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Prigionieri di un’immagine

Prigionieri di un’immagine

 

 

Sulla rivista Il Denaro, Francesco Rettura—sociologo, psicologo e psicoterapeuta—trae ispirazione da una citazione di Ralph Waldo Emerson per sviluppare un ragionamento molto interessante sull’immagine di noi stessi che ci tiene prigionieri e sulla necessità di lasciar lavorare l’inconscio a nostro vantaggio. La frase di Emerson è: “In ogni opera di genio riconosciamo quegli stessi nostri pensieri che abbiamo respinto”.

 

 

 

Uno stralcio di questa riflessione per invogliare alla lettura:

 

 

 

La nostra immagine di noi non siamo noi. Inizialmente abbiamo creato una immagine di noi stessi sulla fascinazione di qualcosa che è venuto da fuori di noi e, oggi, stiamo tenendo in vita qualcosa che non potremo mai soddisfare, perché non è nostra veramente. Dobbiamo sapere che possiamo scegliere, perché la nostra coscienza e la nostra psiche sono molto flessibili e possiamo, quindi, vivere e sviluppare una capacità di trasformazione. Per riuscire a cambiare, dobbiamo accettare certe modalità o certi atteggiamenti che possono essere diversi da quelli a cui siamo abituati.
Un vecchio detto della psicologia dell’organizzazione recita così: “Se stai cercando lo spirito creativo da qualche parte fuori di te, stai guardando nel posto sbagliato”. L’immagine che abbiamo di noi stessi può produrre quella che noi psicologi chiamiamo “fissità funzionale”, cioè quella psicosclerosi o irrigidimento del proprio atteggiamento mentale, per cui affrontiamo un problema nello stesso comodo modo al quale siamo sempre ricorsi. Ralph Waldo Emerson diceva: “In ogni opera di genio riconosciamo quegli stessi nostri pensieri che abbiamo respinto”. L’immagine di noi stessi censura i nostri tentativi di innovazione e di cambiamento, ma noi dobbiamo avere il coraggio di ignorare il suo condizionamento e di accettare uno stadio di incubazione, nel quale la nostra psiche può elaborare il problema anche senza che ce ne rendiamo conto, perché lavora a livello inconscio, al di fuori della nostra consapevolezza.

 

[Leggi il resto]

 

 

Categorie:culture autoctone
  1. avy
    17 giugno, 2004 alle 18:09

    ciao windrose, muj interessante. ti riporto una poesia del keniota ndoc ngana che mi sembra semipertinente:

    vivere una sola vita,
    in una sola città,
    in un solo paese,
    in un solo universo,
    vivere in un solo mondo,
    è prigione.

    amare un solo amico,
    un solo padre,
    una sola madre,
    una sola famiglia,
    amare una sola persona,
    è prigione.

    conoscere una sola lingua,
    un solo lavoro,
    un solo costume,
    una sola civiltà,
    conoscere una sola logica,
    è prigione.

    avere un solo corpo,
    un solo pensiero,
    una sola conoscenza,
    una sola essenza,
    avere un solo essere,
    è prigione.

  2. 17 giugno, 2004 alle 18:34

    E’ molto pertinente, Avy. E molto bella. Grazie!

  3. 17 giugno, 2004 alle 19:39

    Caro Roberto,
    il tuo post di oggi e la lettura dell’articolo mi spingono a fere delle considerazioni, che in verità non sono del tutto originali ma risentono del mio interesse per le religioni e per quelle orientali in particolare.

    La molteplicità dell’io: tanti io, nessun io.
    L’io inteso come raffigurazione che abbiamo di noi stessi… corpo, emozioni, mente, sesso, nazionalità, religione e così via…è un qualcosa che non appartiene alla nostra vera essenza ma è il risultato dei nostri condizionamenti (genitori, preti, insegnanti, politici…). Quindi e l’immagine di noi stessi e il nostro modo di pensare sono fortemente influenzati e determinati dal condizionamento che ci ha accompagnato fin dalla nascita (compreso ovviamente il condizionamento culturale). Il modo in cui poi gli altri ci vedono è relativo all’osservatore ed ai suoi condizionamenti. Quindi esistono tanti io (tanti ‘Roberti’) quante sono le persone con le quali veniamo in contatto in modo stabile o non…la stessa immagine di Roberto cambia se ti immagina il tuo papà o la tua mamma. Quindi chi è il vero Roberto? Capirai che il vero Roberto non appartiene ai tantissimi io che ognuno si è costruito sulla base dei propri personalissimi filtri ‘condizionativi’.
    E lo scopo della religione (un po’ di tutte…principalmente quelle orientali e buddiste in particolare) è proprio quello di far arrivare a comprendere al ‘ricercatore’ chi è realmente…e quando questi lo scoprirà sarà per lui una piacevolissima sorpresa!!!

    Il testimone.
    E’ una pratica tipica di quelle religioni. Nel momento in cui prendo coscienza che la persona che pensa quello che pensa, che sente quello che sente, ecc. non sono io…è necessaria una pratica che mi permetta di creare una distanza tra il mio sé (non l’io) e questo ‘io’. Ed è una tipica pratica che nel buddismo è detta Vipassana. Si osservano i pensieri, le emozioni, gli stati fisici…proprio come se appartenessero ad un’altra persona. Solo osservazione…senza che intervenga il giudizio a dire: questo è giusto…questo è sbagliato…questo è male e questo è bene…

    Lo spirito creativo
    E’ evidente che, così come detto nell’articolo, la creatività ha bisogno di spazi aperti…e come si può esercitare la creatività in una mente condizionata? (è come tenere una pantera in uno stanzino…). Una mente che è condizionate dal passato, dagli errori fatti e quindi timorosa di sbagliare di nuovo…condizionata dalla rigidità di certe regole apprese. La creatività ha modo di dispiegarsi in un essere libero dal passato, dalle impalcature che lo immobilizzano, dai dogmi culturali che lo paralizzano …in un certo senso dalla mente stessa intesa come processo del pensare (dicono i maestri zen… devi risiedere nella non mente).
    Le più grandi invenzioni sono nate in un momento di gioco nel quale la mente taceva…era assente…e l’inconscio (che è un territorio vastissimo, sconfinato) aveva modo di far emergere le soluzioni creative cercate.

    Scusami se per una volta il titolo del mio blog (Zen…blog) ha preso il sopravvento. Ma, mi pare, c’eravamo già accordati su sconfinamenti in aree diverse dalla politica, di tanto in tanto…Ricordi? Ciao. Alain

  4. 17 giugno, 2004 alle 20:11

    Grazie Alain, mi hai fatto tornare in mente tante letture “giovanili” (Bagavad Gita, Upanishad, e anche “Siddharta” e “Il lupo della steppa”, del mio amatissimo Hermann Hesse).
    Sono sempre più convinto della necessità di “svicolare” dalla politica ogni qual volta se ne presenti l’occasione. A te, poi, in verità, mi sembra che la cosa riesca particolarmente bene … come ho già avuto modo di dire.
    Grazie ancora per la bella riflessione.
    Ciao!

  5. avy
    18 giugno, 2004 alle 12:13

    caro osho, senza offesa, condivido in toto il tuo commento.

  6. 18 giugno, 2004 alle 17:21

    Avy…perchè dovrei offendermi,… che una volta tanto andiamo d’accordo è motivo per me di grandissima gioia…complimenti per la poesia (…hai doti inaspettate…mi sorprendi…): Ciao. Alain

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