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Statalisti, a noi!


Ognuno ha le sue idiosincrasie. Queste, in generale, possono essere “di pelle” o radicate in una visione del mondo e della vita, della società e dello Stato, e così via. Le prime sono decisamente antipatiche, in ultima analisi inaccettabili, perché attengono non alla sfera del ragionamento critico ma a quella del pre-giudizio. Vanno insomma combattute e respinte dalle persone che hanno raggiunto un certo grado di maturità intellettuale e psicologica. Le seconde, invece, sono legittime, anzi doverose, purché temperate dall’instancabile capacità dei soggetti di mettersi in questione, di sottoporre costantemente a verifica la sostenibilità delle proprie argomentazioni.

 

 

 

A volte si verifica un intreccio tra le due tipologie summenzionate, il che complica le cose. Ma con un po’ di calma penso si possa riuscire a tenere sotto controllo la situazione.

 

 

 

Anche a me—naturalmente, oserei dire—capita, soprattutto per ciò che attiene alle faccende pubbliche, di sperimentare delle idiosincrasie, e queste non sono tanto del primo tipo (per fortuna) quanto del secondo (giustamente), e purtroppo anche del terzo (l’intreccio malefico di cui sopra). Insomma, oltre che, ad  esempio, per il comunismo, il fascismo, l’antiamericanismo, l’antisemitismo, ecc. (idiosincrasie “doverose”, dal mio punto di vista), avverto una forte avversione per dei partiti o dei leaders politici, a mezza via tra il rifiuto razionale e quello, per così dire, a prescindere.  Di conseguenza, lo sforzo che devo fare è quello di separare i due aspetti, e successivamente respingerne con decisione uno e “verificare” l’altro.  L’obiettivo può dirsi raggiunto quando il ragionamento mi porta a individuare argomentazioni talmente convincenti da “confermare” l’avversione, ma appunto senza tener conto di quanto proviene da atteggiamenti viscerali e, direi, molto poco onorevoli. E l’autoassoluzione è così assicurata. Un po’ furba la cosa, lo so, ma non mi riesce di far meglio di così …

 

 

 

“Benissimo”—potrebbe obiettare giustamente qualcuno—“ma da che parte vuoi andare a parare?” Beh, semplicemente volevo preparare il terreno ad un suggerimento di lettura che mi sembra piuttosto interessante. Sul Corriere di oggi il valoroso Angelo Panebianco spiega cosa c’è che non va nelle manovre di Fini e Follini. E per farlo si avvale persino di un giudizio di Franco Debenedetti, che certo non è un simpatizzante di Silvio Berlusconi, e quindi è abbastanza in sintonia con lo scrivente (per questo ed altro).

 

 

 

Si va male a citare solo solo qualche passaggio di questo editoriale, quindi lo riproduco per intero qui di seguito. Condivido praticamente tutto e faccio mia la domanda conclusiva di Panebianco. E anche per oggi, dopo essermi felicemente autoassolto, auguro buona lettura a chi passa da queste parti.

 

 

 

——-

 

 

 

L’ALLEANZA STATALISTA

di ANGELO PANEBIANCO

 

 

 

 

 

Nella politica si intrecciano sempre due dimensioni: la competizione per il potere e la rappresentanza degli interessi. Nella crisi della maggioranza di governo è ben visibile la prima dimensione: l’indebolimento della leadership di Berlusconi, le nuove ambizioni di An e dei centristi, la «resistenza» della Lega. Ma è anche presente, meno visibile, la seconda dimensione. Le ambizioni personali e le rivalità fra i diversi uomini politici sono rese esasperate dal fatto che essi rappresentano interessi economici, professionali e territoriali divergenti. Ciò che è venuto meno, non si sa se definitivamente, è la fiducia di importanti settori della maggioranza nella capacità di Berlusconi di assicurare la sintesi fra i diversi interessi. La divisione Nord/ Sud (le diverse esigenze della società settentrionale e di quella meridionale) è una causa importante, anche se non unica, della crisi della maggioranza. Si discuterà a lungo sui tre anni del ministero Tremonti (e probabilmente un bilancio sereno mostrerà che gli aspetti positivi sono più numerosi di quelli negativi). E’ certo però che Tremonti e la sua politica economica erano espressione di un «blocco del Nord», l’alleanza privilegiata fra Forza Italia e la Lega. Sembra plausibile che l’errore principale del blocco del Nord (un errore che, alla fine, ne ha determinato la sconfitta) sia stato quello di non avere saputo proporre una «politica per il Sud», opere pubbliche a parte. Da qui la reazione politica del Mezzogiorno.
Ma questa reazione, per i modi in cui si manifesta, appare altrettanto preoccupante e priva di prospettive del disinteresse del blocco del Nord per le esigenze della società meridionale. Come ha detto giustamente Franco Debenedetti, nella crisi in atto è impossibile non sentire il vecchio odore delle Partecipazioni statali e una gran voglia di assistenzialismo vecchio stampo.
Ciò che va rimproverato ad An e all’Udc non è la loro volontà di rappresentare le istanze e le aspirazioni di benessere della società meridionale, ma il fatto di non proporre una politica di sviluppo per il Sud che faccia leva sulla competizione di mercato, su quelle forze, imprenditoriali e professionali, che domandano più libertà economica e che, ancorché deboli, esistono nel Mezzogiorno. Ciò che va rimproverato loro è di voler assecondare la società meridionale nei suoi antichi vizi più che aiutarla a coltivare le sue nuove virtù. E’ mai possibile che quando si parla di politica per il Sud si debba intendere, sempre e soltanto, statalismo?
Una delle ragioni che stanno determinando la crisi della Casa delle Libertà è che le sue promesse di liberalizzazione si sono infrante contro le resistenze corporative di una società che, in ampi suoi settori, non vuole essere «liberalizzata» perché teme più di tutto la competizione. Questi settori, di sicuro, sono presenti anche al Nord (si pensi agli ordini professionali). Ma il blocco più forte, per ragioni storiche, è dislocato nel Centro-Sud.
Faccio un esempio tratto dal campo dell’istruzione. In tanti siamo da anni convinti che per migliorare il sistema dell’istruzione pubblica occorrerebbe abolire il valore legale del titolo di studio. Ma l’obiezione è sempre la stessa: la società meridionale (le sue scuole, le sue Università, le sue famiglie) non lo accetterebbe mai. Mai nessuno che dica che quella misura, superata una fase, non necessariamente lunga, di adattamento, potrebbe portare grandi benefici anche al Mezzogiorno.
Perché non si vuole mai scommettere, né a destra né a sinistra, sulle forze migliori e più vitali del Sud per coinvolgerlo in un vero progetto di modernizzazione?

 

 

 

 

  1. 12 luglio, 2004 alle 17:51

    Roberto ho letto le tue considerazioni e l’articolo di Panebianco. L’ analisi dei vizi e delle ‘resistenze’ della società meridionale mi pare pienamente condivisibile. Vizi antichi…purtroppo.
    Come dice Panebianco le promesse di liberalizzazione non mantenute sono ‘una’ delle cause del declino della Casa delle Libertà. La principale secondo me è stata il dilettantismo nella gestione economica nell’attesa di una agognata e miracolistica ripresa economica che doveva provvedere ad otturare tutte le falle ‘creative’ del non rimpianto Tremonti. Ciao e a presto. Alain

  2. avy
    12 luglio, 2004 alle 19:22

    d’accordissimo anch’io. (tra l’altro, se non erro, sull’abolizione dei titoli di studio i radicali prepararono un referendum negli anni ’90.)

  3. 13 luglio, 2004 alle 17:34

    Perché non si vuole mai scommettere, né a destra né a sinistra, sulle forze migliori e più vitali del Sud per coinvolgerlo in un vero progetto di modernizzazione?
    Noto che spesso, nelle “pubbliche faccende” come dici tu, si e’ tentati di personalizzare gli atteggiamenti e le scelte politiche, come se queste non avessero una base di consenso. A tale proposito la domanda di Panebianco mi sembra rivolta, appunto, alle forze politiche (di destra e di sinistra), non alla “gente” del Sud. In una democrazia e’ il popolo a governarsi (sembrera’ banale, ma…): se il popolo del Sud non vuole scommettere su se stesso e preferisce il valore legale e i concorsi pubblici e non e’ in grado di far girare un’economia che non sia sommersa, perche’ un centinaio di parlamentari dovrebbe “scommettere” su di loro? Imporre loro la “loro” visione della vita? Noi non abbiamo Saddam: abbiamo istituzioni moderatamente democratiche, non ci puo’ ancora venire a liberare nessuno (magari in una fase successiva della storia…). Dobbiamo farlo noi stessi, deve farlo il popolo. Se il popolo non pretende (l’ottenibile, non l’impossibile), il popolo non avra’.
    Chiudo ricordando che Edwards e anche altri politici americani, quando fanno i comizi, non dicono mai “I will do this and that for you”, ma si rivolgono al popolo – appunto – con frasi del tipo “You and I can make it, together, for all of us”. Succede oggi, nel 2004, a 8 ore di aereo da qui, a un secolo di distanza dal mezzogiorno.

  4. 13 luglio, 2004 alle 18:20

    Alla tua riflessione potrebbe rispondere molto meglio di me chi al sud è nato, vive e lavora. A me sembra un po’ pessimistica, anche se in ciò che dici ci può essere del vero.
    Il circolo vizioso comunque c’è. Secondo me i maggiori responsabili sono le classi dirigenti, eredi di una forma mentis che affonda le sue radici nella storia (una storia che ha “saltato” la civiltà dei Comuni, con ciò che essa ha comportato). Disorso tuttavia molto complesso…

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