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Elogio del tempo vuoto

Oggi il titolare di questo blog ha deciso di inimicarsi definitivamente un bel po’ di progressisti, i quali non si lasceranno sfuggire l’opportunità di proclamare: noi ve l’avevamo detto! Detto cosa? Ma che il tizio in questione non è neppure classificabile come la destra della sinistra (Amato ha oltretutto negato che questo sia riformismo …), magari! Semmai è la sinistra della destra. Anzi, come L’Unità va dicendo de Il Riformista, è di destra tout court. Perché? Beh, leggetevi questo commentino di Pietro Citati, e fate conto che quest’ultimo non sia chi dice di essere, ma il blogger qui presente sotto mentite spoglie. Insomma, fate conto che ‘sta cosasia rivendicata qui senza se e senza ma, papale papale, liscia come l’olio, e chi più ne ha più ne metta …

Elogio del tempo vuoto

la Repubblica
12 febbraio 2004

Se io avessi dovuto sopportare otto o persino dieci ore di orribile tempo pieno, come oggi si dice – lezioni, mensa, doposcuola, finti giochi – sono certissimo che sarei morto: di una malattia di cuore, o di disperazione, o di follia precoce, o di esaurimento, come gli uccelli di passo venuti dal Nord, che in autunno non riescono a raggiungere l’Africa, e cadono esausti sui colli dell’Isola di Montecristo o del Giglio, dove l’estate successiva si ritrovano le loro ossicine stecchite. E come me, quasi quarant’anni dopo, sarebbe morto mio figlio. Tornava a casa alle tredici: poi andava a giovare a Villa Borghese – pallone, corsa, skateboard; e infine, dopo i velocissimi compiti (sempre più lievi) contemplava per mezz’ora il mappamondo, la carta del cielo, le Orse e Betélguese, giocava con aerei di plastica che costruiva con le sue mani, con automobiline moderne molto più belle delle mie, e infine ascoltava il racconto quotidiano. Qualcuno gli leggeva la vita dei pesci, o la storia delle ere geologiche, o l’estinzione dei Dinosauri, o la scoperta dell’America o le Favole italiane di Calvino, o l’Isola del tesoro di Stevenson, o la vita di Alessandro Magno.

So che quanto dico sembrerà disgustosamente retrivo a molti lettori, io ero un borghese, mia madre non lavorava fuori casa, e poteva occuparsi di me e dei miei fratelli. Mentre oggi, così almeno si dice, tutti i padri e tutte le madri lavorano e non hanno più tempo per i figli, i quali, senza il meraviglioso “tempo pieno”, passerebbero le giornate davanti alla televisione o nutrendosi di merendine Kinder Brios o azzuffandosi per le strade o rubando motorini o riempiendosi di droghe o uccidendo la madre a Novi Ligure o stuprando le coetanee dodicenni come accade, pare dappertutto. Non sono affatto certo che otto o dieci ore di “socializzazione” forzata siano meglio di vedere cassette come quelle del Gatto Silvestro o di Tartan o di Paperino, che i bambini, molto più intelligenti degli adulti, preferiscono di gran lunga agli spettacoli pomeridiani della televisione.
Secondo quanto affermano le statistiche, i genitori lavorano entrambi fuori casa soltanto nel trentasei per cento delle famiglie italiane: ammettiamo pure nel cinquanta per cento, vista l’estensione dell’economia sommersa. Dunque, per metà delle famiglie italiane il “tempo pieno” non è necessario: ci sono madri e talvolta padri liberi per mezza giornata, che possono accompagnare i figli a Villa Borghese o a Villa Ada, o dovunque in Italia ci sia verde e aria, giocando con loro, assistendo ai loro giochi, chiacchierando, raccontando storie. E non voglio nemmeno prendere in considerazione i nonni. Stanno fiorendo e moltiplicandosi: dovunque ci sono nonni giovanili, attivi e pieni di forze, i quali vorrebbero occuparsi dei loro nipoti, che considerano molto più spiritosi dei figli, come Walter Matthau in un film di qualche anno fa.
Lo Stato italiano non impone, per nostra fortuna, il “tempo pieno” nelle scuole elementari e medie, ma, in realtà, le famiglie italiane vi ricorrono sempre più spesso, anche quando non sono costrette dal lavoro dei genitori. In primo luogo, perché considerano i bambini noiosissimi, invece che una delle ultime cose divertenti rimaste sulla terra: poi perché sono succubi di una strana venerazione per alcuni pedagogisti, i quali vogliono che tutti i bambini stiano a scuola sempre, in ogni istante, che vivano insieme sempre, ogni minuto, e che nessuno di loro sia lasciato solo, mai, a nessun costo. Nulla è più pericoloso – essi credono – perché la solitudine potrebbe persino indurli a pensare. Come Ivan Illich, che scrisse nel 1970 Descolarizzare la società, credo che un bambino debba imparare a fare i compiti da sé, a leggere libri per conto proprio; e persino a giocare da solo. Niente è più bello dei lunghi, solitari e fantastici giochi infantili, quando sembrano perdersi in un mondo invisibile, che forse costeggia il nostro. Lo Stato italiano potrebbe ridurre il “tempo pieno” al minimo indispensabile. Risparmierebbe molto denaro (ma questo non interessa a nessuno), liberando i bambini dall’orrore della socializzazione forzata.

Pietro Citati

Categorie:culture autoctone
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