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Garibaldi fu stregato


Richard Newbury racconta qualcosa di interessante su Garibaldi, Mazzini e una specialissima signorina inglese. Sul Corriere della Sera di oggi. Dato che il server del maggiore quotidiano italiano scherza poco quanto a fretta di togliersi dalle spese i suoi articoli, ricorrere al copia/incolla onde sottrarre all’oblio è quasi un obbligo morale. Arcistufi di beghe, ripicche, finte e controfinte politiche, certe letture aiutano a non smarrire il senso della realtà (della vita vera). Quindi, buona lettura!

 

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Jessie, l’incantatrice che stregò Garibaldi

di RICHARD NEWBURY

 

Salendo con passo inalterato il fianco ripido e terrazzato della collina su cui sorgeva nientemeno che la fortezza naturale di Calatafimi, con 3.600 fanti borbonici, la cavalleria e quattro cannoni che sparavano giù, c’era un uomo con i capelli grigi, un poncho sulle spalle e un toscano en bouche, e sguainata sulla sua spalla, la spada che gli era stata donata dagli operai di Newcastle, dove nel 1854 questo capitano d’alto corso aveva attraccato la sua nave per prendere un cargo carico di carbone. E in realtà il capitano Garibaldi aveva quasi deciso di stabilirsi per tutta la vita in Inghilterra, quando si era fidanzato con una ricca vedova, Emma Roberts, un’amica di Mazzini, che possedeva un’elegante casa su Park Lane a Londra e una grande villa di campagna nello Yorkshire. Con Jessie White, che più tardi avrebbe sposato Alberto Mario, come chaperon , Garibaldi accompagnò Emma e sua figlia in un viaggio di sei settimane, facendo tappa prima alla maison Garibaldi di Nizza e poi in Sardegna, per la caccia al cinghiale, prima di visitare l’isola di Caprera, che egli avrebbe in seguito acquistato grazie a sottoscrizioni inglesi e dove, ispirato da Robinson Crusoe, egli si era costruito una casa di quattro stanze. Emma si rese conto del fatto che questo leone di Caprera non avrebbe mai potuto essere ingabbiato in un salotto, e il suo regalo d’addio fu un cutter da 50 tonnellate chiamato «Emma», che venne costruito dal padre di Jessie White a Southampton.
La stessa Jessie, naturalmente, si innamorò perdutamente di questo eroe. «Ascolta, amore mio, mia anima gemella. Ti amo. La mia terra è tua. La tua, la mia unica terra. Tornerò». Garibaldi l’avrebbe sempre chiamata «sorella». Essa fece ritorno da Nizza a Londra insieme a Garibaldi nel maggio 1855 e mantenne la sua parola. Garibaldi affidò alle sue cure suo figlio Ricciotto e sebbene non potesse sostenere alcun esame, lei stessa si mise a studiare medicina, perché se non poteva combattere essendo donna, si sarebbe almeno potuta prendere cura dei feriti. E infatti nel 1860 fu esattamente questo che fece, dopo essere arrivata in Sicilia a bordo del «Washington» con il generale Medici e in compagnia di suo marito Alberto Mario, che avrebbe condotto l’Accademia militare fondata da Garibaldi a Palermo. Sfuggì ai tentativi compiuti dall’ammiraglio Persano, dietro strette raccomandazioni di Cavour, per espellerla dall’isola e per utilizzare i cospicui fondi e le scorte di medicinali del Comitato femminile di sostegno a Garibaldi di Lady Shaftesbury, destinati a costruire un ospedale nella vicina Barcellona dopo la battaglia di Milazzo e, più tardi, otto ospedali a Napoli. Nel frattempo, accompagnò Garibaldi nei suoi spostamenti alla testa dell’armata, assicurandosi che questo vegetariano astemio avesse sempre a disposizione frutta fresca e acqua. In pratica a Volturno si allontanò dal suo fianco solo per incoraggiare alcuni marinai britannici, che si trovavano in congedo a Santa Maria per guardare la battaglia, ad armare i cannoni quando le ciurme italiane vennero uccise.
Garibaldi aveva le sue ragioni per ammirare (e Cavour per temere) Jessie White, perché, come già lo era stata nei suoi studi medici e nell’avere cura di Ricciotto, essa era un’esperta nel fare discorsi di propaganda e nella raccolta fondi per la causa dell’«Italia per gli Italiani», sia nel Regno Unito che in America, e anche come traduttrice del best seller del 1856 (35 mila copie), «Le prigioni austriache d’Italia», di Felice Orsini, che cadde preda dell’incantesimo del suo fuoco straordinario, se non del suo aspetto molto ordinario. «Non è bella, ma è degna di essere amata da un italiano con tutto il suo cuore. Non posso dire niente; provo molta simpatia: forse è lei l’unica donna che potrebbe vivere con me».
Jessie era stata presentata a Orsini da Garibaldi nel 1855-56, un periodo durante il quale ebbe con Garibaldi «molte discussioni lunghe e calorose sugli affari italiani», mentre Garibaldi sovrintendeva alla costruzione della «Emma» nel cantiere di Southampton di suo padre, nella primavera del 1856. Nel 1855 Antonio Panizzi aveva acquistato una nave, «L’Isola di Thanet», e aveva progettato, insieme con il fratello di Palmerston Sir William Temple, ambasciatore a Napoli, e grazie ai finanziamenti dei pari di Gladstone e Palmerston (che avevano preso il denaro dal fondo dei Servizi segreti), di convincere Garibaldi a dirigere un’audace operazione per liberare Settembrini e Poerio da Ponza. Garibaldi, che riteneva l’avventura suicida, fu sollevato quando «l’Isola di Thanet» affondò.
Nell’autunno del 1856, Jessie, con tanto di copertura giornalistica, accompagnò a Genova il clandestino Mazzini, che di lei pensava avesse il valore di venti uomini. Qui le mille sterline che aveva raccolto con le sue conferenze servirono a finanziare il vano tentativo compiuto da Carlo Pisacane di far sollevare il Sud, nel 1857. Arrestata, rifiutò la discreta offerta di esilio fattale da Cavour, e in un processo-spettacolo, durante il quale annunciò orgogliosamente «la fine dell’età dei tiranni», ammise ogni cosa e fu condannata a quattro mesi di detenzione. Il suo compagno di carcere, il venticinquenne Alberto Mario, che poi lei sposò, ricevette due mesi di condanna. Garibaldi, rifiutando le sue richieste di condurre la spedizione di Pisacane, l’aveva delusa. Per Emma, Garibaldi era stato troppo selvaggio; per Jessie, troppo remissivo, e a Garibaldi toccò di difendersi dalla sua accusa di codardia. «Amata sorella, qualunque cosa accada, non ho mai inteso farti arrabbiare e mi affliggerei nel più profondo del cuore se l’avessi fatto. Certamente non hai alcun bisogno di tenerezze, e lungi da me l’idea di sprecarle rivolgendole a te; ma ciò che non potrai mai impedirmi di dirti è la verità. Bene, io ti amo, cosa che significa molto poco per te; ti amo per me stesso, e per mio figlio, e per l’Italia, che idolatro e venero sopra a tutte le cose terrene, e per quanto riguarda i principi, Jessie, so che la tua opinione riguardo a tuo fratello è persino troppo elevata. Bene, posso assicurarti che se Garibaldi fosse stato certo di essere seguito da un buon numero di uomini, nel presentarsi egli medesimo, con una bandiera, sul campo di battaglia, alla sua nazione, con anche la pur minima probabilità di successo – Jessie mia, puoi dubitare che non sarei corso in avanti con gioia febbrile, per realizzare l’ideale di una vita intera, pur sapendo che la ricompensa sarebbe stato il più atroce dei martirii? »

(Traduzione di Gabriela Jacomella)

 

Categorie:culture autoctone
  1. 11 luglio, 2004 alle 23:03

    Un lungo messaggio tra i commenti del post precedente. Jessie e Garibaldi, e le storie intrecciate salvano dalle questioni ultime della nostra politica. Buona notte. harmonia

  2. 12 luglio, 2004 alle 0:46

    anche dalle questioni penultime … 😉

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