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Amato, Enrico IV e i triciclisti

Amato, Enrico IV e i triciclisti

Con la consueta maestria argomentativa, supportata dall’altrettanto consueta propensione per l’aneddoto e la metafora, Amato ha ribadito in un’intervista al Corriere le proprie convinzioni in materia di politica internazionale.

Alla “sbandata” (così la definisce) della lista Prodi sul “ritiro” dedica solo qualche cenno, magari deludendo qualcuno. Comunque senza molta convinzione. Come dire: sbagliato ha sbagliato, ma che senso ha rivangare? A chi o a cosa può giovare? In effetti.

Egli stesso, sia pure obtorto collo, ha votato insieme agli altri la mozione unitaria. Forse poteva fare altrimenti, forse no. Scelta che pesa. Con un’intervista a Repubblica aveva restituito ai riformisti pro-Blair e pro-America la speranza che il Triciclo potesse essere (o diventare) qualcosa di cui non sentirsi imbarazzati. Poi il voto, appunto. Fine del capitolo. E a quel punto ognuno tira le conclusioni che crede. Quelle dello scrivente, per quel che contano, sono riassunte nel post precedente.

Non sempre, diciamo, le strategie politiche dei leaders—che potrebbero essere giuste e lungimiranti anche contro le apparenze—risultano comprensibili, se osservate dall’esterno, anche con tuta la buona volontà e con inossidabile fiducia nelle capacità, che appunto a un leader si riconoscono, di rintracciare il bandolo della matassa. In un certo senso ognuno fa il suo mestiere.

La metafora stavolta è quella di Enrico IV a Canossa, l’imperatore che chiede perdono a papa Gregorio VII. Enrico è Bush, Gregorio è tante altre cose: Onu, Europa, Papa, perfino l’Ulivo. E quando il novello Enrico andò a Canossa—ironizza Amato—l’Ulivo era andato a fare un giro … Aggiungerei: era andato a fare un giro augurandosi che l’imperatore tenesse duro e facesse così precipitare l’impero nel caos.

Amato non era dell’avviso, ma ai suoi compagni di sventura non si era sentito di opporsi con un gesto eroico e solitario. E forse ci voleva più coraggio a dire di sì che a dire di no. E chissà, il futuro potrebbe dargli ragione.

Fortunatamente annotare su un blog delle opinioni è un esercizio che consente l’errore. La politica no, o almeno non l’errore senza conseguenze. Quindi il Titolare qui ha scritto quello che pensava ma si augura di aver avuto torto pur avendo avuto ragione. Complicata la vita, vero? La politica, poi, non ne parliamo proprio …

——

Copio/incollo qui di seguito l‘intervista ad Amato.

«La svolta c’è, il Listone ha sbandato»

Amato: sfiducia nell’Onu proprio mentre Bush vi si convertiva. E ora l’Europa può tornare protagonista

Dario Di Vico

«Un grande passo avanti». Il vicepresidente della Convenzione europea Giuliano Amato non lesina le parole. «La nuova risoluzione dell’Onu rappresenta un cambio significativo rispetto all’iniziale intervento militare. Prima vigeva la logica dell’unilateralismo, ora c’è una decisione condivisa da tutti e che prevede la concertazione tra governo iracheno e forza multinazionale». Quella di George W. Bush «è dunque una svolta, che segna però il successo innegabile di tutti coloro che, compresi i riformisti italiani, avevano sostenuto dall’inizio la necessità della legittimazione dell’Onu e quindi del consenso dei suoi Stati membri».
Successo dei riformisti? Non sembra. Proprio mentre si verificava la svolta avete cambiato posizione chiedendo il ritiro delle truppe italiane.
«Personalmente fin dall’inizio ho sostenuto quanto fosse amara la divisione dell’Europa e la conseguente frattura con gli Usa. Quindi sono soddisfatto che ora si sia arrivati a una posizione unitaria, da Tony Blair a Jacques Chirac. Ma non mi nascondo che il centrosinistra abbia avuto uno sbandamento. Abbiamo per lungo tempo chiesto il protagonismo dell’Onu e poi quando stava per diventare possibile siamo finiti a dire che non c’erano più le condizioni per tenere le truppe in Iraq».
Come è maturata questa giravolta?
«La posizione della lista Prodi ha finito per riflettere un disagio determinato dalle informazioni sulle torture e dalle condizioni difficili in cui era venuto a operare il nostro contingente a Nassiriya. Tutto ciò ha fatto sì che prendesse piede tra noi una sfiducia sull’Onu. È stato questo l’elemento più contraddittorio, reso bruciante dal fatto che tutti, da Bush a Berlusconi, nel frattempo si convertivano alle virtù delle Nazioni Unite. Un commentatore distaccato, quale a volte tendo a essere, potrebbe dire che Gregorio VII fu più fermo di noi nell’attendere a Canossa Enrico IV. Così quando quest’ultimo è arrivato, noi dell’Ulivo eravamo temporaneamente andati via».
Qual è la radice politica di tanta confusione? La rincorsa al voto pacifista o l’egemonia di Bertinotti?
«Ha pesato il fatto che il calendario parlamentare prevedesse la votazione di una mozione dell’estrema sinistra per il ritiro immediato, mozione sulla quale avrei votato contro. Il resto l’ha fatto l’aspettativa della visita di Bush in Italia. Il timore di essere accomunati, nel giudizio dei manifestanti, al presidente Usa e a Berlusconi ha tolto limpidezza alla nostra posizione. Ha vinto così chi a sinistra direbbe sempre e comunque che “il presepe non gli piace” e quindi non avrebbe cambiato la sua posizione davanti a nessuna risoluzione Onu».
Il risultato di queste incertezze è stato regalare a Berlusconi un dividendo politico da incassare nelle urne?
«È evidente che se Enrico IV diventa Gregorio VII ne lucra i benefici. La paura di perdere consensi a sinistra ci potrebbe impedire di acquisirne nella parte centrale dell’elettorato. Le ricerche ci dicono infatti che Berlusconi ha rianimato gli elettori demotivati della Casa della Libertà e che ora potrebbero confermargli il voto. Uso il condizionale perché non sono così incauto da pretendere di leggere nelle urne prima che siano riempite. Potrebbe anche aver ragione il vecchio detto di Clinton, « it’s economy, stupid » ovvero che a pesare nel giudizio degli elettori alla fine siano maggiormente le vicende interne e di portafoglio. Che l’elettore guardi più ai suoi interessi che alla geopolitica».
Se è giusto quanto lei sostiene, Zapatero è stato frettoloso nel ritirare le truppe?
«Ho parlato con gli spagnoli di recente. Sostengono di aver onorato un esplicito impegno preso con gli elettori. Una risposta sobria ma se vogliamo eloquente».
Onorato il patto con gli elettori però Zapatero sarebbe potuto, in un secondo tempo, rientrare in partita…
«La presenza di truppe spagnole in Iraq sarebbe stata la migliore carta possibile da giocare sul tavolo del Consiglio di Sicurezza per determinare e qualificare la svolta. Zapatero si è privato di questa carta. La Spagna però ha il voto all’Onu, noi neanche questo».
Chi invece ha giocato con abilità è stato Chirac…
«Ha massimizzato i vantaggi che gli potevano derivare dalla sua posizione seppur manifestando qualche margine di insoddisfazione. Ma ora è pienamente coinvolto nella nuova fase. Il punto 15 della risoluzione recita che gli Stati membri devono fornire assistenza alle forze multinazionali per garantire la sicurezza e la stabilità».
L’Europa può tornare quindi protagonista nonostante venga da un lungo periodo di divisioni?
«Dico di sì e non lo faccio per mettere una pezza alle incertezze del centrosinistra. Avendo lamentato dall’inizio la divisione e l’assenza dell’Europa, ora sono credibile nel chiedere un suo ruolo attivo. A patto che dica con una sola voce che cosa vuole fare per l’Iraq. Personalmente auspico che i francesi vadano ma è importante che la decisione sia comune. Anche se gli europei dovessero riservarsi ruoli diversi è importante che lo decidano assieme. La nuova Risoluzione non va vissuta come un escamotage, bisogna trarne tutte le conseguenze anche perché la ricomposizione dell’Occidente è una condizione di successo necessaria ma non sufficiente».
Che vuol dire in concreto?
«È importante che anche gli iracheni percepiscano la risoluzione come elemento di forte novità e il pieno coinvolgimento dell’Europa può esserne la conferma. Gode di un ampio accreditamento nel mondo arabo e questa è una carta da giocare».
Lei parla dell’Europa più che della lista Prodi. Lo fa per pudore?
«Quello che chiedo all’Europa vale anche per la mia lista. L’orientamento che si vuole prendere nel dopo-risoluzione lo si decida assieme. Non possiamo essere tot capita, tot sententiae . Ma non possiamo nemmeno apprendere attraverso le interviste di qualche leader la linea che avremmo adottato».
Tra gli sbandamenti dell’Ulivo e l’accantonamento del programma riformista da lei scritto c’è un legame? Sono due facce della stessa medaglia?
«Non ritengo che il programma sia stato accantonato. L’uso che se ne doveva fare era quello di una diffusione capillare presso gli elettori, ma per ragioni finanziarie non ha avuto luogo».

Categorie:interni
  1. avy
    12 giugno, 2004 alle 12:09

    speriamo che sia solo per ragioni finanziarie… povero amato.

  2. 12 giugno, 2004 alle 12:21

    a questo punto c’è da aspettarsi di tutto …povera sinistra.

  3. 12 giugno, 2004 alle 20:09

    come da recensione.

  4. 12 giugno, 2004 alle 21:06

    Ci sembra che Amato non abbia una informazione completa su tutta la vicenda. Legge forse soltanto il buon vecchio Corrierone? E’ anche vero, però, che la cosiddetta sinistra non sa gestire al meglio le cose che fa, soprattutto quelle buone. Sei bravissimo a stimolare la discussione. E’ interessante leggere i commenti. Buona serata. yy

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