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La sinistra italiana va in castigo

E così, dopo il «seminario» dei leader di Francia, Germania e Gran Bretagna tenutosimercoledì scorso a Berlino, giovedì e venerdì si ritroveranno a Londra una sessantina di esponenti della sinistra di quei medesimi paesi. Solo di quei paesi. E, come recita il programma del meeting, per discutere nientemeno che del «futuro della socialdemocrazia in Europa».

 

 

 

 

Giustamente si parla di «modello direttorio». I partecipanti, tanto per cominciare, saranno accolti a Downing Street dal premier Tony Blair e al Foreign Office dal ministro degli Esteri Jack Straw. L’elenco dei partecipanti, poi, non lascia molto spazio ai dubbi circa la portata dell’avvenimento. Ci saranno, per la Gran Bretagna, il ministro dell’Interno David Blunkett, quella dell’Industria e per l’Europa Patricia Hewitt, Estelle Morris (Arti e cultura), David Milliband (Educazione), Ruth Kelly (vice al Tesoro). E ovviamente Peter Mandelson.

 

 

 

 

Anche la sinistra tedesca sarà rappresentata ai massimi livelli : il ministro della Giustizia Brigitte Zypries, il consigliere di Schröder, Reinhard Hesse, e la numero due del gruppo socialdemocratico al Bundestag Angelica Schwall-Düren. Idem per quanto riguarda i francesi : l’ex ministro dell’Economia Dominique Strauss-Kahn, l’ex segretario per gli Affari europei Pierre Moscoviti e i sindaci socialisti di Lione, Grenoble e Mulhouse.

 

 

 

 

E’ ben vero, come sostiene Marina Sereni, responsabile Esteri dei Ds, che «si tratta di un seminario, non è un’iniziativa tra partiti, quindi non c’è niente di male se non ci sono gli italiani». Organizza infatti Policy Network (vicinissimo a Blair e a Mandelson), affiancato dalla tedesca Friedrich Ebert Stiftung e dalla francese Gauche en Europe. Ma è altrettanto vero che ilthink-tank organizzatore—e lo stesso dicasi per gli altri due—ha ottimi e proficui rapporti con Italianieuropei, il suo corrispettivo italiano (diretto da Giuliano Amato e Massimo D’Alema). Il che non induce certamente a prendere l’esclusione italiana (e non solo, ovviamente) con filosofia …

 

 

 

 

Ma chi minimizza la portata dell’evento ha contro anche un altro dato di fatto, che è stato colto acutamente da Michele Salvati (sul Corriere della Sera di ieri). È difficile—ha argomentato Salvati—non collegare la notizia dell’incontro di Londra al «direttorio» di Berlino, e questo in primo luogo perché, appunto, i rapporti tra i “pensatoi” inglese, francese, tedesco e italiano sono strettissimi, ma soprattutto perché «essendo il collegamento ovvio sarebbe stato facilissimo evitarlo, ritardando l’incontro o estendendolo alle sinistre di altri Paesi, come già era avvenuto in passato». Evidentemente—conclude Salvati—non lo si voleva evitare: «si voleva dare il messaggio che questo non è tanto un incontro tra le sinistre che contano, ma soprattutto un incontro tra le sinistre dei Paesi che contano».

 

 

 

 

E allora, che morale dobbiamo trarre da questo “smacco” ? Se la sinistra italiana è stata esclusa non perché, come osserva Michele Salvati, essa “non conta”, ma perché l’Italia non conta, di questa insignificanza a chi dobbiamo addebitare la responsabilità ? A Berlusconi ? A colui che—ripeteranno in coro i girotondini nei prossimi giorni (a partire probabilmente già da oggi), quando se ne discuterà pubblicamente—, ha fatto precipitare a un così basso livello la considerazione dell’Italia in Europa e nel mondo ?Una risposta molto convincente l’ha fornita proprio Michele Salvati nell’editoriale summenzionato. Il professore non dice di no, ma completa il ragionamento con una “chiamata di correo” che ancora una volta testimonia a favore della sua onestà intellettuale. Non è plausibile—egli dice in sostanza—che tutto il centrosinistra non abbia le sue colpe in questa caduta di stima del sistema-Paese agli occhi del mondo,che cioè «si possa avere un pessimo centrodestra e un ottimo centrosinistra»,e che di conseguenza «tutte le colpe stiano da una parte sola».

 

 

 

 

Ora, un’annotazione personale. Va bene che al titolare del presente blog lo spirito bipartisan piace, tanto che addirittura non rifugge dall’autodefinirsi, talvolta, un “terzista”. E va bene pure—si fa per dire—che in tal modo gli capiti di tanto in tanto di condividere la sorte di colui che è inviso a Dio e a’ nimici sui. Ma non è che la conclusione di cui sopra sia un boccone facile da digerire. Anche perché il mal comune di un posto in cui vivi, lavori, costruisci il futuro, tuo e della discendenza, non può essere un mezzo gaudio se non per un folle incosciente. Insomma farebbe piacere pensare che almeno una delle due metà del mondo (e preferibilmente la “tua”) fosse immune da ciò che maggiormente detesti …, ma tant’è.

 

 

 

 

A suggello di queste amare considerazioni, tanto per farla completa, non si può mancare di citare l’intervista di quell’altro galantuomo che la sinistra riformista vanta nelle sue fila, Emanuele Macaluso, manco a farlo apposta proprio ieri e sullo stesso giornale su cui maramaldeggiavano le parole di Salvati. Commentava la fuoriuscita dai ds di alcuni noti intellettuali, tra cui Asor Rosa, Tranfaglia e Vattimo. Lamentava il «deficit di riformismo» e, soprattutto, «l’assenza di una cultura di governo» di molti intellettuali di sinistra:

 

 

 

 

Ce l’ha con gli intellettuali di sinistra?
«Con certi, non con tutti. E solo quando ripetono quello che a mio giudizio è l’errore politico più rilevante, vale a dire che in Italia ogni dissenso si debba tradurre per forza in rottura se non nella formazione di un nuovo partito. Bisognerebbe guardare ciò che accade in altri Paesi europei».
In quali?
«Pensiamo alla Gran Bretagna. Blair ha vissuto le dimissioni di un suo ministro degli Esteri, numerose contestazioni all’interno del suo partito con votazioni contro la sua linea, ma nessuno ha pensato di abbandonare. Perché c’è una coscienza diffusa del pericolo che rappresenterebbe una scissione: significherebbe di fatto indebolire il Labour e favorire i conservatori. In altre parole, anche quando si sta all’opposizione, ci si pensa come una forza di governo».

 

 

 

 

Queste lamentele riguardano, però, principalmente Asor Rosa e Tranfaglia. E Vattimo?

 

 

 

 

«Quella è un’altra storia, non legata all’Iraq, come vuole far credere, ma piuttosto alla mancata candidatura alle Europee. Tant’è vero che quando Violante ha proposto il presidente della Provincia di Torino, Mercedes Bresso, lui ha reagito in modo stizzito definendola “prepensionata”».

 

 

 

Insomma, di bene in meglio. A tirarci su di morale ci prova ancora una volta la Sereni, tanto caritatevole da informarci prontamente che, comunque, per Fassino è previsto un invito a Londra. A marzo, e proprio da Policy Network …

 

 

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