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Riformismo, straniero in questo Paese


 



Sul Corriere di domenica un’altra lezione sul riformismo, ovvero sul poco riformismo, e ancora da Michele Salvati. Una risposta all’editoriale che Galli della Loggia ha scritto pochi giorni fa e che tanto ha fatto discutere (anche nella blogosfera). Una chiamata di correo (attitudine mentale estremistica) per la destra, che secondo Salvati ci sta tutta. Perché «questo Paese non ha mai conosciuto, nonostante il grande Cattaneo, una robusta intellettualità liberale, raziocinante e riformista, di destra o di sinistra». E la sinistra, che marxista non è più, ha pur tuttavia «rimanenze profonde di una visione che sembrava rendere “scientificamente” fondate trasformazioni radicali dell’economia e della società». Le è rimasto appiccicato addosso il radicalismo anche se la grande teoria che lo fondava è colata a picco, «come rimane il ghigno quando svanisce il gatto del Cheshire». Assomiglia all’invettiva berlusconiana («Sono comunisti senza comunismo»), ma è detto molto più elegantemente…


 


Copiato/incollato, doverosamente.


………




INTELLETTUALI E SINISTRA
Com’è difficile diventare riformisti



di MICHELE SALVATI




I politici della sinistra riformista sono soli e gli intellettuali di sinistra o stanno in silenzio o si mobilitano su posizioni estreme: così ha scritto Galli della Loggia sul Corriere mercoledì 25. Difficile non essere d’accordo. Galli della Loggia scrive però di una vicenda contingente (Iraq) e si riferisce solo alla sinistra, mentre il problema meriterebbe di essere discusso più in generale. Anzitutto, perché solo la sinistra? L’estremismo non è forse stato, in Italia, un tratto saliente anche degli intellettuali di destra? Chi non ha letto sui libri di storia dei furiosi attacchi mossi ai neutralisti dagli interventisti di destra e di sinistra, ma soprattutto di destra, ai tempi delle «radiose giornate» della primavera del 1915? Se lo spazio non fosse tiranno mi sarebbe facile riportare frasi deliranti di Papini, Prezzolini, vociani e intellighenzia varia. La realtà è che questo Paese non ha mai conosciuto, nonostante il grande Cattaneo, una robusta intellettualità liberale, raziocinante e riformista, di destra o di sinistra: nulla di paragonabile a Francia e Gran Bretagna.
Ovviamente Galli della Loggia sarebbe d’accordo e cominceremmo a discutere sul perché. Anzi, sui perché, che sono numerosi e tra loro intrecciati. Tra di essi vorrei qui ricordarne uno solo che, come intellettuale riformista, continua a tormentarmi. La si metta come si vuole, ma in ultima analisi una politica riformista non è cool , direbbero gli inglesi, non è entusiasmante: Tony Blair ha dovuto usare dosi massicce di spin doctoring per rendere appetibile la sua Terza via. Insomma, dà un grande ruolo al cervello e uno piccolo al cuore. È difficile, impegna in ragionamenti che tirano in ballo compatibilità e incompatibilità, effetti non voluti o perversi. Esige conoscenze e specializzazione.
Richiede di pensare in termini di sistema, economico, internazionale o altro: questo non si può fare perché altrimenti..; quest’altro, poco, si può fare, ma occorre cautela. Anche il riformismo più coraggioso potrà sempre essere accusato di moderatismo o di sconfinamento nel campo avversario. E questo fa sì che «vendere» un riformismo serio, sia agli elettori, sia agli intellettuali, non sia per nulla facile. Avremo modo di tornare sulla vendita agli elettori: le elezioni si avvicinano, i partiti stanno confezionando i loro programmi, e ne vedremo delle belle. Ma non è facile neppure venderlo agli intellettuali.
È vero che gli intellettuali non dovrebbero incontrare difficoltà a seguire i ragionamenti dei riformisti: per loro, non sono la complessità dell’argomentazione o la difficoltà di astrarsi dal proprio caso particolare a generare ostacoli. Gli ostacoli principali, per gli intellettuali di sinistra, sono i tre seguenti. Il primo ha a che fare con le idee ricevute: oggi non si trova un marxista nemmeno a pagarlo, ma rimanenze profonde di una visione che sembrava rendere «scientificamente» fondate trasformazioni radicali dell’economia e della società sono rimaste. Insomma, è rimasto il radicalismo anche se è stata messa da parte, senza troppo riflettere, la grande teoria che lo fondava, come rimane il ghigno quando svanisce il gatto del Cheshire.
Il secondo ha a che fare con una genuina indignazione per come vanno le cose, in Italia e nel mondo, per le ingiustizie, le nefandezze, le stupidità che gli attuali ordinamenti politici, economici e sociali rivelano: non è possibile accettarle! E i rimedi che i riformisti propongono sembrano troppo blandi. Il terzo ha a che fare con la formazione prevalentemente umanistico-filosofica degli intellettuali di sinistra: nel loro mestiere trattano di idee e valori non di società e di economia, e questo non li predispone certo ad accettare gli argomenti dei riformisti.
Ci vorrà tempo. Un tempo che i riformisti potranno utilmente impiegare a distinguersi meglio dal semplice moderatismo, a confezionare le loro proposte in modo meno ragionieristico, più netto e più accattivante, e soprattutto a rafforzare la convinzione in se stessi, che non di rado traballa quando sono esposti alle critiche dei radicali.



  1. 2 marzo, 2004 alle 18:34

    Sommersi o Salvati?
    Mi sia consentito di far rilevare un paio di sciocchezzuole scritte da Michele Salvati sul Corriere (e riportate da Wind Rose Hotel): siccome è un intellettuale, per giunta riformista, e addirittura economista, non avrà difficoltà a seguire il mio ragionamento. Se la mancanza di una cultura riformista è un problema italiano, come lui dice, perché non vi è “nulla di paragonabile” in Francia o in Gran Bretagna, le cause di questa mancanza andranno ricercate, in buona logica, in specificità italiane. E invece i tre “ostacoli” indicati da Salvati non valgono in Italia più di quanto valgano in Francia, dove invece una cultura riformista a dire dell’intellettale-riformista-economista ci sarebbe. Anche in Francia, infatti, il marxismo ha avuto il suo peso sull’intellighenzia di sinistra (e ha lasciato il suo ghigno); anche in Francia gli intellettuali di sinistra hanno prevalentemente formazione umanistica; anche in Francia, ohibò, a sinistra ci si indigna (e penso pure in Gran Bretagna, o no?).
    L’altra sciocchezzuola, per non dire che è una cazzata grande come una casa, è l’idea che concretezza significhi società ed economia, e astrattezza umanesimo e filosofia. Salvati sembra avere della filosofia la stessa idea di chi di filosofia (di Platone, di Aristotele, di Descartes, di Kant, di Hegel, di Husserl, di Wittgenstein) non ha mai letto un libro. Sarà per questo che è così preciso, quando ne parla! Che poi scriva quelle castronerie sulla testa e sul cuore, delle quali il minimo che si possa dire è che sono quanto di più vago e banale si possa pensare, è particolare trascurabile. L’idea, che si può ricavare da un simile articolo, che il popolo italiano ha difficoltà a seguire i difficili e freddi ragionamenti dei riformisti, e perciò è sommerso da intellettuali vacui e magniloquenti, mentre i francesi o gli inglesi votano solo dopo aver seguito alti seminari di economia e società, e perciò non danno retta alle chiacchiere dei filosofi-umanisti, Salvati la potrà trarre dai suoi studi di economista riformista, ma io (come filosofo, per carità; in astratto, s’intende) la trovo di una sbalorditiva superficialità, della stessa superficialità e faciloneria che Salvati imputa alla cultura umanistica e filosofica.
    P. S: A proposito: in quale casella culturale Salvati sistemerebbe Marx? Tra i concreti o gli astratti, tra gli economisti o i filosofi?

  2. 2 marzo, 2004 alle 19:40

    Salvati scrive “nulla di paragonabile a Francia e Gran Bretagna”, non che in quei due paesi il problema non esiste. Mi pare che faccia una bella differenza.
    Quanto alla contrapposizione studi umanistici/economia e società e così via, si tratta di una semplificazione, come dire, esplicativa, non assolutizzabile in maniera drammatica e irrevocabile. Attribuire una tale ingenuità a Michele Salvati mi sembra eccessivo. Un editoriale, comunque, richiede quello che definirei per comodità “un approccio ermeneutico piuttosto elastico”. Altrimenti non si scrivono più editoriali ma solo articoli per pubblicazioni specialistiche, ecc. (oltre a saggi e trattati).

    Personalmente, tuttavia, non mi sembra affatto insostenibile la tesi che anche la Francia ha un deficit di cultura riformista (e non solo di quella). Prosopopea a parte. La Gran Bretagna, invece, mi sembra un’altra cosa. Anche se la fronda interna al labour sta a dimostrare che gauchismi ed estremismi vari sono presenti anche da quelle parti.

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