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Galli della Loggia e la solitudine dei riformisti

Ieri Giorgio La Malfa poneva alcune domande al centro-sinistra, la più imbarazzante e “pregnante” delle quali—come già rilevato su questo blog—era questa : perché non c’è nessuno, proprio nessuno, nella coalizione di centro-sinistra, che sia orientato a votare sì sul decreto relativo alla missione italiana in Iraq?

 

 

 

 

Ebbene, oggi il Riformista fa alcuni nomi. Scopriamo, dunque, che nella Margherita Gerardo Bianco e Gianni Vernetti hanno manifestato una certa propensione al voto a favore. Che Andrea Romano, direttore di ItalianiEuropei, ritiene che una considerazione attenta della situazione «dovrebbe spingerci ad assumere una posizione favorevole alla presenza militare italiana». Che la pensano più o meno allo stesso modo il deputato diessino Umberto Ranieri e il filosofo Biagio de Giovanni, ex deputato europeo (Ds anche lui) e “storico maitre à penser della sinistra”, come lo definisce Il Riformista. «Non si può dire—osserva il filosofo—che vogliamo sia l’Onu a gestire la transizione e nello stesso tempo invitare ad andarsene chi si trova sul posto tentando di stabilizzare quelle aree. Si tratta di una posizione ideologica precostituita, che non tiene conto della realtà».

 

 

 

Insomma, la situazione non è così drammatica come la descriveva La Malfa. Grazie al cielo. Non è molto, ma non è neppure un deserto.

 

 

 

 

L’articolo del Riformista, in qualche modo, è una risposta all’editoriale di Ernesto Galli della loggia sul Corriere di oggi. Uno sconsolato lamento sulla “solitudine del riformista” che in molti, a sinistra, farebbero bene a leggere e meditare. E per questo il minimo che un blog riformista possa fare è copiarlo/incollarlo, affinché da domani non venga consegnato all’oblio.

 

 

 

 

 

 

 

Corriere della Sera

 

25 febbraio 2004

 

 

LA SOLITUDINE DEI RIFORMISTI

diERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

 

 

 

 

Oggi si tratta della missione militare italiana in Iraq, ieri delle pensioni, l’altroieri di qualcos’altro, i temi cambiano ma il copione è sempre lo stesso: c’è un leader del centrosinistra che prende una posizione ragionevole ascrivibile al migliore riformismo, subito però è costretto a vedersela con gli attacchi massicci provenienti dalla sinistra radicale, e subito, regolarmente, intorno a lui si fa il vuoto, diventa una sorta di appestato. È quanto sta accadendo in queste ore al segretario ds Piero Fassino, accusato di leso pacifismo e dunque di tradimento. Viene così alla luce ancora una volta la profonda solitudine del riformismo italiano. A difendere il quale, quando il gioco si fa appena appena duro, resta solo qualche politico coraggioso mentre per lo più, sia nei Ds che nella Margherita, è tutto un prendere velatamente le distanze, un cercare di approfittare delle difficoltà di chi ha avuto il coraggio di esporsi, un fingere di non vedere la sostanza politica delle cose che è sempre la medesima: lo scontro tra riformismo e massimalismo comunque quest’ultimo ami travestirsi.
Altro che ennesimo Ufficio del programma affidato poche settimane fa a Giuliano Amato: non di un simile inutile libro dei sogni sembrano oggi avere soprattutto bisogno i Ds, bensì di un gruppo di dirigenti disposti a battersi a viso aperto contro coloro che vogliono tenere la sinistra legata in eterno ai modelli e ai tabù di un passato che l’ha vista sempre in minoranza. I Ds che si riconoscono nella linea di Fassino e il centrosinistra riformista hanno oggi bisogno, soprattutto, di sana, dura lotta politica, di una lotta che serva a smuovere una buona volta anche il loro retroterra sociale per farlo uscire dagli equivoci che tuttora lo paralizzano. Perché alla fine ciò che colpisce non è tanto la solitudine politica del riformismo quanto la sua solitudine sociale. Ciò che accade nel campo intellettuale ne è una spia significativa. Allorché si accende lo scontro con il radicalismo anche qui tutto un defilarsi, un tacere.
Tranne un Michele Salvati, un Luciano Cafagna, tranne il manipolo del Riformista , per il resto non si vede una sola personalità del mondo della scienza e della ricerca, un solo letterato, un solo uomo o donna di spettacolo, un solo intellettuale dei tanti che di continuo levano la propria voce contro la destra e gli Stati Uniti, schierarsi senza equivoci contro i diktat utopico-buonisti, contro il pacifismo senza se e senza ma . Tanto forte ancora è, evidentemente, nei circuiti sociali e negli ambienti culturali della sinistra, non il prestigio, quanto, temo, il ricatto che quelle posizioni sono in grado di esercitare, la paura di essere etichettati di destra, di passare per «voltagabbana», per convertiti al berlusconismo.
Un silenzio che sa di omertà è così diventata la condizione di fatto accettata da troppo tempo dai socialdemocratici e dai democratici ragionevoli che pure affollano numerosi le schiere degli elettori dell’Ulivo. E’ così che non si assiste mai allo spettacolo del riformismo e della sua cultura che mettono nell’angolo o sulla difensiva gli avversari, che li combattono in campo aperto, ma sempre solo il contrario: i radicali e i massimalisti che partono all’attacco dei riformisti, li insultano, li sbertucciano, li minacciano, senza pagare mai pegno, anzi guadagnando in popolarità e in influenza. È così che, vittime di decenni di equivoci non chiariti, e del timore dell’ostracismo socio-culturale, milioni e milioni di riformisti sono prigionieri di una schiera infinitamente minore di massimalisti. Anche per questo l’Italia non è un Paese normale.

 

 

 

 

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