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Amato: dobbiamo restare in Iraq

Amato: dobbiamo restare in Iraq

 

 

E alla fine Amato gliele ha cantate. Più chiaro di così non poteva essere nell’esprimere il suo «no» al ritiro dei nostri soldati dall’Iraq. E c’è perfino dell’indignazione nei toni dell’intervista che appare su la Repubblica di oggi:

 

 

 

Una mozione per il ritiro delle truppe adesso? No, sono contrario, assolutamente contrario. E se l´opposizione la presentasse lo stesso, io sarei contrario ad approvarla… Ma come? invochiamo da mesi l´intervento dell´Onu, e adesso che l´Onu sta studiando una soluzione concreta noi diciamo “tutti a casa”? È un controsenso. Un errore che ci indebolisce, e non fa capire all´opinione pubblica cosa noi vogliamo per il futuro dell´Iraq.

 

 

 

(…)abbiamo una responsabilità oggettiva verso l´Iraq. Non possiamo parlare di globalizzazione che è ormai entrata nelle nostre case, e poi su un problema delicato come questo chiudiamo la porta pensando così di tenerci fuori da quello che accade fuori. Questo forse era vero alla fine del XIX secolo, oggi non è più così: in un mondo interdipendente nessuno può ritenersi estraneo alle responsabilità.

 

 

 

Poi il ragionamento di Amato si dispiega in una disamina analiticamente fredda e lucida, in cui i vari tasselli del complicato mosaico si compongono in una visione che non tralascia nulla di essenziale: l’Onu, gli Usa (Bush, Kerry, neocons), l’Europa, l’Italia, la sinistra, Zapatero, l’Islam.  Ecco qualche passaggio particolarmente interessante:

 

 

 

 

 

ONU – Europa – Italia – la sinistra

 

Io non so se le Nazioni Unite riusciranno a produrre un piano efficace e tale da essere approvato dal Consiglio di sicurezza. Ma so con certezza che se mi ritiro oggi perdo la forza negoziale per incidere su quello stesso piano. L´unica forza negoziale che ha l´Italia è quella di starci, dicendo “se non cambiate me ne vado”. Questa carta negoziale io vorrei giocarla in Europa e verso l´Europa. Andando via oggi potremmo trovarci in una situazione paradossale: se in Consiglio di sicurezza si trovasse davvero l´accordo su una risoluzione che coinvolge i tre grandi paesi europei, noi che abbiamo sempre tallonato Francia e Germania finiremmo per trovarci isolati in un angolo.

 

 

 

(…) Occorre che una presenza laggiù non significhi solo esserci perché ormai ci siamo. Ma serva a realizzare quel futuro migliore attraverso la forza negoziale della comunità internazionale, e a rendere possibile la fine graduale dell´attuale regime che, piaccia o no, è vissuto dagli iracheni come occupazione militare da parte di forze non amiche

 

 

 

(…) Noi per mesi e mesi abbiamo insistito sull´Onu, abbiamo gridato giustamente “solo con l´Onu, solo con l´Onu!”. Adesso arriva il segretario generale che annuncia “ci sto provando”, e noi ci sfiliamo? È un non senso, che ci indebolisce e non aiuta l´opinione pubblica a capire cosa vogliamo sull´Iraq. Diciamo la verità: l´urgente necessità di prendere posizione sul ritiro riflette posizioni non di politica estera, ma di politica interna. Una parte della sinistra sente l´esigenza di echeggiare sentimenti pacifisti largamente diffusi nel Paese, che tuttavia forse non si pongono il problema politico del futuro dell´Iraq.

 

 

 

(…) Il centrosinistra rischia di presentarsi una volta di più con un´immagine di rinnovata divisione. Non siamo riusciti ad evitare questa drammatizzazione su “ritiro sì, ritiro no”. Ma l´Europa non ci ha aiutato. Perché anche in Europa ognuno va per conto suo, e anche negli altri Paesi la politica internazionale è una derivata della politica interna. Credo che se invece si ragionasse sui contenuti concreti di una risoluzione Onu, probabilmente troveremmo Zapatero e Blair sulla stessa posizione.

 

 

 

Gli Stati Uniti

 

Un Paese consapevole dei propri poteri, in un mondo sempre più interdipendente, sa che il proprio potere si auto-limita. Nell´Amministrazione Usa colpisce questo impasto di ideologia, semplicismo, unilateralità, improvvisazione, cui sembrano affidate le sorti del mondo. Mi colpisce che Wolfowitz intervistato dalla tv non sappia neanche quanti siano i soldati americani uccisi finora in Iraq. Mi colpisce che mentre vi è l´esigenza condivisa da tutti di “raffreddare” la situazione a Falluja, prima si riaffidi il comando a un generale della Guardia Repubblicana di Saddam, poi ci si accorga solo 48 ore dopo che forse è meglio puntare su qualcun altro. Avere la responsabilità del mondo ed esercitarla in questo modo, obiettivamente, rende inestricabili problemi già di per sé difficili.

 

 

 

L’Islam e noi

 

Quelli che parlano di resistenza irachena dovrebbero tener conto che chi ha offeso e umiliato il mondo arabo è quella parte di sé che l´ha ossificato in un crescente e intollerante dogmatismo, che alla lunga ha posto fine a una delle più affascinanti avventure culturali e scientifiche del millennio scorso: la cultura musulmana. Non c´è soluzione possibile, se il confronto è tra un Occidente che si presenta prevalentemente con l´elmetto e un mondo arabo che si presenta prevalentemente con il terrorismo in nome di Allah. Noi occidentali, e soprattutto noi europei, dobbiamo mettere in campo il nostro modello, che è quello di un grande potere civile. E dobbiamo produrre iniziative concrete, e non più solo parole, per quella parte del mondo arabo che chiede una riscossa all´insegna della dignità e non del terrore, e che già oggi denuncia il banditismo post-Saddam e il terrorismo che vive di kalashnikov e di bombe messe alla cintura dei poveri innocenti

 

 

 

 

 

Insomma, grande equilibrio e una doverosa ricerca di punti di mediazione: in Europa, com’è inevitabile che sia, e all’interno della sinistra italiana, ma siccome c’è un limite a tutto, un taglio netto—con tanto di reprimenda e lezione di coerenza—nei confronti di  quella parte della sinistra che chiede il ritiro dall’Iraq.  Con l’islam e il Medio Oriente chiarezza  di intenti e concretezza. Con gli Stati Uniti estrema franchezza, aspettando Kerry. Così parla un leader riformista europeo. Fassino e Prodi sono avvisati …

 

 

 

[Leggi tutta l’intervista]

 

 

 

 

Categorie:esteri
  1. 4 maggio, 2004 alle 19:56

    D’Amato sembra veramento uno dei pochi politici di statura di cui oggi dispone il paese. Me ne convinco sempre più ora, leggendo l’intervista. Ma Montanelli lo disse già diversi anni fa. Un saluto, S24

  2. avy
    4 maggio, 2004 alle 20:07

    già, arguto e sottile. ma per sentirsi a suo agio forse dovrebbe candidarsi nella lista bonino…

  3. 4 maggio, 2004 alle 20:30

    Già, Serghei, e se lo diceva Montanelli, che parlava male pure di Garibaldi…
    Avy, per favore, non rigirare il coltello nella piaga …
    Vabbé, dai, tiremm innanz!

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