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Elogio del proporzionale

13 aprile, 2005 5 commenti

In un precedente post elogiavo l’idea di Giovanni Sartori per cui il sistema tedesco sarebbe il più adatto a gestire la complicata situazione italiana, togliendo qualche castagna dal fuoco sia al centrodestra sia al centrosinistra.
 
Ora, io non mi considero e non sono per niente un esperto in materia, vale a dire che, al di là di quello che leggo sui giornali, non ho un bagaglio di frequentazioni libresche sufficiente ad emettere pareri che abbiano dietro analisi e un apparato argomentativo rispettabili daun punto di vista “scientifico”.
 
Detto questo, però, vorrei esprimere un dubbio: non sono affatto sicuro che per condividere o formulare con un minimo di consapevolezza, cioè “a ragion veduta”, una valutazione su quale sia il sistema elettorale per il proprio Paese sia necessario essere uno scienziato della politica, con tutto il rispetto per la benemerita categoria. Ed è per questo che mi permetto di dire la mia, solo per questo, ché altrimenti me ne starei zitto.
 
Dunque, dicevo, sul “proporzionale” di tipo tedesco sono d’accordo con Sartori. Non solo per le ragioni che il professore ha esposto. Anche per ragioni che definirei «antropologiche», oltre che «storiche». «Storiche» perché mezzo secolo di proporzionalismo (che ha pur sempre accompagnato la trasformazione dell’Italia in un Paese democratico) non si cancella facilmente. «Antropologiche» perché in una materia come questa l’italianità non è una variabile indipendente. E gli italiani sono tutto meno che un popolo che abbia il gusto di ragionare in termini di alternative secche (destra/sinistra, giusto/sbagliato, bene/male, ecc.) e che di conseguenza sia incline a compiere scelte altrettanto nette.
 
Mi rendo conto che il discorso, posto in questi termini, è un tantino generico (starei per dire: meta-politico…). Però non posso proprio fare a meno di pensare che, per la mia esperienza diretta e personale del modo di ragionare e di essere dei popoli anglosassoni, di cui sono un estimatore (come qualcuno si sarà accorto), un sistema politico imperniato sul maggioritario rifletta abbastanza (non totalmente) quel mondo, quella mentalità, molto poco, o per niente, il nostro modo di sentire profondo ed anche la nostra mentalità spicciola. Basti pensare, a puro titolo esemplificativo, alle differenze tra i sistemi giudiziari italiano e americano: negli States, dopo un processo, si riesce sempre a capire se, a giudizio di chi pronuncia la sentenza, uno è colpevole o innocente, in Italia no: sei innocente, ma sei un po’ colpevole, e viceversa … E’ necessario citare qualche recente sentenza? Lasciamo perdere. Qualcosa di inconcepibile in America.
 
Perché, da noi, è così? Per tanti motivi (che tra l’altro conosciamo un po’ tutti), alcuni nobili, altri meno. In testa al lungo elenco metterei il fatto che siamo gente «sottile», perché affondiamo le radici in un passato che è troppo complesso, che ci ha insegnato a pensare che la nettezza delle posizioni e degli atteggiamenti non solo è “pericolosa”, è (quasi sempre) sbagliata, perché smentita da una realtà troppo spesso contraddittoria, di cui siamo stati testimoni, protagonisti e vittime. Alla fin fine non siamo forse il popolo che ha avuto il più grande Partito comunista dell’Occidente, che però era comunista soltanto un po’? Un partito che era alleato dell’Unione Sovietica ma non auspicava per l’Italia quel tipo di comunismo, bensì un altro, purché però mantenesse il logo e non contraddicesse (almeno formalmente) i “sacri testi”. Non siamo forse un Paese in cui quasi tutti i partiti, l’Assindustria, ecc., sono “per il libero mercato” purché la cosa non riguardi la Fiat, e purché nessuno di quelli che contano abbia a rimetterci qualcosa? Non siamo forse un Paese in cui nessuno è in grado di capire come stiano effettivamente le cose in questo o quel settore dell’economia, dal momento che leggendo i giornali troviamo non soltanto interpretazioni diverse—come è giusto che sia—, ma dati diversi e addirittura opposti, cifre diverse, per cui al cittadino non resta che fidarsi del proprio naso o ricorrere a scelte fideistiche? Gli esempi potrebbero continuare all’infinito se dovessi dare libero sfogo alle mie frustrazioni nel campo professionale e politico: su niente, da noi, ci sono ragionevoli certezze, tutto è avvolto in una nebbia in cui si fa fatica a distinguere non solo i dettagli, magari anche rilevanti, ma la sostanza stessa delle cose.
 
E in un Paese del genere—che Dio lo benedica, malgrado tutto!—uno, ogni cinque anni, dovrebbe recarsi al seggio elettorale e fare una scelta di campo secca, irrevocabile, chiara? Ma mi facciano il piacere, direbbe Totò.
 
Tornando al punto, se il problema principale del nostro sistema politico è la «stabilità» dei governi, credo che la storia della Germania dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi dimostri che quel modello—preso nel complesso: cancellierato, sistema elettorale proporzinale con soglia di sbarramento e "sfiducia costruttiva"—ha funzionato egregiamente, salvaguardando identità e governabilità nel contempo. Che bisogno abbiamo di costringerci ad essere (o a far finta di essere) ciò non siamo mai stati e che non saremo mai?

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