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Alle radici dell’odio


Martin Luther King Alle radici di quellâÂÂodio globale al quale il fondamentalismo islamico attinge a piene mani possono esserci innumerevoli fattori, alcuni direttamente dipendenti dalla volontà deliberata dei destinatari di questo ignobile sentimento, altri un poâ più difficilmente controllabili, in quanto correlati a complesse situazioni generate dalla storia, dallâÂÂeconomia (e dalle sue leggi spesso spietate) e da unâÂÂinfinità di sostrati inconsci e consci che solo in minima parte vengono messi a fuoco dalle analisi che vengono frequentemente proposte dagli studiosi di geopolitica e di molte altre discipline interessate a questa materia.

 

 

 

 

 

Noi ci schieriamo, dichiariamo che su certe questioni non si può essere flessibili oltre un certo limite, oppure sfiliamo âÂÂper la paceâ e ci laviamo le mani di tutte le complessità e delle responsabilità che lâÂÂOccidente dovrebbe avere il coraggio di assumersi, spesso rivendicando il diritto ad una dissociazione proprio nei confronti di quellâÂÂOccidente che gli altri vorrebbero difendere. CâÂÂè chi è pro-America, come lo scrivente, e chi è visceralmente antiamericano, come la stragrande maggioranza dei cosiddetti pacifisti, e câÂÂè pure chi sta nel mezzoâÂÂin maniera opportunistica, oppure con unâÂÂequidistanza sofferta, che si può non condividere ma che bisogna rispettare e in ogni caso non è da attribuire a tutti i costi a falsa coscienza, viltà, cecità o insensibilità. Ci possono essere ancora altri che si dichiarano pro-Occidente ma non pro-America, filo-Chirac e anti-Blair, e così via, con sfumature e connotazioni le più varie e a volte stravaganti.

 

 

 

 

 

Va bene, tutto questo câÂÂè e non si può cambiare. Ma câÂÂè anche qualcosa che dovrebbe unire tutti, filo e anti questo o quello. Ma di rado se ne parla. O meglio, non se ne parla senza mettere in mezzo ideologie o comunque ermeneutiche troppo parziali e settarie. Ma Giuliano Zincone, sul Corriere di oggi,ha rotto lâÂÂincantesimo. Complice il quotidiano Libero. E quei fattori che, come si diceva allâÂÂinizio, sono alla radice dellâÂÂodio e possono essere ascritti alla volontà deliberata dei destinatari di quel turpe ma diffusosentimento, improvvisamente emergono dalle nebbie dellâÂÂindeterminatezzae ci guardano di sottecchi, ci sfidano. E sono fattori bipartizan, che non lasciano scampo. Vergognarsene è il minimo. Leggere qui di seguito per capire perché.

 

 

 

 

 

 

 

Gli Indiana Jones della superiore inciviltà

 

di Giuliano Zincone

 

 

 

 

 

Aristide Malnati è un esperto: ha partecipato come assistente a nove campagne di scavi nellâÂÂoasi egiziana del Fayyum, esplorando il sito greco-romano di Tebtynis. Ora Malnati racconta (su Libero ) che un gruppo di professori del Cairo ha deciso di denunciare alle autorità locali e allâÂÂUnesco i comportamenti ëneocolonialisti e razzistiû di molti archeologi stranieri, che sfruttano e maltrattano la manodopera locale. Tra gli aguzzini sarebbero compresi anche gli Indiana Jones italiani e, in particolare, i ricercatori dellâÂÂUniversità Statale di Milano. Secondo lâÂÂaccusa, i sorveglianti (o raìs ) frustano gli operai quando tentano di riposarsi. Questa gente lavora sette ore al giorno, sotto un astro cannibale (allâÂÂombra, i gradi sono 45), per guadagnare circa tre euro. Niente occhiali contro la polvere e contro il sole, niente scarpe. E la sabbia nasconde scorpioni, schegge, serpenti. Una tenda per dormire in dieci, un buco in terra come wc comune. Poi, bastonate per chi si distrae, per chi perde tempo scaricando i detriti. I fanatici dei ërelativismi culturaliû rifiuteranno di scandalizzarsi. In fondo (diranno), il costo del lavoro è quello che è, in Egitto. La frusta è unâÂÂusanza locale, le scarpe e gli occhiali non sono attrezzi comuni per quella classe operaia sottomessa, abituata al caldo, alla coabitazione e alle ancestrali scomodità. Può darsi, può darsi. Peccato che il benessere (il decente trattamento) di questi lavoratori dipenda da chi li ha assunti e cioè dagli squisiti intellettuali dellâÂÂOccidente. Peccato che il severo articolo di Aristide Malnati sia uscito sul giornale ( Libero ) che più dâÂÂogni altro esalta ëla nostra superiore civiltàû.


Se allarghiamo lo sguardo e ci allontaniamo dallâÂÂEgitto, siamo costretti a osservare almeno un paio di panorami sempre uguali. In assenza di regole e di castighi, chiunque abbia facoltà di sfruttare il prossimo esegue puntualmente questa condanna, mettendo al primo posto il proprio guadagno. Senza andare troppo lontano vediamo che, in Italia, si accumulano profitti assoldando con pochi euro immigrati stagionali per opere di facchinaggio, per la raccolta di pomodori o di carote, per i piccoli mestieri che gli italiani rifiutano. Ma li rifiutano quando sono sottopagati, non garantiti, non assistiti. Li accetterebbero, forse, in cambio di un equo trattamento. E allora bisogna ammettere che, qui come in Egitto, non prevale la sete di civiltà, ma la semplice fame di risparmi. La quale da noi (da noi!) uccide quattro lavoratori al giorno, perché, soprattutto nei cantieri, si tagliano le spese per la sicurezza. E poi, certo, tutti gli investimenti volano altrove, e inseguono i costi del lavoro più bassi, nei Paesi lontani, privi di regole fastidiose e di sindacati.


Tremenda e cronica è la tentazione di esercitare un qualsiasi potere. Non è detto che questa crudeltà appartenga soltanto ai ceti privilegiati. Anzi: i poveri sorveglianti ( raìs ) degli scavi archeologici egiziani sono certamente più inflessibili contro i poveri operai di quanto non lo siano i professori occidentali che li governano. Il razzismo, in Italia come altrove, è molto (molto!) raro tra gli intellettuali e i facoltosi. Questo bubbone non è un pregiudizio, ma (ahinoi) è proprio un giudizio. Eâ rarissimo, o quasi inesistente, l’ebete che crede d’appartenere a una ërazza puraû. Eâ sempre più frequente, invece, il comune cittadino delle periferie che (a torto o a ragione) si sente assediato dagli immigrati, dallo spettacolo degli agnelli sgozzati sul terrazzino, dai rumori notturni del Ramadan, dai bimbi esotici che frenano tutta la classe perché parlano male l’italiano, dai lavoratori che accettano bassi salari e che, dunque, diventano ëconcorrenti slealiû. Eâ triste constatarlo, ma è inutile negarlo: soltanto i poveri rischiano di diventare razzisti. Durante il colonialismo francese, gli africani temevano soprattutto i petits blancs , i bianchi subalterni che erano i più arroganti e crudeli, perché la loro condizione sociale era molto simile a quella dei neri e, quindi, potevano ostentare soltanto il colore della pelle come segno di dominio. Continueremo a fare quest’errore, in Egitto, a Milano, a Roma? E sarà questa la bandiera della nostra ësuperiore civiltàû?

 

(Corriere della Sera, 28 marzo 2004)

 

 

 

 

  1. 28 marzo, 2004 alle 23:07

    Ciò che qui viene affermato è squallidamente vero.
    Una riflessione di fine week-end. Ciao e buona notte. Alain.

  2. 28 marzo, 2004 alle 23:21

    L’avverbio è ben scelto, Alain. Buona notte anche a te.

  3. Serghei24
    29 marzo, 2004 alle 1:04

    Mi pare che Zincone (con rispetto) scopre l’acqua calda: un operaio che porta a casa 900 euro al mese moglie e figlio a carico voterà pure i ds, ma se lo fai parlare sul tema, è un classico cittadino da posizioni lepeniste latenti. La quasi totalità, di quelli che ho incontrato, in questi giorni,per una piccola campagna elettorale, nel mio paese. Non me lo aspettavo; la massa silenziosa è lontana, molto lontana, da Fassino e D’Amato, e molto vicina a Bossi.

  4. Serghei24
    29 marzo, 2004 alle 1:10

    ho fatto pasticci col italiano, scusate. spero di non essere quel bambino esotico che frena la classe col suo italiano .-) p.s. Roberto, bellino quel and brutus is an honourable man, lo noto adesso. elegante ed acuto.

  5. 29 marzo, 2004 alle 14:50

    Serghei, hai colto un aspetto della questione, e forse, almeno in parte, hai ragione.

    Non preoccuparti del tuo italiano, che mi sembra buono, e comunque gli studenti italiani non sono, per lo più, esattamente degli “italianisti”!

    P.S.: Bruto è un uomo d’onore esattamente come una gran quantità di “campioni della democrazia e della giustizia” che ci stanno attorno. Direi proprio esattamente come lui …

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