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Gandhi e i neoliberals sul Riformista


Oggi Il Riformista ha deciso di mettere in mora tutti quelli che dai giornali non si aspettano di essere intellettualmente provocati e presi per il bavero, maltrattati, al limite, e sottoposti a sgradevoli docce scozzesi, preferendo di gran lunga essere blanditi con la ripetizione in tutte le salse di ciò che vogliono sentirsi dire.

 

 

 

 

 

Lo ha fatto con tre pezzi forti che stupiscono e spiazzano senza pietà. Il primo—da cui apprendiamo cose insospettabili (per i più) sul satyagraha—è di Edoardo Camurri, edè qualcosa di più di una bella recensione dell’ultimo libro di Mark Juergensmeyer, direttore del Dipartimento di Studi globali dell’Università della California, Come Gandhi – un metodo per risolvere i conflitti (Laterza, traduzione di Fabio Galimberti).

 

 

 

 

Gandhi viene messo a confronto con Machiavelli e Sant’Ignazio di Loyola, teorici del fine che giustifica i mezzi,con risultati non del tutto prevedibili. Ma soprattutto apprendiamo che :

 

Per un apparente paradosso, il satyagraha finisce (…) col cercare la cooperazione del proprio avversario e ad assomigliare a una delle teorie politiche più significative di questi ultimi anni: il Tit for Tat del politologo americano Robert Axelrod. Axelrod ha mostrato come, una volta compresi i meccanismi strutturali di ogni conflitto, la soluzione migliore per gli avversari, ancor meglio della vittoria dell’uno sull’altro, sia sempre quella della cooperazione reciproca. Con una differenza, però, anch’essa gandhiana: nel caso in cui uno dei due contendenti decidesse di cambiare improvvisamente atteggiamento, occorrerebbe, per ripristinare la pace, mutare immediatamente posizione e rispondere, questa volta senza esitazione, colpo su colpo, Tit for Tat.

 

Colpo su colpo, Tit for Tat. Secondo Gandhi. Scusate se è poco.

 

Gli altri due pezzi sono collegati (inserto Diplomatique).Dario Bessarione si premura di presentare e commentare un testo diffuso la scorsa settimana dal think tank democratico Progressive Policy Institute. Ne sono autori Ronald Asmus, che ha lavorato al dipartimento di Stato con Bill Clinton, come responsabile per le politiche di sicurezza in Europa orientale, e Michael McFaul, esponente di punta del National Democratic Institute.Essi rappresentano quella importante componente del mondo democratico

 

che ha associato la critica all’unilateralismo neoconservatore con la necessità di dotarsi di alleanze ampie per la guerra al terrore e di una strategia di lungo periodo per la democratizzazione del mondo arabo. Si tratta dei cosiddetti «neoliberals»: politici e intellettuali convinti che la potenza americana sia una risorsa efficace solo se messa in grado di esercitare un’egemonia non coercitiva nella lotta al fondamentalismo. Impegnata a superare lo status quo nel mondo arabo – senza arrendersi all’inevitabilità dell’islamismo – con il sostegno delle istituzioni internazionali e attraverso il consenso dei principali partner europei.

 

La cosa più interessante è che leidee che sono sostenute in questo testo sono alla base della Greater Middle East Initiative che l’amministrazione Bush si appresta a lanciare al vertice del G8 in programma il prossimo 8-10 giugno a Savannah, in Georgia. Bessarione va avanti informandoci che

 

La scorsa estate, quando il fenomeno Howard Dean stava mobilitando l’opposizione a Bush su una piattaforma che intrecciava la critica alla guerra in Iraq con il vecchio richiamo dell’isolazionismo statunitense, Asmus pubblicò una sorta di manifesto neoliberal insieme a Kenneth Pollack (l’ex analista della Cia che nel suo «The Threatening Storm» aveva auspicato un risolutivo intervento internazionale contro il regime di Saddam). Vi si leggeva, tra l’altro, che la tragedia del mondo arabo era nell’essere costretto a scegliere tra le vecchie autocrazie corrotte e il richiamo del fondamentalismo antioccidentale. E che gli Stati Uniti non avevano altra scelta se non quella di tornare ad investire sul nation building, quel metodo classicamente clintoniano che i repubblicani si erano illusi di poter liquidare. Perché la scelta fondamentale che doveva compiere Washington, scrivevano Asmus e Pollack, era tra l’Impero e la Leadership.

 

L’adozione di questa impostazione sarà, per l’amministrazione Bush, una sorta di capovolgimento strategico. E qualora alla Casa Bianca dovesse andarciKerry—che per i neoliberal ha un debole—la svolta sarebbe ancora più marcata.

 

Nel frattempo si moltiplicano i segnali di nervosismo da parte di alcune autocrazie arabe—quelle che per altro fino ad oggi sono state al fianco degli Usa—e di attenzione da parte della sinistra francese e tedesca. E non si fa fatica ad immaginare perché.

 

 

 

 

 

 

  1. 24 marzo, 2004 alle 2:57

    notte

  2. 24 marzo, 2004 alle 8:13

    …giorno

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