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Mazzini, sempre attuale


Il Giuseppe Mazzini morente, dipinto da Silvestro Lega nel 1873, suggerisce un’interpretazione per niente “agiografica” del grande pensatore e patriota. Che aveva una personalità molto più complessa di quanto si possa immaginare a prima vista, forse perfino contraddittoria. Ma è proprio questo che lo rende ancora attuale. Sergio Luzzatto sul Corriere di oggi.

 

 

 

……….

 

 

 

Dietro quella barba austera si celava un uomo dalla personalità tormentata e complessa, ma anche un amante appassionato

 

 

 

Che errore ridurre Mazzini a un santino

 

di SERGIO LUZZATTO

 

Nella grande mostra sui Macchiaioli appena chiusa a Padova, un quadro merita più di ogni altro d’essere guardato con attenzione e – in fondo – con venerazione. È il Mazzini morente dipinto da Silvestro Lega nel 1873. Il 10 marzo dell’anno prima, quando l’indomito leader repubblicano si era spento a Pisa, dove abitava sotto mentite spoglie per ingannare la polizia sabauda, il più dotato dei Macchiaioli si era precipitato sul posto da Firenze. Pellegrino fra i tanti nella camera ardente, Lega aveva abbozzato sul posto un ritratto funebre cui aveva rimesso mano durante i mesi successivi, scegliendo però, retrospettivamente, di fare del morto un morituro: di Mazzini cadavere, appunto un Mazzini morente . Ciò che rende straordinaria questa tela è la scelta – consapevole quanto coraggiosa – di rappresentare il trapasso di un capo politico nel più impolitico dei modi, come la fine di un uomo qualunque. Proprio in quanto mazziniano fervente, Lega volle sottrarre Mazzini alla retorica dell’uomo d’eccezione. Lontanissimo il morente di Lega dall’icona dell’eroe caduto per la causa, come il famoso Marat di David sanguinante nella vasca da bagno. Per ascendere all’Olimpo della storia, il Mazzini macchiaiolo non ha bisogno di morire ammazzato, né ha bisogno di subire il martirio con la scandalosa nudità del Nazareno; chino sul fianco e ravvolto in uno scialle, il vecchio rivoluzionario può ben cercare un po’ di calduccio prima di incontrare il freddo della morte.
Da subito dopo essere stato dipinto, il quadro di Lega incontrò scarso favore di pubblico. Orfani del loro leader, i mazziniani stessi faticarono ad apprezzare l’icona di un anti-eroe. In quegli anni Settanta dell’Ottocento, in quell’Italia unita di fresco sotto lo scettro di Casa Savoia, i devoti del credo repubblicano – pochi o tanti che fossero – preferirono aggrapparsi al santino del Mazzini nerovestito, monaco laico, pensoso predicatore di un’integerrima Repubblica a venire. Il medico patriota Agostino Bertani promosse addirittura l’imbalsamazione dei resti mortali di Mazzini, cercando (invano) di fare del corpo del leader un pietrificato monumento. Quanto al ritratto di Lega, neppure una colletta promossa dagli amici dell’artista bastò a procurare un compratore italiano. Il Mazzini morente finì per imboccare – come già il suo soggetto – la strada dell’esilio. Passando dall’Inghilterra, approdò infine negli Stati Uniti d’America. Ora che la mostra padovana dei Macchiaioli ha chiuso i battenti, chi vorrà vederlo dovrà raggiungere il remoto museo di Providence, nel Rhode Island.
La prolungata sfortuna del quadro di Lega può ben valere da metafora della difficoltà generale di guardare alla figura di Mazzini senza le lenti del mazzinianesimo. Perché, dell’agitatore genovese, i seguaci hanno perlopiù veicolato un’immagine stereotipata e, da ultimo, involontariamente caricaturale: l’immagine fatta propria già da Giosuè Carducci, dell’«uomo / che tutto sacrificò / che amò tanto / e molto compatì / e non odiò mai». Mentre il vero Mazzini fu personaggio tutt’altro che lacrimevole e dolciastro: al contrario, fu sanguigno e pugnace. Soprattutto – di là dai risvolti di carattere – fu un uomo non semplice, ma complicato; a volte coerente, più spesso contraddittorio. Ed è proprio attraverso le sue contraddizioni che Mazzini continua a parlarci, e ad avere cose da dirci.
Oggi più ancora che in passato, la ragione prima dell’attualità di Mazzini risiede nell’originalità di una scelta di vita che fece di lui il più europeo fra gli italiani dell’Ottocento, e insieme il più italiano degli europei. Fin da quando la militanza repubblicana lo costrinse a lasciare la madrepatria, dapprima per la Francia, poi per la Svizzera e l’Inghilterra, l’orizzonte di Mazzini fu quello continentale. Nell’immaginazione o nella realtà, nell’astratto degli scenari ideali o nel concreto delle mene politiche, nella poesia dei progetti o nella prosa delle insurrezioni, il suo mondo si andò popolando non soltanto di italiani, ma di polacchi, tedeschi, scandinavi, slavi… Tuttavia, la generosa visione di un’Europa federale e democratica non liberò Mazzini dall’angustia di una prospettiva nazionalistica, che lui stesso contribuì anzi a nobilitare: quella di un’Italia egemone grazie ai rinnovati fasti di Roma. Il suo problema era il nostro: non sempre, la volontà di sentirci europei vince la voglia di scoprirci italiani.
Una seconda ragione per cui Mazzini continua a parlarci è la singolare sua condizione di cristiano senza Chiesa. Naturalmente, noi non possiamo sapere che cosa egli avrebbe voluto scrivere, se mai avesse potuto, nel preambolo di una Costituzione europea: se oggi si direbbe favorevole o contrario alla menzione nella Carta del nome di Dio, o all’esplicito riconoscimento del patrimonio giudaico-cristiano come struttura identitaria dell’Europa moderna. In compenso, sappiamo che più a fondo di qualunque altro uomo politico dell’Ottocento Mazzini si impegnò per fondare una religione civile che accomunasse cattolici e laici, musulmani ed ebrei. A un secolo e mezzo di distanza, le cronache quotidiane – dalla Francia del velo all’Italia del crocifisso – ci ricordano quanto la battaglia mazziniana resti dura da vincere.
Perfino nei suoi rapporti con le donne, la personalità di Mazzini guadagna dall’essere riscoperta come ardente piuttosto che ascetica, e intricata piuttosto che risolta. Niente di più falso, né di più noioso, dell’icona risorgimentesca di un Mazzini che dall’esilio londinese unicamente pensava alla vecchia madre lontana; movimentata, al contrario, la vita sentimentale (e sessuale) di questo rivoluzionario di professione. Del resto, l’esule di Londra non esitò a organizzare politicamente le donne che gli erano intorno, né a reclamare per loro il diritto all’istruzione e il diritto di voto. Il che non basta certo a farne un «femminista», se è vero che della donna Mazzini coltivò soprattutto l’immagine della produttrice e dell’allevatrice di bambini, altrettanti figli della patria.
Un ulteriore ingrediente della personalità di Mazzini merita di venire ricordato, a testimonianza della sua stupefacente attualità: le grandi doti di comunicatore. Con netto anticipo sui tempi della politica ottocentesca, l’agitatore repubblicano misurò l’importanza del ruolo che i nuovi media – dalle fotografie ai giornali popolari – erano destinati a rivestire nell’età delle masse. Così, Mazzini promosse, dall’Inghilterra, qualcosa come un merchandising della sua propria immagine: ritratti, autografi, cimeli la cui vendita era intesa a finanziare il movimento repubblicano. Idea geniale, che finì tuttavia per alimentare anche troppo la devozione dei seguaci verso il leader carismatico.
L’anno prossimo, saranno passati duecento anni dalla nascita di Giuseppe Mazzini. C’è da augurarsi che le celebrazioni di rito non si riducano ancora a gesti rituali. In fondo, sarebbe bello che gli italiani del 2005 sapessero volgersi verso la figura storica di Mazzini con la libertà di sguardo di un Silvestro Lega. Per riconoscere in lui non un eroe da monumento, ma un uomo in carne e ossa; e per ritrovare nei suoi tratti l’incarnazione sofferta di tanti problemi del nostro tempo.

(Corriere della Sera, 9 marzo 2004)

  1. 9 marzo, 2004 alle 19:35

    Io sarei ancora più estremista: la Resistenza, divide le coscienze (fu guerra civile o lotta di liberazione?). E’ necessario andare a ritrovare un collante, delle radice diverse: qualcosa che unisca, e non divida. Ben venga questo ricupero e rivalorizzazione di Mazzini…

  2. 10 marzo, 2004 alle 15:54

    Certo, ma tieni presente che gli italiani trovano sempre il modo per dividersi su tutto.

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