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Amato: Bush, quanti errori!


 

 

 

Eâ una sintetica ma puntuale disamina degli errori dellâÂÂAmministrazione Bush nella gestione del cosiddetto dopoguerra in Iraq. Reca la firma di Giuliano Amato ed è apparsa su la Repubblica di oggi.

 

 

 

 

 

Amato sintetizza e commenta una ricerca condotta da Mark JürgensmeyerâÂÂun professore californiano che si è già distinto per i suoi studi sul fondamentalismo religiosoâÂÂin collaborazione con Mary Kaldor e ad altri docenti della London School of Economics.

 

 

 

 

Dalla ricerca, ricorda Amato, emergono due costanti:

 

 

 

 

1) gli Usa hanno americanizzato tutto (sicurezza, amministrazione, ricostruzione) lasciandone fuori gli iracheni;

 

2) ciò ha generato negli iracheni un senso di estraniazione e umiliazione, rendendo la presenza americana una specie di âÂÂinveramento della dicotomia di Huntington fra due civiltà che confliggono e delle quali lôuna si sta imponendo con la forza allôaltraâÂÂ. Tutto il contrarioâÂÂfa notare AmatoâÂÂdi ciò che accadde in Europa alla fine della seconda guerra mondiale.

 

 

 

 

 

Colpisce, della complessiva condotta di Washington, il misto che vi si legge di candore ideologico, di approssimazione, di impreparazione e di non comprensione degli effetti che essa viene producendo.

 

 

 

 

 

Segue un elenco di errori da manuale:

 

 

 

 

 

1) la sicurezza è affidata ai marines (tra lâÂÂaltro insufficienti per numero);

 

2) lâÂÂinsegnamento delle ëpolitiche della speranzaû e del buon funzionamento di un ministero della Difesa è affidato a Sue e Ron, due ex ufficiali che sono forti soltanto della loro convinzione che le idee di cui sono portatori sono destinate a vincereâ¦;

 

3) i professionisti (qanche quelli non iscritti al BaâÂÂath) sono scavalcati da colleghi americani e di pochissimi altri paesi;

 

4) se si va a Falluja per liberarla da un gruppo ristretto di ribelli armati, si spara sulla folla (che manifesta contro Israele) e ci si procura eterna gratitudine â¦

 

 

 

 

 

Quindi Amato si domanda come tutto questo sia stato possibile.Risposta scartata: la âÂÂstupiditàâ degli americani. Perché

 

 

 

 

 

[g]li americani non sono stupidi ed anche se è vero che molti di loro hanno una conoscenza assai approssimativa di un mondo di cui sono leader, non è meno vero che gli Stati Uniti dispongono di un establishment nel quale uffici pubblici e istituzioni private producono oggi analisi geo-politiche e ëcountry studiesû che non hanno da invidiare nessuno e che sono anzi invidiabili. La questione è unôaltra ed è quanto queste capacità siano state utilizzate nel caso iracheno e quanto siano state vive la discussione e la dialettica fra lôinsieme delle istituzioni che in una democrazia complessa come quella degli Stati Uniti hanno titolo a concorrere alle scelte che si formano in materie e in situazioni come questa. Se non è così, infatti, può ben capitare che un gruppo ristretto di decisori, sottratto a una tale dialettica, si infili su una strada sbagliata e prosegua, mettendo via via pezze a loro volta sbagliate ai suoi iniziali errori.

 

 

 

 

 

Oltre a questo, Amato individua unâÂÂaltra causa: un âÂÂmutamento strutturaleâ che probabilmente si è determinato nella democrazia americana in ragione della sua schiacciante supremazia militare:

 

 

 

 

 

Côè, in tale supremazia, un duplice rischio: che di ogni problema appaia naturale la soluzione con strumenti militari e che le stesse difficoltà successive ad una eventuale vittoria sul campo siano ritenute comunque superabili, perché quegli strumenti sono sempre lì e nessuno ne ha di migliori. Può essere stato questo che ha chiuso attorno alla Casa Bianca, già orientata dallôunilateralismo ideologico e aggressivo dei neo-cons, un cerchio nel quale prevaleva la componente militare, confinando ad un ruolo marginale il Dipartimento di Stato e rimanendo per di più al riparo dal Congresso che, auto-limitatosi a lungo in nome della sacra battaglia contro il terrorismo, ha rinunciato a quella costante supervisione che il sistema democratico gli assegnerebbe e che troppo tardi ha ripreso a esercitare.

 

 

 

 

 

CâÂÂè poi un altro fattore, sul quale Amato, per la verità, insiste da tempo: la quasi assenza dellâÂÂEuropa.

 

 

 

 

 

Si aggiunga – perché anche questo fa parte del quadro – il ruolo limitato e parziale che abbiamo giocato noi, con la nostra Europa divisa. Ai tempi della guerra fredda, quando côera una partnership pur diseguale fra noi e gli Stati Uniti, la consultazione reciproca era stata continua e i mutamenti che essa determinava negli americani rispetto alle loro posizioni iniziali furono in più casi rilevanti. Nulla di simile è potuto accadere rispetto alla vicenda irachena, nella quale alcuni di noi erano ostili agli Stati Uniti e proprio per questo privi di ascolto da parte loro ed altri, i favorevoli, venivano e vengono ascoltati, ma sono troppo deboli da soli per influenzarli davvero. Se a tanto siamo arrivati nella consunzione della relazione transatlantica è assai probabile che le responsabilità maggiori siano piuttosto da ricercarsi nella Washington di Bush che non in Europa. Questo è sacrosanto dirlo, ma è un dato di fatto che anche lôassenza di un ruolo efficace dellôEuropa entra a far parte di un circolo vizioso di concause a cui dobbiamo la pessima performance americana, che tanto ha aggravato in Iraq una situazione difficile che voleva risolvere.

 

 

 

 

 

La conclusione di Amato, in sintonia con quella di Jürgensmeyer, è che, date le premesse,

 

[è] altamente improbabile che esso [lâÂÂIraq] si faccia trasformare in una piccola America ed il meglio che si può sperare è che, tra mille difficoltà e ripetuti tentativi, diventi una democrazia orgogliosamente indipendente, che di sicuro non sarà filo-americana. Al di là di ciò, se vogliamo evitare che ci sia un altro Iraq nel nostro futuro, la lezione è davvero a largo raggio. Ed è un richiamo, non al disimpegno, ma allôimpegno e alla responsabilità di tutti, perché solo democrazie funzionanti e relazioni internazionali segnate dalla disponibilità a cooperare fra soggetti forti – in altre parole: da un accettato e praticato multilateralismo – forniscono gli antidoti che possono fermare sul nascere, o almeno nel loro progredire, i tragici scenari di tipo iracheno.

 

Un richiamo allôimpegno, insomma. Perché multilateralismo questo vuol dire. Quindi, i critici di Bush, oltre che levare alti lai, dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza. Avere ragione e avere le carte in regola non sono esattamente la stessa cosa.

 

[Leggi l’articolo per intero]

 

 

Categorie:esteri
  1. 18 luglio, 2004 alle 9:57

    Il confronto tra il dopoguerra iracheno e quello in Europa e Giappone dopo il ’45 è stridente.
    Anche Dahrendorf parlò del confronto a suo tempo
    http://sferapubblica.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=61989.

  2. 19 luglio, 2004 alle 12:55

    MOlto interessante, Roberto.
    Fuori post. Qual’è il tuo rapporto con il Blog? Sarebbe interessante saperlo, che ne dici di un post come ho fatto io oggi? Pensaci. Alain

  3. 19 luglio, 2004 alle 13:37

    Darò appeno posso un’cchiata sia al tuo post, Alain, sia al tuo, Sferapubblica. Mi scuso per la lentezza, ma sono un po’ preso da altre faccende. Comunque grazie per le segnalazioni. A presto.

  4. 19 luglio, 2004 alle 22:12

    Complimenti per il post! C’e’ tutto: il riconoscimento degli errori, sia degli americani che degli europei, ma anche del fatto che chi non si sporca le mani nelle faccende difficili (ossia nella guerra in Iraq) piu’ di tanto, a posteriori, non ha il diritto di criticare… o meglio ha il diritto di criticare, ma non quello di fare la voce grossa. Almeno cosi’ l’ho interpretato io. Uno dei bilanci migliori sull’Iraq che io abbia mai letto!

  5. avy
    20 luglio, 2004 alle 12:32

    caro windrose, già, proprio un bel postino.

  6. 20 luglio, 2004 alle 18:14

    “…un inveramento della dicotomia di Huntington fra due civiltà che confliggono e delle quali lôuna si sta imponendo con la forza allôaltra. Nulla di paragonabile allôesperienza che vivemmo in Europa alla fine della seconda guerra mondiale, quando i soldati americani non solo furono accolti con autentica gioia dai nostri civili, ma fraternizzarono successivamente con loro in un clima di fiducia e di amicizia reciproche.”
    Il problema non è lo scontro di civiltà, ma il disprezzo per la civiltà “inferiore”. L’Iraq non è l’Europa, infatti.
    Colpisce me il “candore ideologico” di cui parla Amato. La parola “candore” è la meno appropriata per un’amministrazione all’insegna della mancanza assoluta di “candor” in tutti i sensi.
    L’analisi di J. sembra corretta e anche la presentazione di Amato lo sembra. Ma c’è una cosa che mi urta nei ragionamenti di questi ragionatori. Mi urta la loro distanza antropologica, asettica dai fatti. I fatti che parlano di vittime e vittime e vittime.
    Sono d’accordo sul richiamo all'”impegno e alla responsabilità di tutti”. Ma mi piacerebbe sapere chi sono i “tutti”. Sono i governanti? Gli opinion makers? L’opinione pubblica? Gli elettori?
    Ha qualche idea Amato su come concretamente dispiegare l’impegno?
    Caro Roberto, non posso che apprezzare i tuoi pezzi perché invitano a problematizzare gli argomenti più decisivi di questo periodo. Ti abbraccio. harmonia

  7. 20 luglio, 2004 alle 19:17

    Ringrazio Harmonia, Babefunky e Avy per le gentili parole.
    A Babefunky e Avy voglio dire che il merito è delle “fonti”.
    Ad Harmonia posso dire che il “distacco” è necessario quando ci si confronta con rigore e serietà con i fatti e si cerca di interpretarli correttamente. Capisco comunque quello che vuol dire.Ma senza distacco uno studioso o uno statista non fa molta strada in direzione della comprensione e, successivamente, della soluzione dei problemi.
    Quanto all’impegno, senz’altro i destinatari dell’appello sono principalmente le nazioni europee, intese come governi, e in subordine intese come classi dirigenti, opinione pubblica, mass media, ecc.
    Un caro saluto a tutti.

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