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L’ossimoro di Amato


«Ancorché  i vostri rapporti con Dio non siano dei migliori, io chiedo a Dio di benedire i radicali che cercano di introdurre nell’€™agenda dei governi una serie di temi troppo trascurati come la lotta alla miseria, l’ambiente, l’istruzione di centinaia di milioni di bambini a cui viene negata, la costruzione della democrazia nei Paesi di cui si cerca la stabilità».


E’ probabile che Amato, quando ha pronunciato queste parole, nella giornata conclusiva della Convention radicale,fosse perfettamente consapevole di interpretare puntualmente il pensiero e il sentire di una particolare tipologia di estimatori della storia e della singolare testimonianza nella scena politica italiana di quel manipolo di esagitati mangiapreti. Il pensiero e il sentire, cioè, di coloro i quali, pur saldamente ancorati alle proprie convinzioni religiose, continuamente si sorprendono a pensare un gran bene della cultura politica dei radicali italiani. Con un risultato che ha parecchio di quegli ossimori di cui proprio Amato si lamentava solo pochi giorni fa. E tuttavia cos’altro ha fatto il “Dottor Sottile” se non coniare un nuovo ossimoro, quello di quei “maledetti” radicali che sono tuttavia da benedire?


Come la mettiamo, dunque? Calma, bisogna capire una volta per tutte che ci sono ossimori e ossimori : quelli cattivi sottendono una buona dose di disonestà intellettuale (unitamente a qualche altra qualità di cui non andare troppo fieri), quelli buoni, al contrario, tradiscono una insopprimibile passione per la verità, oppure per la giustizia, o per la libertà—o per la giustizia e la libertà insieme, come l’ircocervo liberalsocialista di crociata memoria, di cui si è parlato qualche giorno fa commemorando Norberto Bobbio.


Si potrebbe ricordare—saltando dalla politica alla letteratura, esercizio non così spericolato come comunemente si crede—la siepe di cui Leopardi si servì per parlare dell’infinito, accostando qualcosa di definito e limitato a ciò che oltrepassa ogni possibilità di definizione e di comprensione, e questo proprio per avvicinarsi all’inavvicinabile. Ed ecco la perfetta metafora del supremo ossimoro, il Tao che si lascia intuire oltre la contraddizione.


Amato e Pannella, Amato e Bonino, insieme, potrebbero regalare alla politica ciò che la politica non ha ancora immaginato. Ben al di là delle non insuperabili differenze sull’Iraq. Ben oltre le applauditissime convergenze su Sofri e sui diritti della ricerca scientifica («sono più bacchettone di voi ma penso anch’io che sia un delitto far morire milioni di embrioni inutilmente»).Che ci provino è il minimo che si possa fare. In ogni caso fa ben sperare Pannella quando dice : «Giuliano, non ti mollo. Vediamo cosa riuscirai a mettere nel programma di quanto ci hai detto oggi e noi potremmo starci».


La registrazione audio-video dell’intervento di Amato è disponibile sul sito di RadioRadicale


 

 

Categorie:interni
  1. 30 marzo, 2004 alle 10:43

    Condivido i tuoi auspici, ma un certo lirismo ti ha preso la mano. En philosophe, io penso che la ragione critica non ̬ tale se non ̬ (anche) ragione teologica Рil che non le impedisce di essere pure critica della ragione teologica (̩ un ossimoro?).

  2. 30 marzo, 2004 alle 12:02

    Verissimo, il genere letterario del post è vagamente lirico. Di proposito. Per una volta. Comunque, sull’opportunità di “poeticizzare” la politica (e non solo) mi appello all’autorità di Richard Rorty, che a sua volta si appella ad Emerson, Dewey e Withman…ma questo sarà oggetto di un post specifico, prima o poi …
    Per ora contemplo l’ossimorica bellezza di un sogno …

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