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Terrorismo per franchising


 

 

Dopo l’attentato di Madrid si parla di “terrorismo per franchising”. Cosa significa?

 

Lo spiega Stefano D’Ambruoso in un’intervista che appare sull’ultimo numero di Aspenia (in PDF), la rivista trimestrale dell’Aspen Institute Italia. D’Ambruoso, già membro del pool anti-terrorismo della Procura di Milano, è ora in forza alla Rappresentanza italiana presso l’ONU a Vienna per lavorare in qualità di esperto sui temi del crimine organizzato e della lotta al terrorismo. Tra le altre cose “terrorismo per franchising” significa che se anche Osama bin Laden fosse catturato le cose per noi non cambierebbero poi di tanto …

 

Ecco un passaggio dell’intervista:

 

 

 

 

Al Qaeda delle origini era abbastanza strutturata, centralizzata. Evidentemente, la leadership in Afghanistan non aveva la capacità di dirigere ogni singolo atto delle cellule interessate; ma esisteva la capacità di orientare un’azione collettiva. Le cellule islamiste in Europa restavano in contatto fra loro, grazie a questo collegamento ultimo con “la Base”. E ciò poteva anche semplificare le indagini: attraverso una cellula, si riusciva a ricostruire parte della filiera terroristica in Europa (e non solo). Oggi invece, dopo lo smantellamento della base in Afghanistan, si è avuta una sorta di frammentazione: la rete terrorista globale si è regionalizzata, divisa in cellule con una forte identità etniconazionale.

 

 

 

Dopo Enduring Freedom, la base si è sciolta: i terroristi sono tornati nei loro paesi d’origine, come depositari della eredità ideologica di al Qaeda, come leader naturali, per la loro esperienza in Afghanistan, di cellule locali. Il franchising è un’immagine utile per capire che non si tratta più di una struttura centralizzata. Si tratta di gruppi separati, che si riconoscono in un ombrello ideologico-rivendicativo, ma che agiscono in modo separato, su base etnica e con logiche autonome.

 

 

 

Se guardiamo all’Italia, ad esempio, i terroristi islamici che operano sul nostro territorio sono soprattutto maghrebini ed egiziani. Conservano la loro specifica identità nazionale e hanno quindi obiettivi distinti, nazionali. Collaborano però con altri gruppi all’estero e si specializzano: l’Italia, per esempio, è specializzata nella fabbricazione di documenti falsi, mentre la Germania nel traffico di armi. Ma non esiste una struttura gerarchica: non si può quindi affermare che Osama bin Laden sia il loro capo in senso tecnico, anche se è stato essenziale come catalizzatore di una violenza collettiva, come ispiratore del salto di qualità cui ci troviamo di fronte. Se guardiamo la cosa da questo punto di vista, l’eventuale cattura di bin Laden indebolirebbe la coesione ideologica, la spinta collettiva del terrorismo islamico; ma il fenomeno non scomparirebbe, piuttosto si frammenterebbe ulteriormente. C’è insomma un’atomizzazione della rete, che rende in fondo ancora più complicate le indagini.

 

 

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Categorie:esteri
  1. 9 maggio, 2004 alle 22:16

    C’è però un alto grado di coordinamento tra gruppi. Un connubio stupefacente quello tra internet e ideologie che sembrano venire dal medioevo. Sono entrambi allo stesso titolo figli della modernità e della globalizzazione invece.

  2. 9 maggio, 2004 alle 23:56

    Proprio così. Ciao Sferapubblica.

  3. 10 maggio, 2004 alle 0:30

    Il terrorismo islamico è soprattutto una guerra mentale tra neototalitarismo e liberalismo, come afferma Paul Berman. Nelle guerre mentali non ci sono gerarchie ma fanatismi e le reti materiali sono labili perché sostenute da elementi immateriali. Descrivendo i nichilisti Camus scrisse: “Qui, suicidio e omicidio sono due facce dello stesso sistema”. Anche il sistema antinichilista ha due facce. Nel sistema antinichilista, la libertà degli altri significa la nostra sicurezza. E allora sosteniamo la libertà degli altri.

  4. 10 maggio, 2004 alle 1:24

    Mi domando se quello che scrivi (“Nelle guerre mentali non ci sono gerarchie ma fanatismi e le reti materiali sono labili perché sostenute da elementi immateriali”) possa tradursi in un vantaggio o in uno svantaggio per chi combatte quella rete. Ma temo di sapere la risposta.
    Ciao Struscio.

  5. 10 maggio, 2004 alle 13:04

    E’ quella che immagini, un immenso svantaggio. Soprattutto perché manca una corretta e diffusa consapevolezza delle caratteristiche del nemico da combattere.

  6. 10 maggio, 2004 alle 19:11

    Sì il fenomeno non scomparirebbe con la morte di Bin Laden. Anch’io ne sono convinto. E anche del fatto che è tutto tremendamente più difficile. Questa della lotta al terrorismo sarà un’impresa di cui conosciamo solo l’inizio….Ciao. Alain

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