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Galli della Loggia : riformisti senza popolo

Ernesto Galli della Loggia interviene ancorauna volta sulla “solitudine dei riformisti”. E la messa a fuoco della questione ci guadagna ulteriormente. Pur confermando la tesi contenuta nell’ editoriale di Michele Salvati del 29 febbraio, Galli della Loggia tenta di andar oltre e afferma che il vero problema della sinistra non sono gli intellettuali, ma la mancanza di «un retroterra sociale», di «un popolo», in altre parole «tutta la vasta rete di quella che può ben chiamarsi la società di sinistra non sta dalla parte del riformismo». Copiato/incollato qui di seguito.

 

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I RIFORMISTI SENZA POPOLO

di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

 

Corriere della Sera, 6 marzo 2004

 

Non penso proprio che il massimo problema della sinistra riformista italiana sia quello di non piacere agli intellettuali. Le ragioni di questo sgradimento sono in certo senso scontate e le ha richiamate benissimo Michele Salvati su queste colonne (29 febbraio): principalissima, la scarsa capacità da parte del riformismo di accendere le fantasie eroiche e di suscitare gli empiti ipervirtuosi dei tanti romanzieri, poeti e professori di lettere che infoltiscono i ranghi della sinistra del nostro Paese. Agli occhi di costoro il riformismo per sua natura si presenta in una veste troppo ragionevole, troppo realistica e scialba per piacere. Ma, ripeto, il problema non è questo, non sono qualche migliaio di letterati, neppure con l’aggiunta degli scienziati, degli economisti o dei giornalisti del caso. Quello che fa difetto al riformismo italiano, insomma, non sono gli intellettuali; quello che drammaticamente gli manca, come ho scritto, è un retroterra sociale, è un popolo, è il sostegno delle grandi organizzazioni che innervano il tradizionale insediamento storico della sinistra nel Paese. La Cgil, l’Arci, l’Anpi, la Lega delle cooperative, tutta la vasta rete di quella che può ben chiamarsi la società di sinistra non sta dalla parte del riformismo.
Forse perché allora sta dalla parte di Bertinotti o di Cossutta? Assolutamente no. In buona misura anzi (nel caso delle cooperative per esempio al cento per cento) quella società nutre di sicuro sentimenti riformistici, è attestata, e non da oggi, su posizioni genuinamente socialdemocratiche; ma essa è intimidita, ha paura. Ha paura di contrastare il senso comune radicatosi nei decenni dell’egemonia del Pci; ha paura di andare contro il vecchio comandamento che non devono esserci nemici a sinistra (un tempo, se c’erano, erano traditori mascherati: una affermazione però che poteva essere fatta solo nel quadro ideologico della tradizione comunista); ha paura di offrire il fianco al nuovo repertorio delle accuse infamanti (craxiano, berlusconiano, revisionista, bushista) messo a punto dal giacobinismo culturale e dal radicalismo giovanilista, alleati per la bisogna. La stragrande maggioranza della società italiana di sinistra esita a coprire con la sua voce ragionevole, la voce sognatrice e parossistica di tanti intellettuali, quasi che temesse essa per prima di accorgersi di non avere più nulla a che spartire con l’antica ideologia antagonistica che ha formato la sua identità storica.
Anche oggi il riformismo rimane così, in Italia, una pattuglia di politici coraggiosi e basta, un pugno di generali senza esercito: soprattutto senza l’esercito rappresentato dai sindacati che sono sempre stati, invece, il nerbo tradizionale di tutte le socialdemocrazie europee. O meglio, l’esercito almeno potenzialmente ci sarebbe, ma è un esercito riluttante a impegnarsi in combattimento.
L’incapacità di organizzare un vero scontro politico contro i propri avversari interni alla stessa sinistra, l’incapacità altresì di produrre una leadership coraggiosa e all’altezza dei problemi rimangono dunque i tratti distintivi del riformismo italiano, della sua solitudine. Privo di truppe e costantemente intimidito, esso si è abituato ormai a contare solo sul gioco per linee interne, sugli accordi di vertice, sull’immancabile verdetto della storia di domani a favore dei grilli parlanti di oggi. Ai quali perciò non rimane che prepararsi all’appuntamento fatidico stilando programmi e organizzando convegni.

 

 

 

  1. 6 marzo, 2004 alle 23:27

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