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Walter Tobagi, 24 anni dopo


Il 28 maggio 1980, a Milano, un commando di terroristi uccise il giornalista Walter Tobagi, inviato speciale del Corriere della Sera.La storia siamo noi di Rai Educational ha dedicato stamane una puntata (che in questo momento è appena terminata), a quella vicenda.

Copio/incollo qui di seguito l’articolo di Gian Guido Vecchi che appare sul Corriere di oggi. Per ulteriori informazioni su Walter Tobagi si può consultare il sito del Centro “Walter Tobagi”.

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Tobagi, morte di un riformista «Lottava contro ogni violenza»

L’ultimo discorso: nessuno ferma l’imbarbarimento della società





La prima immagine è quella d’un giovane a un processo, maglione verde, baffi e pizzetto, Mario Marano si tormenta le mani e ha lo sguardo imbarazzato, «Barbone esplode il primo colpo e il giornalista Walter Tobagi continua a camminare sulle sue gambe». Stacco. Le immagini virano al bianco e nero, mattina livida, una volante, agenti che allontanano i curiosi «e Barbone mi dice spara, spara…», si vede un corpo coperto dalla tovaglia della trattoria di fronte, «esplodo tre colpi», un prete, fotografi, «e in quel momento Barbone dice che non è morto, si china e ne spara un altro», gambe abbandonate nel rivolo del marciapiede, calzini e scarpe bagnati, Ulderico Tobagi che si china sul corpo del figlio. Si comincia così, Milano, via Salaino, ore 11.10 del 28 maggio 1980. La storia siamo noi di Rai Educational dedica oggi una puntata all’inviato speciale del Corriere ucciso a trantatré anni dai terroristi della «Brigata 28 Marzo». Prima le parole della figlia Benedetta, che allora aveva tre anni e ha gli stessi occhi del papà, «la sua assenza, la sua morte hanno accompagnato la mia vita, ho un calco vuoto della sua esistenza». Poi le parole di Walter: «Il terrorista mira a colpire personaggi che hanno ancora credibilità, la parte buona del sistema, che reagiscono col ragionamento e senza isterismi cercano di capire, di distinguere». L’essenziale è qui, nell’articolo che Tobagi scrisse in morte di Emilio Alessandrini, simbolo dei giudici «progressisti ma intransigenti, né falchi chiacchieroni né colombe arrendevoli». Sembrava parlare di se stesso, cattolico e socialista, un riformista che si era laureato in filosofia sul movimento sindacale, famiglia di minatori, padre ferroviere, e lui ucciso da figli di papà della Milano bene in nome del proletariato. Benedetta legge un appunto trovato dopo la sua morte, il padre parla della sua paura: «Mi pare di essere, forse è autosuggestione, il giornalista che sia come carattere sia come immagine è più vicino al povero Alessandrini».
Se lo sentiva, Tobagi. E l’inchiesta coordinata da Giovanni Minoli punta a questo, a un «delitto annunciato». Le inchieste sul terrorismo nelle pagine del Corriere , l’impegno nel sindacato dei giornalisti e l’elezione a presidente dell’Associazione lombarda, l’estremismo fuori e dentro i giornali: «Una volta l’ho visto scoppiare a piangere», racconta il giornalista Marco Volpati, «si impiegava poco a dare del fascista a uno che non era d’accordo».
La sera prima di essere ucciso parlava al Circolo della Stampa su informazione e terrorismo, bisogna vederlo mentre diceva: «C’è un imbarbarimento nella società italiana che tocca tutti, purtroppo sappiamo come nasce, ripetiamo sempre gli stessi appelli e poi, vabbè, le cose vanno avanti come prima, vediamo a chi toccherà la prossima volta». Poi il processo, le indagini, misteri e sospetti antichi a cominciare dal volantino di rivendicazione: troppo raffinato, si pensa a ispiratori dell’ambiente e si vede Bettino Craxi che racconta di Franco Di Bella, allora direttore del Corriere , «chiuse la porta dell’ufficio e mi disse: sono qui». L’inchiesta segue il filo del libro Le carte di Moro, perché Tobagi di Renzo Magosso e di Roberto Arlati, allora capitano dei carabinieri. Un sottoufficiale, «Ciondolo», avrebbe segnalato il pericolo fin dal 13 dicembre ’79 facendo nomi e cognomi dei terroristi, l’informativa rimase nei cassetti: «Dopo l’assassinio ci sono richieste di intercettazioni a sette persone: sette, quelli che aveva segnalato e arresteranno di lì a poco». Oggi «Ciondolo» fa il muratore in un’isola del Pacifico. «Ci sono mille fili e bandoli che sono stati abbandonati», accusa la figlia.
L’ultima immagine è quella di Benedetta che sfoglia ritagli di giornale, «mettermi a studiare le carte di papà è stato un modo di incontrarlo, è una fortuna che lui abbia passato tutta la sua vita a scrivere».






Categorie:interni
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