis metta a nudo le radici dell’odio verso l’Occidente, risalendo ai tempi di Maometto per spiegare molti dei comportamenti di oggi. E coglie alcuni tratti distintivi dell’analisi di Lewis:

 

 

 

 

Il punto di vista musulmano differisce radicalmente da quello occidentale. Anziché concepire il mondo come un insieme di nazioni suddivise in vari gruppi religiosi, il musulmano – ricorda Lewis – si considera parte di una religione suddivisa in nazioni. E quando Bin Laden, nei suoi proclami, lamenta le umiliazioni subite dai suoi correligionari negli ultimi ottant’anni, allude a una cosa ovvia per chiunque sia stato allevato nella fede maomettana: il crollo dell’ultimo sultanato ottomano nel 1918.

 

 

 

 

Dunque, il linguaggio usato dai nemici dell’Occidente, apparentemente incomprensibile, può essere decifrato alla luce della storia. Certo, la maggioranza dei musulmani non è fondamentalista, non tutti i fondamentalisti sono terroristi; eppure – ricorda Lewis – i terroristi che insanguinano la terra oggi sono prevalentemente musulmani e lo rivendicano con orgoglio.

 

 

 

 

Un’ombra si allunga dunque sul nostro futuro. Ma esiste una strategia per difendersi: aiutare coloro che, nel mondo musulmano, sono disposti a battersi per la democrazia.

 

 

 

 

Si tratta di un approccio distante anni luce da quelli sopra tratteggiati, una visione che può sorprendere e spiazzare, proprio come,in altro ambito, è in grado di fare Amartya Sen quando ci spiega la globalizzazione dal punto di vista dei paesi in via di sviluppo.

 

 

 

 

Lewis fa derivare da questo approccio alcune semplici verità. Eccone una:

 

 

 

 

In Iraq e in Iran, due Paesi con regimi fortemente antiamericani, esiste un’opposizione democratica in grado di subentrare agli attuali governi e di formarne di nuovi. Noi, in quello che ci piace chiamare il mondo libero, avremmo potuto fare molto per aiutarli, invece abbiamo fatto poco. Nella maggior parte degli altri Paesi della regione c’è gente che condivide i nostri valori, ha simpatia per noi e vorrebbe partecipare al nostro modo di vivere. E gente che capisce la libertà e vorrebbe goderne in patria. E’ più difficile per noi aiutarli, ma almeno non dovremmo ostacolarli. Se ce la faranno, avremo degli amici e degli alleati nel senso vero del termine, e non soltanto diplomatico.

 

 

 

 

 

Ma uno sguardo al futuro ci può rivelare l’esistenza di un pericolo incombente che può sorprenderci e spiazzarci ancora di più:

 

 

 

 

Nel frattempo, c’è un problema più urgente. Se i capi di Al Qaeda riescono a persuadere il mondo islamico ad accettare le loro idee e la loro guida, una lunga e aspra lotta ci attende, e questo vale non solo per l’America. L’Europa, e in particolare l’Europa occidentale, è ormai sede stabile di una vasta comunità musulmana in rapido aumento, e molti europei cominciano a sentire la sua presenza come un problema, alcuni come una minaccia. Prima o poi Al Qaeda e i gruppi a essa collegati si scontreranno con gli altri vicini dell’Islam – Russia, Cina, India -, i quali potrebbero rivelarsi meno schizzinosi degli americani nell’usare la loro potenza contro i musulmani e i loro santuari. Se i fondamentalisti hanno fatto bene i loro conti e vincono la loro guerra, un tetro futuro attende il mondo, e specialmente la parte di esso che abbraccia l’Islam.

 

Non c’è di che starsene tranquilli, questo è certo. Ma se almeno riuscissimo a focalizzare il problema senza ricorrere a semplificazioni indebite e incartarci nelle nostre idee fisse, sarebbe già qualcosa. Ad esempio ci renderemmo conto che dibattere sulla esportabilità o meno della democrazia in terra islamica può allontanarci dalla soluzione del dilemma. Alla luce di quanto Lewis si sforza di farci capire, infatti, anche questo è un falso problema, frutto di un’indagine troppo superficiale e “ideologica”.

 

 

 

 

Presso il sito del Centro “Tobagi” è oggi disponibile sia il brano di Lewis sia la presentazione di Dario Fertilio apparsi sul Corriere di ieri.

 

 

 

 

Ecco, infine altri due links, il primo porta ad uno schizzo autobiografico dello stesso Lewis, il secondo ad un articolo del 1990:

 

 

Biography

 

The Roots of Muslim Rage

 

 

 

 

  1. 2 febbraio, 2004 alle 18:56

    Questo mondo è una merda cmq andate nel mio blog.

  2. 2 febbraio, 2004 alle 22:24

    è vero che non c’è di che starsene tranquilli

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