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Cacciari su Abu Ghraib

Cacciari su Abu Ghraib

 

 

 

Leggo solo adesso, grazie ad Attentialcane, una riflessione di Massimo Cacciari sui tristi fatti di Abu Ghraib. Il filosofo veneziano, come si sa, è nato per sorprendere e spiazzare chiunque abbia una qualche certezza acriticamente alimentata dalla consuetudine e dal conformismo. E’ una gran bella dote, sfoderata magistralmente anche in questa occasione. Ma stavolta mi sembra che la provocazione intellettuale—non dico la voglia di stupire, di cui credo che Cacciari non abbia alcun bisogno—sia meno efficace del solito, o quanto meno sia depotenziata da una pre-comprensione sulla quale si possono fare molte obiezioni. Prendiamo quello che forse è il passaggio più significativo del suo ragionamento. Egli scrive:

 

 

 

(…) pietà per i torturatori. Non solo perché non sanno quello che fanno e si fanno. Pietà anche per la nostra natura che in loro si disvela secondo la più perfetta misura della sua miseria. Essa consiste essenzialmente nel credere che la propria superiorità (e perciò la propria stessa sicurezza) si esprima nella capacità di abbassare l’altro, di umiliarlo. Che la nostra vittoria consista nella totale sconfitta di chi ci ha affrontato. In questa fede trova fondamento il nostro male radicale. I torturatori di Abu Ghraib non sanno che la tortura innalza, invece, la vittima; che il terrore che infliggono non rifletterà, alla fine, che la loro stessa angoscia impotente. Quando i vincitori vedono nell’annichilimento del nemico la misura della propria forza, la loro vittoria è destinata a trasformarsi in impotente prosecuzione della guerra.

 

Bene, la pietà è un sentimento che nobilita l’uomo, che fa onore a chi se ne lascia “contagiare”. Tuttavia, si può e si deve provare pietà per il torturatore (dopo averne provata innanzitutto per il torturato, ovviamente), ma non per la tortura. Ma questa distinzione, sembrerebbe, difetta nel commento di Cacciari. Infatti solo così si spiega l’insistenza sulla miseria della nostra natura umana, quasi fosse inevitabile quello che è successo. Sembra quasi di sentire Innocenzo III e il suo De contemptu mundi, lo stesso pessimismo sulla natura umana, solo temperato da una consapevolezza post-freudiana, per dir così, che alleggerisce le responsabilità individuali nel momento stesso in cui preclude qualsiasi riscatto definitivo e fideistico.

 

 

 

Personalmente penso che non ci siano giustificazioni per i comportamenti di cui si tratta, di nessun tipo e a nessun titolo. Per la semplice ragione che quel male può essere evitato e il riuscirci o il non riuscirci è una questione di responsabilità individuale, dai generali in giù (forse addirittura dai governi in giù). E’ quello che Norman Geras ha spiegato perfettamente e a cui ho fatto riferimento nel post precedente.

 

 

  1. 8 maggio, 2004 alle 14:38

    Si, Roberto, effettivamente la provocazione di Cacciari può sembrare inopportuna, anche se mi ha fatto venire in mente quello che mi disse mio zio, che fu priogioniero a Buchenwald, quando un giorno gli chiesi delle torture che in famiglia mi dicevano avesse subito, e di cui lui non parlava mai. Ero piccolo e nella mia franchezza gli chiesi se fosse stato umiliante, e ricordo benissimo che mi rispose:“non fu umiliante per me, fu umiliante per loro”. Questo senso, questo significato, mi pare debba riconoscersi nel discorso di Cacciari. Certo, detto in modo sbagliato e nel contesto inopportuno rischia appunto di perdere di vista la vera vittima.
    Sulla miseria della nostra natura umana, invece, è forse l’unica cosa con cui mi senta d’accordo con Innocenzo III ^__^ Ma penso anche con tutti gli altri colleghi di Innocenzo, in quanto il dogma del peccato originale sta lì apposta.
    E da qui mi sembra di dover porre il necessario distinguo, non contraddittorio:
    – E’ vero, ed è scientificamente, statisticamente vero, che è inevitabile che fra centinaia di migliaia di persone vi si trovino necessariamente sadici, violenti, ladri e stupratori. In questo senso (lato) è un episodio inevitabile;
    Ma è anche vero che è inammissibile che il migliore esercito del mondo non avesse non solo dei chiari – e sanzionati – codici di condotta, ma anche un efficiente sistema di sorveglianza di tale condotta con i prigionieri. In questo senso si ha perfettamente ragione a dire che NON era inevitabile e a chiamare in causa la responsabilità della gerarchia militare, cui questa mancanza di codici e di sorveglianza è imputabile.
    Ma sono imputabili anche i vertici politici ? Temo, anzi sono sicuro, che qui vi sia speculazione politica contro la nemica amministrazione Bush. Qualcuno si ricorda degli elettrodi attaccati ai testicoli dei somali, alle donne stuprate, il tutto ad opera di qualche soldato italiano nell’operazione Ibis in somalia ? Soldati tutti ASSOLTI PER PRESCRIZIONE con sentenza passata in giudicato ? Operazione di peacekeeping che fu fatta sotto il governo Amato e il ministro socialista alla difesa Salvo Andò, e poi sotto altra coalizione di centrosinistra Ciampi ?
    Ma i due pesi e le due misure lasciamole soprattutto all’ondata di indignazione che non si leva altrettanto quando l’autorità palestinese di Arraffat celebra l’eroico combattente che ha freddato due bambini e la madre nella loro camera da letto, o che ha ucciso una madre incinta e i quattro figli riprendendone in video l’agonia durante la morte per dissanguamento. Sia chiaro che è una condanna generale ai nostri media e giornalisti, non certo al carissimo Roberto e alla sua nobile e sacrosanta indignazione per questo fatto e per tutti gli altri, da chicchessia messi in atto.
    ciao
    Paolo

  2. 8 maggio, 2004 alle 15:54

    Caro Paolo, grazie per questo commento, che apprezzo moltissimo. Cerco di risponderti, anche se in maniera un po’ troppo frettolosa data la serietà degli argomenti. Sul primo punto devi considerare che Cacciari è un filosofo, quindi uno che pesa molto bene le parole. E dunque l’offrire comunque il fianco a interpretazioni come la mia (che anche tu riconosci come non campata in aria) è una debolezza quasi imperdonabile. Almeno così a me pare.

    Sulla miseria della natura umana, è vero che c’è il peccato originale, ma per il cristiano c’è anche il riscatto derivato dalla morte e resurrezione di Gesù, che ha vinto il peccato e ha restituito all’uomo la sua libertà (ne evaquetur crux Christi, diceva San Paolo: se così non fosse sarebbe resa vana la croce). Dunque il cristiano sa che l’uomo, se non rifiuta la Salvezza, è riscattato, cioè non è più sotto le grinfie del “male assoluto”. Il cristianesimo medievale era piuttosto pessimista, in generale, sulla natura umana, ma poi c’è stato l’Umanesimo e il Rinascimento, che hanno espresso altissima considerazione per l’uomo e che sono intimamente “cattolici” o quanto meno non sono certo in contrasto con il cristianesimo. Tanto è vero che furono patrocinati dalla stessa Chiesa in mille modi e mai osteggiati.

    E persino nello stesso Medioevo il cristianissimo Dante esprimeva il concetto di un’umanità nobile e degna del massimo rispetto (“Fatti non foste a viver come Bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”).

    Ma quel che a me fa più piacere è che tu, che sei un filo-americano a tutta prova, riconosci questa elementare verità : “è inammissibile che il migliore esercito del mondo non avesse non solo dei chiari – e sanzionati – codici di condotta, ma anche un efficiente sistema di sorveglianza di tale condotta con i prigionieri. In questo senso si ha perfettamente ragione a dire che NON era inevitabile e a chiamare in causa la responsabilità della gerarchia militare, cui questa mancanza di codici e di sorveglianza è imputabile”.

    D’accordo che sulle responsabilità a livello governativo si può discutere. Personalmente non penso a Bush ma a Rumsfeld. Quanto all’episodio italico che citi, c’è da dire che fu gravissimo, ma ammetterai che quello fu un episodio, appunto, mentre qui, purtroppo, sembra si tratti di violazioni praticamente sistematiche, ripetute e protratte usque ad mortem. Dunque il non aver prevenuto a me sembra veramente imperdonabile. Ma non voglio esprimere certezze inossidabili su questo punto, bensì “un sospetto di responsabilità”. Saranno le indagini, le inchieste e la storia a dire l’ultima parola. Io esprimo solo un’opinione. Mentre quella sulla NON INEVITABILITA’ di quei fatti è molto di più.

    Infine d’accordissimo sull’ “ondata di indignazione che non si leva altrettanto quando l’autorità palestinese di Araffat celebra l’eroico combattente che ha freddato due bambini e la madre nella loro camera da letto, o che ha ucciso una madre incinta e i quattro figli riprendendone in video l’agonia durante la morte per dissanguamento”. Ma queste cose, Paolo, le sappiamo e purtroppo ci siamo abituati al punto che non ci aspettiamo niente di meno né dai seguaci dell’odio né dai media che da sempre li coccolano. Ma quando si tratta della “mia” America (che è anche la “tua” America) io non mi abituo proprio a un’accidente, mi aspetto il massimo e niente di meno. Nessuno sconto, nessuna comprensione. Sto da quella parte per questo, perché nessuno che abbia capito che cosa è l’America pretende da me che io non veda o faccia finta di non vedere. E questa è la grandezza di un’idea, di un sogno (sia pure non ancora del tutto realizzato) che si chiama Stati Uniti d’America.

    Stammi bene
    Roberto

  3. 8 maggio, 2004 alle 20:01

    Molto bello il tuo botta-risposta con i love am. Personalmente mi viene in mente quel esperimento, narrato da Paolo Mieli, che fu condotto su alcuni assistenti universitari negli stati uniti, subito dopo la seconda guerra mondi. Li fu detto che è stato concepito una nuova modalità di apprendimento: quando gli studenti sbagliavano, avrebbero dovuto premere un pulsante che – li fu fatto credere – avrebbe liberato una scarica elettrica sul malcapitato studente. Cosa strana nessuno di questi civilissime persone trovò nulla da obbiettare. Poi, verso la fine, li fu detto che un’altra scossa avrebbe potuto essere mortale. Due terzi premettero lo stesso il pulsante. E’ la banalità del male di Arend. O il Cuore delle Tenebre anticipiato un po’ più frivolmente da Conrad? Un saluto

  4. 8 maggio, 2004 alle 21:44

    Mi riallaccio anche a Serghei che ci ricorda con l’esperimento di Milgram le tenebrose potenzialità nascoste nell’apparentemente mite uomo comune, per rispondere a Roberto.
    E la posizione di Roberto la condivido interamente, a partire dalla sua giusta motivazione:
    …quando si tratta della “mia” America (che è anche la “tua” America) io non mi abituo proprio a un’accidente, mi aspetto il massimo e niente di meno. Nessuno sconto, nessuna comprensione. Sto da quella parte per questo, perché nessuno che abbia capito che cosa è l’America pretende da me che io non veda o faccia finta di non vedere.

    Mi permetto, riguardo al seguito, di usarlo come pretesto per una precisazione:
    E questa è la grandezza di un’idea, di un sogno (sia pure non ancora del tutto realizzato) che si chiama Stati Uniti d’America.

    Non solo la grandezza dell’idea dell’America non è del tutto realizzata, ma non si realizzerà pienamente mai e questo è il suo elemento di differenziazione verso l’ideologia totalitaria

    Non solo (nel senso precisato in seguito) ci si riferisce infatti a un compito etico impossibile in senso fichtiano, ma l’impossibilità della piena realizzazione vale per quanto dicevo a proposito del “peccato originale”. Cosa, che dal mio punto di vista, non cattolico, non religioso (io sono uno strano ma devotissimo deista) è pienamente da condividersi, laicamente.

    Aveva ragione a questo proposito il buon vecchio e tomista Amerio (che piuttosto di uscire dall’ortodossia si sarebbe sicuramente bruciato da solo), quando ricordava che la cattiva interpretazione, o la dimenticanza di quella verità (l’inclinazione naturale al male dell’uomo), costituisce la radice di tutte le dottrine che promettono all’uomo la felicità (perfetta) nella presente vita. Copio :“Se, infatti, la condizione attuale dell’uomo, ossia la natura umana, è buona, si può ritenere che i mali che travagliano l’umanità siano dovuti a sovrastrutture, a circostanze, a fatti contingenti, dai quali è possibile all’uomo di liberarsi da solo. Liberato l’uomo, e raggiunto il piano della natura, questa che è buona, non potrà che produrre una società buona, una civiltà felice”
    Io annuisco a tale ragione dal mio punto di vista di Biante (la maggior parte degli uomini è malvagia, diceva il greco). E riconosco perfettamente questo errore in tutte le utopie totalitarie, da quella comunista, a quella eugenetica nazista, fino a quella teocratica-teofascista, che nuovamente ci ripropone la società perfetta teonomica.
    E ciò che mi piace della società americana (o della società occidentale sviluppatasi grazie all’influenza dell’America) è che si presenta senza nascondere la propria fallibilità e l’inevitabilità del male al suo interno pur sostenendo il bisogno necessario di migliorarsi sempre.E’ la favola delle api di Mandeville che viene accettata come simbolo si sé stessi, senza bisogno della propaganda di menzogna che, nelle società della perfezione, deve vendere la burocrazia oligarchica di potere come perfetta, a cui i poveri “liberati” possono infine gettare lo sguardo per poi rivolgerlo agli sfruttatori di sempre, senza scorgere alcuna differenza nei visi, perché, come diceva Orwell che sto parafrasando, sono sempre gli stessi Maiali.
    In questo senso nessun ottimismo. Non voglio nessun ottimismo. Ferma restando che la verità del pessimismo non deve farsi giustificazione al rifiuto di indignarsi, di lottare per respingere il male in un compito che, se infinito perché impossibile da portare a termine, é ugualmente doversoso (ecco il compito infinito fichtiano).
    Anzi, in questo radicale pessimismo dell’infinità della perfezione, e quindi dell’impossibilità di attingervi compiutamente, questa stessa perfezione irraggiungibile è il principio di movimento di ogni coscienza, quello che ci provoca essenzialmente uno stato di inquietudine, di disagio, di aspirazione, che si manifesta nelle forme e nelle misure più diverse, fra le quali la sete di giustizia. Una manifestazione COME SEGNO.
    Signatum est super nos lumen vultus tui, Domine
    Il segno è la stessa presenza dell’infinito al finito, e cioè la stessa irrequietezza strutturale dell’uomo. Quella che il totalitarismo vuole tacere con la falsa perfezione, finendo per distruggere la stessa moralità dell’uomo.
    Non ci sarà, e non vorremo mai presentare a nessuno, una America perfetta. Ci sarà la lotta però di un compito infinito che però non deve farci abituare al male di nessuno. Sial al nostro male, ma altrettanto a quello della “mia”, e anche “tua” Europa, Roberto. Quella che a chi esalta come eroe l’assassino di madre e figli nella loro camera da letto, conferisce enormi sovvenzioni di denaro, ed esalta sulla propria stampa e sui palchi della propria politica. E non solo alla nostra Europa: al nostro mondo. In questo senso l’idea di America è imperialista. Si può legittimamente dubitare sui modi per esercitare l’imperium, ma non sulla imperiosità del dovere di non abituarsi al male di nessuno.
    un carissimo saluto
    Paolo

  5. 8 maggio, 2004 alle 22:48

    Wind, inutile dirtelo sono d’accordo con te. Nel mio post di oggi affronto anche io questo argomento (volevo evitare di parlarne perchè questa faccenda mi ha veramente shockato…ma come si fa?). Una felice domenica. Alain

  6. 8 maggio, 2004 alle 23:07

    Paolo, le tue puntualizzazioni sono giustissime, o quanto meno io le condivido e le sottoscrivo senza esitazione e, direi, con una certa commozione, come succede quando ti sorprendi ad ascoltare da qualcun altro idee che albergano da sempre anche dentro di te, che sono il tuo viatico negli aspri sentieri della storia che stai vivendo e soffrendo, e alla quale pro quota stai cercando di contribuire anche tu con le tue povere forze.

    A mia volta, comunque, colgo l’occasione per chiarire qualche punto. Per quanto riguarda la “natura umana”, quello che io esprimevo, in sostanza, lo potrei riassumere con una frase del mio prediletto Ralph Waldo Emerson : I like Man, not men. Dietro l’apparente contraddizione si cela il succo di tutto il discorso. Un concetto analogo si trova espresso anche in un’altra sintetica ed efficacissima sentenza emersoniano, ma anche nietzscheana (il Nietzsche “buono” secondo alcuni, era proprio quello che si nutriva degli Essays di Emerson e non poteva fare a meno di portarseli dietro dappertutto): Diventa ciò che sei! Qui non c’è una visione statica dell’uomo e della vita, per cui questi è così o cosà, una volta per tutte e senza scampo. L’uomo è una proiezione infinita verso un progresso interiore che manifesta in lui la scintilla divina.

    Qui è la grandezza e qui è anche il limite. Non c’è l’una senza l’altro. E’ questo un ottimismo o un pessimismi circa l’uomo? La risposta è ancora una volta: I like Man, not men.

    Hai ragione sull’Europa, e anche sull’imperium (e questa è una piacevole sorpresa). Forse bisogna proprio rilanciare l’idea cara a Thomas Jefferson di un’ America come «impero per la libertà»… Ma ci sarà modo di riparlarne.

    Ciao

  7. 8 maggio, 2004 alle 23:15

    Una felice domenica anche a te, Alain, oltre che a Paolo e Serghei (e a chi si trova a passare di qua).

  8. 9 maggio, 2004 alle 16:46

    Poiché vi capita di venirmi a trovare, cari Roberto e Paolo, non riproduco qui il mio commento a Cacciari, ma, scusandomi, vi invito a leggerlo sul sito. Qui aggiungo solo che, soffermandomi sul concetto kantiano di male radicale, ho cercato di mettere in luce la sua intima problematicità, che il focus imaginarius della perfettibilità infinita e mai raggiunta non risolve affatto, semmai nasconde. In altri termini: il divario fra l’elemento ‘dogmatico’, cioè l’ontologico-fondamentale, e quello ascetico, cioè pratico-politico, è il punto di debolezza, non il punto di forza di Kant – anche se capisco che letture illuministico-progressiste possano apprezzarlo. Mi permetto di dire infine: un deista dovrebbe stare con Spinoza più che con Kant (a non dire di un severiniano).

  9. 9 maggio, 2004 alle 17:54

    Grazie per la segnalazione. Un commento sul tuo blog.

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