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Prodi si è spiegato …

Prodi si è spiegato …

 

 

 

Da Firenze, cioè dalla kermesse dell’Ulivo,esce rafforzata la richiesta di disimpegno delle truppe italiane. Anche Romano Prodi, si legge nel resoconto del Messaggero , “con il suo stile e i suoi modi” conferma e ribadisce la linea. Traduzione: Prodi non parla di ritiro,ma di «discontinuità», e questa«non può essere data dagli Stati Uniti e non può che vedere l’Onu in un ruolo assolutamente dominante».Il che, però, si scontra senza possibilità di mediazioni con quanto sostiene George Bush, come giustamente si fa notare nel resoconto di Repubblica.

 

 

 

Questo, all’incirca,è quanto si apprende dalle cronache politiche dei due quotidiani romani, opportunamente sottotitolate per i non udenti (metafora che sta per “commenti & interpretazioni”). Curioso il fatto che il resoconto (commento, ecc. incluso) del Corriere, pur riportando pari pari e ugualmente tra virgolette il discorsetto sulla«discontinuità»,è più possibilista. Su queste colonne, infatti, si legge che Prodi, “se non frena il Triciclo lanciato verso la richiesta di ritiro, certo ne rallenta un po’ la corsa”.

 

 

 

A questo punto ognuno è libero di pensare ciò che vuole. Il che denota la superiore e cristallina classe “democristiana” del professore. Nel segno inconfondibile di una grande tradizione, che tutti abbiamo ammirato e ricordiamo con profonda deferenza, quella insuperabile delle “convergenze parallele”. Con una differenza non trascurabile, tuttavia: ora il modello, da italiano che più italiano non si può, diventa europeo. Infatti, il ragionamento di cui sopra, secondo Prodi, deve valere anche per quanto riguarda l’Europa:

 

 

 

«L’Europa nel momento in cui arriverà dagli Usa il segnale del cambiamento, potrà svolgere un ruolo di enorme utilità. Ma questo potrà avvenire solo dopo che gli Stati Uniti avranno segnato questa discontinuità. A quel punto saremo pronti ad adoperarci per la pacificazione di quell’area e per la ricostruzione politica ed economica».

 

 

 

Cari europei, ne avete di cose da imparare da noi, figli della Balena Bianca!

 

 

 

  1. 17 maggio, 2004 alle 20:34

    La questione è che non ci resta che attendere il peggio? Anch’io sono contro il ritiro delle truppe ma anche contro i ricatti. Siamo uno Stato o no? Abbiamo una politica estera o no? E pensi che subendo diktat militari e politici in una guerra sia segno di forza spendibile alla conclusione della stessa e anche dopo? Quando avremmo “vinto” saremmo più deboli di prima. Contiamo meno di prima. Bisogna scegliere o restare in attesa degli eventi?

  2. 17 maggio, 2004 alle 21:34

    Ciao Oiraid, be ritrovato fuori della Casa madre (Il Cannocchiale)!
    Per rispondere, penso che sia il caso di scegliere, appunto. Scegliere una politica estera, proprio perché siamo uno Stato. E il ricatto più forte, al momento, mi sembra quello elettorale, che spiega un mucchio di cose (non solo a sinistra, visto che pure la Lega mi sembra si stia dando da fare …).

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