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Archive for 8 aprile, 2005

Vani sillogismi? [Updated]

Avvenire ricorda la Fides et ratio di Giovanni Paolo II, dell’ottobre del ’98, con un articolo di Roberto Righetto, responsabile delle pagine culturali del quotidiano dei vescovi: 

Troppi filosofi contemporanei, sembrava dire il Papa, mostrano sfiducia verso le possibilità conoscitive della ragione accontentandosi di verità parziali e provvisorie e censurando ogni domanda sul fondamento ultimo della realtà. In quelle parole risuonava l’eco del pensatore valdostano Luigi Pareyson che stigmatizzò più volte alcune tendenze filosofiche del dopoguerra, incapaci di misurarsi con le grandi domande poste dalle vicende del Novecento: filosofie d’evasione, le definiva, impegnate in problemi tecnici d’estrema sottigliezza e astrattezza, come il positivismo logico e la filosofia analitica. A esse contrapponeva il pensiero tragico, il tentativo di recuperare una pensosità partecipe e avvolgente. Tutti i filosofi insomma, nella Fides et ratio, venivano invitati a pensare in grande, ad approfondire «le dimensioni del vero, del buono e del bello»: senza voler mirare ad un sapere totalizzante e onnicomprensivo, ma anche senza voler limitare in partenza il volo della ragione. Una ragione non vista in contraddizione né depotenziata rispetto alla fede: anzi, per il Papa esse rappresentano «le ali dello spirito umano».

[…]

Certo, la contrapposizione paolina tra la «sapienza di questo mondo» e la follia della croce resta inalterata, anzi quest’ultima rappresenta uno scandalo per i filosofi, «l’evento storico contro cui si infrange ogni tentativo della mente di costruire su argomentazioni soltanto umane una giustificazione sufficiente del senso dell’esistenza». Il vero punto nodale che sfida ogni filosofia è proprio la morte in croce di Gesù Cristo e la sua resurrezione, che nel corso dei secoli hanno interpellato e inquietato i filosofi e che ancor oggi costituiscono un punto contro il quale lo sforzo del pensiero può naufragare, «ma oltre il quale – rileva Giovanni Paolo II – può sfociare nell’oceano sconfinato della verità».

[Leggi il resto] 

Inevitabilmente mi risuona nella mente la parola del Poeta (e ciascuno giudichi se non sia il caso inchinarsi alla sua autorità): 
O insensata cura de’ mortali, 
quanto son difettivi silogismi 
quei che ti fanno in basso batter l’ali!
 
[Paradiso, XI]  

—–

UPDATE (10/04 ore 11:45)

Su Azioneparallela un post con relativi commenti (tra cui uno mio) sull’articolo di Avvenire, oltre che su una recente perfonmance televisiva di Emanuele Severino (a Otto e mezzo).

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Categorie:culture autoctone

Molto, molto di piu’

8 aprile, 2005 4 commenti

Foto AP. Il sole sorge su Roma il giorno dei funerali di Giovanni Paolo IIIl lungo addio a Karol Wojtyla si è concluso. Non ho seguito la solenne e imponente cerimonia funebre, perché non potevo, ma non rimpiango di aver mancato questo appuntamento. Lo dico sinceramente: pur essendo un credente non amo questo genere di cose. La "spettacolarità" e la grandiosità di un rito, incluso il concorso di centinaia di migliaia o di milioni di persone in carne ed ossa, anche se spinte da autentica commozione e sincera gratitudine per un papa che si è conquistato sul campo la simpatia e l’affetto di buona parte dell’umanità, e compreso anche l’omaggio pressoché unanime dei potenti e dei media di tutto il mondo, tutto  questo, dicevo, non mi affascina, anzi mi allontana.

 
Faccio un discorso tutto personale, sia chiaro, infatti credo che a molta gente, invece, queste solennità possano far bene, costituendo in ogni caso un’occasione per riflettere e per sperimentare emozioni che hanno poco da spartire con la vita di tutti i giorni, che quasi sempre è avara di momenti di spiritualità, di occasioni per meditare sul senso della vita e della morte, e così via.
 
Certamente, sottoporsi a sacrifici enormi per «esserci», affrontare un lungo viaggio e poi sopportare un’intera giornata di coda per sfilare davanti alle spoglie mortali del Pontefice, o per assistere al suo funerale, è qualcosa che testimonia qualcosa di grande, di commovente, un sentimento stupendo. Ma io non l’avrei fatto. Se ne avessi avuto la possibilità me ne sarei andato da qualche parte—non dico in una chiesa (sarebbe bello, ma ormai è quasi impossibile trovarne una dove ci sia silenzio e vero rispetto per chi ha voglia di raccogliersi), ma, per dire, in riva al mare o in montagna—a pregare o ad ascoltare i miei pensieri, in solitudine, in silenzio. 
 
In ogni caso ciò che lascia sgomenti è l’ondata di commozione generale che la scomparsa di Giovanni Paolo II ha suscitato, la dimensione planetaria del fenomeno. Da cristiano e da fan di Karol Wojtyla (lo sono stato fin dal principio del suo pontificato, se posso permettermi di dirlo, anche quando metà della Chiesa, e la quasi totalità di quelli che stavano “dall’altra parte” lo osteggiavano duramente) ne sono lieto e commosso. Ma non sorpreso, e il perché lo ha spiegato molto bene Gianfranco Ravasi, ieri su Avvenire.
 
Ora, lui, Karol “il Grande”, lo immagino in un luogo e in una condizione non troppo diversi da quelli che Pesce Vivo ha ipotizzato qualche giorno fa. Ma molto, molto di più.
 
 
 

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Come sara’ il prossimo?


Il dopo-Wojtyla non è ancora cominciato, ma c’è chi si è preoccupato per tempo di prefigurarlo, di progettarlo. Il che non sorprende affatto: la Chiesa ha sempre guardato lontano. Sorprendente è, semmai, il fatto che ci sia qualcuno che sia in grado di parlare con cognizione di causa di questi  retroscena, che ha capito o intuito cosa si sta preparando nei palazzi vaticani e ne offre una ricostruzione accurata e convincente, ma non in termini di gossip, bensì seguendo un percorso tutto intellettuale.
 
Questo qualcuno è Sandro Magister, che già ieri l’altro aveva messo in rete una conferenza tenuta la sera di venerdì 1 aprile dal cardinale Ratzinger, in quella Subiaco dove ha mosso i suoi primi passi il monachesimo d’Occidente in virtù della straordinaria intuizione di san Benedetto. Si tratta di un documento estremamente significativo che potrebbe contenere in nuce il “progetto” della Chiesa post-Giovanni Paolo II. Una Chiesa che guarda a ciò che l’Europa è diventata, in termini di cultura e visioni del mondo prevalenti, coma alla “contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali dell’intera umanità”. Parole gravi, un giudizio tremendamente severo e, in sé e per sé, imbarazzante per la cultura laica e illuministica—e per molti cattolici che sulla laicità la pensano in modo profondamente diverso—da cui l’Europa moderna è stata plasmata.
  
Ma anche il cardinale  Ruini ha detto la sua sul dopo-Wojtyla, secondo Magister. Lo avrebbe fatto nel suo ultimo libro, uscito quattro giorni prima della morte di Giovanni Paolo II: Nuovi segni dei tempi. Le sorti della fede nell’età dei mutamenti.  Per Ruini—spiega il vaticanista dell’Espresso citando il cardinale—la “questione antropologica”, cioè il vero e proprio scontro di civiltà che verte sulla visione della vita e dell’uomo, “inciderà sul nostro futuro, compreso il futuro del cristianesimo nell’Occidente e nel mondo, in maniera più profonda e duratura” dell’altro conflitto, quello col terrorismo islamico.
 
Sandro Magister si sofferma inoltre su quelli che potrebbero essere gli elementi di continuità e di cambiamento, rispetto al pontificato wojtyliano, su questioni di grande rilievo quali il primato papale e la collegialità episcopale, il dialogo con le altre religioni e i mea culpa (criticatissimi) della Chiesa.
 
Insomma, Magister offre una possibilità unica di capire quello che potrebbe succedere nella Chiesa qualora prevalesse la linea Ratzinger-Ruini. Di estremo interesse sono anche i links, che documentano scrupolosamente tutti i passaggi di questa ricostruzione.
 
Una cosa sembra certa: al conclave si confronteranno “linee” difficilmente conciliabili, se non drammaticamente opposte. Un profano potrebbe persino pensare che Ratzinger e Ruini non vogliano tanto far prevalere la loro visione, quanto “stoppare” quella di qualcun altro, onde arrivare all’inevitabile mediazione—ome sempre, credo …—da posizioni di forza e in modo tale da non vedere seppellita l’eredità spirituale del defunto pontefice. Forse perché il "rischio" di un radicale cambiamento di rotta (in senso "progressista") c’è davvero. Chissà.

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