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La parola adatta ci sarebbe …


 

Sul Corriere di oggi Maria Latella racconta e spiega molto bene l’imbarazzo di Amato, che ha votato la mozione obtorto collo. E lo fa mettendo insieme anche qualche battuta chiarificatrice raccolta qua e là.

 

Il disagio del dottor Sottile non è sottile per niente, questa volta. Una ragione c’è. Tra poco gli toccherà fare qualcosa che eviterebbe volentieri. Tra poco Giuliano Amato voterà una mozione che, sostanzialmente, non condivide (…)

 

E dunque, con disagio, né dissimulato né enfatizzato, Amato ha in fondo detto, prima di tutto a se stesso, “obbedisco”. Possibile che non abbia tentato, anche in extremis, di far pesare tutta la sua influenza, tutta la sua autorevolezza? Ricordando la riunione della Lista Prodi nella quale fu presa la decisione di chiedere il rientro delle truppe italiane, Amato accenna a uno di quei suoi sorrisi di ironica resa. Ai sodali ha raccontato di aver capito che, ormai, s’era formata “l’onda”. Un’onda inarrestabile che avrebbe travolto ogni perplessità, ogni timido o autorevole tentativo di respingere la mozione. «Non tanto per emotività, quanto, piuttosto, in risposta a un calendario del tutto interno. E’ stata un’onda razionale, non emotiva» riflette sempre il dottor Sottile con quelli che sanno decrittare il lessico amatiano. Ci vuol poco, del resto, per capire che la scelta deriva da una sola data del calendario: il 13 giugno.

 

[Leggi il seguito]

 

Ci sono casi della vita in cui uno ringrazia il cielo di non essere “nel giro”, di non essere stato eletto da nessuno a rappresentare qualcosa che non sia la propria personale visione della vita, della politica, della storia, e via discorrendo. Per il sottoscritto questo è uno di quei momenti.

 

Parlando in generale, sull’intera questione ha detto cose molto sensate Angelo Panebianco, sempre sul Corriere. La prima, oggettivamente, è una rasoiata:

 

Devono essere stati molti ieri i parlamentari della lista Prodi che votando sulla permanenza delle truppe in Iraq hanno compreso che con quel voto essi stavano affossando quel progetto di «partito riformista», dotato di un’identità forte, capace di resistere alle sirene del massimalismo, che era negli auspici di coloro che, alcuni mesi or sono, avevano creato quella lista.

 

La seconda è ancora peggio (perché drammaticamente, maledettamente esatta):

 

Le votazioni su questioni di guerra e di pace hanno questo di speciale: mettono in gioco, come nient’altro può fare, le identità politiche. Le decisioni che si prendono al riguardo segnano punti di svolta, fissano una volta per tutte nella mente di chi osserva «immagini» delle forze politiche che sono poi in grado di resistere nel tempo, per anni e anni.

 

Il resto, per chi ha voglia di rigirare il coltello nella piaga, leggetevelo e commentatevelo da soli, dal titolo alle ultime considerazioni dell’editoriale. Ma sono le stesse parole …—qualcuno potrebbe farmi notare. Appunto, ho visto, ho letto anch’io. Sono proprio le stesse.

 

—–

 

LA DISFATTA RIFORMISTA

di ANGELO PANEBIANCO

 

Devono essere stati molti ieri i parlamentari della lista Prodi che votando sulla permanenza delle truppe in Iraq hanno compreso che con quel voto essi stavano affossando quel progetto di «partito riformista», dotato di un’identità forte, capace di resistere alle sirene del massimalismo, che era negli auspici di coloro che, alcuni mesi or sono, avevano creato quella lista. Le votazioni su questioni di guerra e di pace hanno questo di speciale: mettono in gioco, come nient’altro può fare, le identità politiche. Le decisioni che si prendono al riguardo segnano punti di svolta, fissano una volta per tutte nella mente di chi osserva «immagini» delle forze politiche che sono poi in grado di resistere nel tempo, per anni e anni. Nel 1991 il Pci di Achille Occhetto era impegnato in una laboriosa transizione dal comunismo alla democrazia. La scelta di schierarsi a muso duro, in quell’anno, contro l’intervento occidentale nella prima guerra del Golfo impresse il marchio del settarismo e del massimalismo su quello che da lì a poco sarebbe diventato il Pds. Quella scelta bruciò la possibilità di fare del nascente Pds un partito riformista nel senso occidentale del termine.
Le circostanze cambiano ma resta la coazione a ripetere. Ieri i parlamentari della Lista Prodi, votando insieme a Fausto Bertinotti per il ritiro delle truppe senza condizioni, hanno scelto di strangolare in culla il «partito riformista». Lo hanno fatto pensando alle imminenti elezioni europee. E’ stata una scelta «razionale», forse pagante nel breve termine, ma che, in prospettiva, può rivelarsi suicida. Adesso si sa che se anche vinceranno nel 2006 le elezioni politiche, non essendo in grado di sottrarsi al ricatto massimalista, non potranno mai governare, rimanendo uniti, le più delicate decisioni di politica estera nelle future situazioni di crisi.
Eppure, sulla carta, esistevano le condizioni per fare della votazione di ieri un successo propagandistico del «partito riformista». Berlusconi, con l’incontro con il segretario generale dell’Onu Kofi Annan e con le rassicurazioni ottenute da Bush sull’accelerazione del processo di trasferimento dell’autorità a un nuovo governo iracheno sotto l’egida delle Nazioni Unite, non aveva fatto altro che aderire alla linea sostenuta dagli uomini della Lista Prodi per quasi un anno. Potevano compiacersi del fatto che il governo fosse infine venuto a Canossa. E invece no.
Spaventati dagli umori della piazza, hanno scelto di schiacciarsi sulla posizione più massimalista e di assecondare le emozioni pacifiste, hanno rinunciato a scommettere sulla razionalità degli elettori. E proprio mentre la «svolta» da loro tanto richiesta è sul punto di concretizzarsi.
Al momento del voto si è manifestata entro l’opposizione qualche significativa presa di distanza. L’Udeur di Mastella si è dissociata. Autorevoli parlamentari, da Marini a Bianco a Maccanico, hanno scelto il non voto. Altri hanno dichiarato di votare solo per disciplina di partito. Ma ciò non è stato comunque sufficiente per impedire l’ennesima disfatta del riformismo italiano.

 

 

 

Categorie:interni
  1. 21 maggio, 2004 alle 21:25

    Non sono quasi mai d’accordo con il prof. Panebianco. Questa volta lo sono meno del solito. Rifarsi ad altri momenti storici e ad altre scelte in situazioni diverse non mi sembra corretto come metodo di ricerca. Anche i processi alle intenzioni mi piacciono poco: “spaventati dagli umori della pèiazza”. Ha degli argomenti per sostenerlo. E poi, quale piazza? Quella formata da persone come me? Immagino di sì. Non che mi abbia offesa, ma certo dire “piazza” a milioni di persone in tutto il mondo e in Italia non è segno di grande finezza. Solo due esempi, perché nel pezzo del nostro ci sono numerose cose contestabili a lume di logica, di epistemologia della storia, e infine anche di un po’ di eleganza. Con simpatia. harmonia

  2. 21 maggio, 2004 alle 23:45

    Capisco quel che vuoi dire, anche se non ravviserei dell’ ineleganza nelle cose dette dal prof. Parla schietto, questo sì, ma insomma è meglio questo di chi dice cose incomprensibili o interpretabili in dieci modi diversi. Quanto alla “piazza” che c’è di male? In ogni caso la piazza non fa delle analisi, e quando per caso le fa (o alcuni che sono in piazza le fanno) non si può più parlare di piazza. Ma non c’è nulla di dispregiativo nell’esprimersi così. Si constata e basta. Semmai è grave che degli intellettuali si identifichino nella piazza, visto che per vocazione e cultura dovrebbero essere punti di riferimento per gli altri. Ma essere piazza non è una “diminutio”. Diminutio è un biologo che si mette a ragionare di OGM come farebbe un tassista, non un tassista che si dice pro o contro gli OGM. Lui è giustificato, il biologo no. Non so se sono riuscito ad esprimere quel che volevo dire.
    Per il resto (scarsità argomentativa) forse hai ragione, anche se magari ci si può accontentare di qualche accenno di argomentazione (trattandosi di un editoriale e non di un saggio).
    Con la simpatia di sempre
    Roberto

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