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Caricature dell’America? No grazie


Una riflessione che fa chiarezza su certi equivoci e aiuta a capire in che termini si può impostare il dibattito senza cadere nei luoghi comuni.

 

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La sinistra non riduca l’America a caricatura

di FRANCO DEBENEDETTI

 

 

Per chi in Europa si riconosce in posizioni come quelle di Glucksmann, biasimare aspramente l’«idealismo rivoluzionario» di De Villepin non significa affatto condividere l’«idealismo conservatore» dei neocon americani. Anzi, se c’è un’insopportabile tendenza manifestatasi con larghezza nella sinistra europea, e soprattutto in quella italiana, è stato il sistematico tentativo di considerare senza alternativa questa scelta. Talché chi ha manifestato e argomentato le proprie perplessità per il no sostenuto dalla parte maggioritaria della sinistra, si trova a esser spesso indicato con disprezzo come servo dei neocon americani. È una sciocchezza, che purtroppo dice molto del dogmatismo ideologico che ancora permea tanta parte della sinistra, nel nostro Paese e non solo. Certamente la profonda frattura critica che si è rivelata su questi temi anche nella campagna elettorale americana è un fenomeno innegabile e di straordinaria importanza. Ma, con tutto il rispetto, credere che gli elettori americani faranno proprie le posizioni espresse da un Tariq Ali nel suo Bush in Babylon – The Recolonisation of Iraq , o che si strappino di mano l’edizione americana di Après l’Empire di Emmanuel Todd in cui si profetizza il tramonto dell’America, significa non sapere che cosa è l’America. (…) Io credo al contrario che una solida sinistra europea riformista, attenta alla concretezza della necessità della lotta al terrorismo e a dispiegare con credibile forza una propria linea di intervento attivo per bilanciare la tendenza americana all’unilateralismo abbia bisogno di abbeverarsi ad altre fonti.
Magari ad America Unbound di Ivo Daalder e James Lindsay, due solidi veterani dell’amministrazione Clinton, che pur avanzando critiche solide ai risultati sin qui ottenuti dall’amministrazione compiono un’analisi spassionata della Bush Revolution . Innanzitutto attribuendola a lui e non a una cricca di pazzoidi neocon, stralunate caricature del dottor Stranamore, come sono sistematicamente dipinti i vari Irving Kristol, Robert Kagan, Richard Perle e Paul Wolfowitz da una certa sinistra europea. L’ assertive nationalism di Condoleezza Rice e Dick Cheney ha poco a che vedere con la radicalità di un filone politico che chiede interventi militari a tappeto in Arabia Saudita, Siria e Iran come ieri in Iraq. Ed è con quell’ assertive nationalism che bisogna fare i conti. Per bilanciarlo ed eventualmente contrastarlo meglio bisogna insomma imparare a capirlo, accettare la realtà vera che esprime dell’America, senza rifugiarsi in un antiamericanismo d’antan che rende ciechi intellettualmente e nani diplomaticamente.

 

 

(Corriere della Sera, 19 marzo 2004)

 

 

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Categorie:esteri
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