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Dibattito sul nuovo papa e dintorni

20 aprile, 2005 8 commenti

Si discute animatamente, tra i blogs aderenti a TocqueVille, sul nuovo papa, sulla laicità e sul laicismo (che non sempre coincidono), sulla fede e sui fondamentalismi (veri o presunti), e su cosa significa essere liberali. Enzo Reale, su 1972, ha fatto un lodevole sforzo per rendere ragione delle posizioni che si stanno manifestando e offrire spunti ulteriori al dibattito. Mi fa anche una domanda, una bella domanda: “WRH crede che la difesa dell’identità cattolica debba contenere necessariamente elementi di intransigenza: è certamente così ma la domanda è fino a che punto e a spese di chi?” Rispondo che non è facile rispondere …, o almeno dare una risposta vera, non un’affermazione buttata lì, non adeguatamente argomentata, ecc.
 
Certo che ognuno di noi, quali che siano le sue convinzioni , certe domande deve cominciare a porsele con una certa «severità», per potersi dare risposte che, fatta salva la complessità della materia, escludano astute vie di fuga e indebite acrobazie concettuali (e men che meno verbali). E tuttavia, per non eludere del tutto la domanda—anzi, le due domande—con la scusa che non è facile rispondere, mi avventuro in una risposta che più schematica non potrebbe essere. Dunque, richiamo innanzitutto l’attenzione sul fatto che, in materia di fede, la domanda sul fino a che punto non mi sembra lasciare spazio a troppi dubbi e incertezze, nel senso che non ci può essere un punto oltre il quale non si può andare. Non per essere sbrigativi, ma le cose sono due: o si crede o non si crede. Nel primo caso se ne devono trarre le conseguenze, nel secondo, ovviamente, non si pone neppure il problema.
 
In secondo luogo, chiedere a spese di chi? potrebbe essere fuorviante, perché in realtà le convinzioni in materia di fede sono personali, e il riverbero che esse hanno sul prossimo non può essere a spese di qualcuno, ché se così fosse avremmo la prova provata che la fede non è  altro che un sistema repressivo al servizio di qualcosa o qualcuno, come hanno ipotizzato in molti, in particolare Marx, Nietzsche e in un certo senso anche Freud. Un serio problema, tuttavia, si pone nel momento stesso in cui si affrontano questioni che hanno ricadute sul complesso della società, coinvolgendo chi crede e chi non crede, il cattolico, l’ateo, l’agnostico, il buddista, il musulmano, l’ebreo, e così via. Il cattolico, cioè, fino a che punto può e deve impegnarsi per far sì che un determinato atteggiamento etico che per lui è scontato (il rifiuto dell’aborto, ad esempio) diventi legge dello Stato, per una comunità nella quale convivono anche altre culture? Questione enorme, evidentemente, sulla quale il dibattito sarà sempre infuocato. E dove il punto di mediazione è difficile, ma non impossibile, da trovare, come insegna la bioetica—magari non tanto quella di stretta osservanza “sgrecciana”—, che tutta si gioca proprio sulla convinzione che la “mediazione” sia non sia solo auspicabile, ma anche possibile.
 
Enzo Reale accenna inoltre a un libro appena pubblicato negli Stati Uniti, The Cube and the Cathedral. ­ Europe, America and politics without Gods, di George Weigel, il famoso teologo e politologo americano (cattolico e neocon). Il saggio si occupa proprio delle ricadute tanto della fede quanto del laicismo secolaristico sullo Stato, sulla vita delle comunità nazionali, sui concetti di bene comune, illuminismo, liberalismo, ecc. Ne ha scritto oggi sul Foglio Christian Rocca:
 
Chiunque si sia appassionato al dibattito avviato da Robert Kagan sugli europei-che-vengono-da-Venere e gli americani-che-arrivano-da-Marte, si prepari a un’altra metafora, a una nuova lettura cristianocentrica della divisione transatlantica.
[…]
Secondo il teologo cattolico, l’attuale frattura non è soltanto il prodotto della grande disparità economico-militare tra i due continenti, come suggerisce Kagan. La frattura è più profonda. Detto in due parole: l’America crede in Dio, l’Europa no.
Weigel spiega la sua tesi con la metafora della Cattedrale e del Cubo. Una volta c’era la Cattedrale, ora c’è il Cubo a rappresentare il passato, il presente e il futuro dell’Europa. La Cattedrale è Notre Dame di Parigi, il simbolo dei 1500 anni di civilizzazione cristiana dell’Europa inopinatamente cancellati dalla nuova Costituzione dell’Unione. Il Cubo è l’Arc de la Defense, il monumento ai diritti dell’uomo e alla laicità voluto da François Mitterrand e che oggi rappresenta l’umanesimo laico e la voglia di modernità dell’Europa. La differenza è tutta qui, argomenta Weigel. L’Europa che si ispira all’illuminismo e che rifiuta di menzionare le radici cristiane, cestinando la sua stessa storia e la sua stessa origine, è un continente debole, molle, in crisi d’identità, in difficoltà economica, che non fa figli, che sta letteralmente morendo. L’America, invece, cresce e prospera proprio perché crede che la morale religiosa sia alla base della propria civilizzazione e, soprattutto, perché pensa che senza Dio non ci possa essere una vera politica centrata sul bene comune né un’autentica difesa della libertà.
 
Insomma, un’Europa «cristofobica» dimentica e vergognosa delle proprie radici, contrapposta all’America fedele alle proprie origini e salda nelle proprie convinzioni religiose. Senz’altro interessante e meritevole di attenta riflessione. Per chi è in vena di approfondimenti, ecco un paio di suggerimenti: c’è innanzitutto, in inglese, questa sintesi del libro di Weigel, a cura dello stesso autore, mentre in italiano c’è la recensione di un precedente libro di Weigel, I neocon cattolici americani: una proposta per il rinnovamento della chiesa e della società.
 
Per ora mi fermo qui, ma sull’argomento mi riprometto di tornare quanto prima.

 
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La sindrome del supermercato

20 aprile, 2005 4 commenti

Il sito Web del Corriere della Sera riporta sulla prima questa notizia:
 
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi avrebbe deciso di dimettersi. A sostenerlo il caporuppo di Forza Italia al Senato Renato Schifani, secondo il quale il presidente del Consiglio avrebbe comunicatro ai senatori azzurri che nel discorso che il capo del governo terrà al Senato alle 15.30 manifesterà la sua volontà di lasciare la guida dell’esecutivo e probabilmente di dar vita ad un Berlusconi-bis. Intanto a sorpresa a Palazzo Chigi è sato convocato un Consiglio dei ministri straordinario all’interno del Senato alle 16.30.
 
Quando scrivo sono le circa le 3 e un quarto del pomeriggio. Dunque, “al buio”, pochi minuti prima di sapere come andranno effettivamente le cose, invio un post che ho scritto due giorni fa e che era rimasto “nel cassetto”, sotto forma di un file salvato provvisoriamente sul desktop. E se lo faccio è perché mi sembra ancora attualissimo (anche troppo, se è per questo). Eccolo.
 
 
Scriveva domenica scorsa Barbara Spinelli su La Stampa che ci sono vari modi di venir fuori da una disfatta politica come quella delle regionali 2005. Uno è quello che sembrano aver adottato l’Udc di Marco Follini e il Nuovo Partito Socialista di Gianni De Michelis. La Spinelli lo chiama “sindrome del supermercato”. Di che si tratta? Ecco una particolareggiata descrizione:
 
La sindrome del supermercato consiste in questo: ogni settimana circa (gli intervalli variano, imposti come sono dai capricci e dalle finte immediatezze creative di chi comanda nell’emporio) il luogo delle merci cambia radicalmente, anche se le merci son sempre lo stesse. Il burro d’un tratto non è più lì dove eravamo abituati a trovarlo, il latte improvvisamente è accatastato a sinistra mentre ancor ieri andavamo in fondo a destra per acciuffarlo. E via spostando e rispostando, con gran piacere del capo-bottega ma non certo del cliente. Questi infatti non troverà né frutta più fresca, né burro migliore. Perderà solo la trebisonda, accumulando una stizza sottocutanea che gli resterà addosso anche dopo la spesa.
 
 
A questa sindrome—proseguiva il ragionamento—viene dato in questi giorni “un nome solenne e vuoto”: discontinuità. In altre parole,

 
[s]i cambia posto, non si sta più dentro il governo ma fuori, e al tempo stesso però si promettono consensi immutati a un eventuale secondo governo Berlusconi. Poco importa sapere se i vocaboli hanno un qualche rapporto con le intenzioni vere, se il presente prefigura il futuro, se la lealtà che a parole si garantisce nasconde un inganno che nel segreto del cuore si va meditando.
[…]
[N]ei reparti del supermercato politico, tutte le ubicazioni vengon alterate perché tutto resti uguale.
 
C’è di che rimanere ammirati per la chiarezza e, oserei dire, il “rigore concettuale” dell’analisi, nonostante quest’ultima  sia veicolata da una similitudine tratta dalla vita quotidiana. Il che dovrebbe dirci qualcosa, o meglio dovrebbe dirlo ai “nostri eroi”.  
 
Anche sotto altri punti di vista il pezzo della Spinelli è apprezzabile. Non sto qui a riportare il resto del ragionamento, mi limito a dire che, ad  esempio, è molto critica e perfino ingenerosa—a mio modestissimo avviso—nei confronti del governo di centrodestra, ma assolutamente aliena da inutili eccessi verbali, preferendo affidarsi alla forza delle argomentazioni, che ognuno, ovviamente, è libero di ritenere pertinenti o meno, condivisibili o contestabili. Dico questo non tanto per fare un altro elogio all’autrice dell’articolo, quanto piuttosto per raffrontare questa modalità espressiva-argomentativa con lo stile di un altro columnist italico: Giorgio Bocca, una persona di età “venerabile” che mi ricorda tanto quel vecchio un po’ truculento raccontato dal Manzoni nei Promessi sposi, quel tipo che,

spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani alzate sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi, con che diceva di volere attaccare il vicario a un battente della sua porta, ammazzato che fosse.

 

Categorie:interni

Auguri, Santita’!

20 aprile, 2005 Lascia un commento

Mancano il tempo e lo spazio per prevedere almeno qualcosa di ciò che contrassegnerà il papato di Benedetto XVI (mi fa effetto chiamare così il buon, caro don Joseph!).
 
Forse soltanto Vittorio Messori—sul Corriere di oggi, bellissimo articolo—poteva esprimersi in termini tanto affettuosi e confidenziali nei confronti del nuovo papa, e con parole buttate lì, tra parentesi, quasi a volerle far passare inosservate. Ma credo che questa sarà una delle “definizioni” più interessanti dell’ex cardinale Joseph Ratzinger che avremo la possibilità di leggere sui giornali di oggi e dei prossimi giorni. L’uomo Ratzinger, del resto, non è per niente secondario, come non lo è stato l’uomo Wojtyla o Roncalli, e, credo, tutti gli altri papi. Certo, il cardinale Ratzinger è stato il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, dunque il custode dell’ortodossia cattolica. E questo ha fatto apparire, di lui, soprattutto alcuni tratti di “durezza” e intransigenza. Ma quello era appunto il suo ruolo nella Chiesa. Il suo pontificato sarà con ogni probabilità qualcosa di diverso, e, dicono alcuni che hanno conosciuto bene il cardinale, ci potrebbero essere molte sorprese.
 
Qui, su questo blog, nei giorni scorsi, a partire dalle interessanti ricostruzioni del pre-conclave di Sandro Magister, ho tentato di mettere in evidenza alcuni aspetti dell’impostazione, dell’approccio ratzingeriano. Ora, superficialmente ed estemporaneamente, mi limito ad osservare che una difesa della «identità» cattolica non può non avere tratti di intransigenza, cioè, in ultima analisi, di chiarezza e onestà intellettuale. Chi si aspettasse “arrendevolezza” dimostrerebbe di non aver capito niente della Chiesa. Altro discorso credo debba esser fatto per quanto riguarda questioni assai più «filosofiche» che religiose o di fede. Quella che chiamavo la “linea Ratzinger-Habermas”, ad esempio, non mi convince molto. Ma è chiaro che tutto va letto e interpretato con grande discernimento: quando si ha a che fare con i concetti basta un niente a capovolgere il senso di un ragionamento, non parliamo poi di quando si ha a che fare con discorsi, omelie, scritti senza carattere di organicità, originati da circostanze ed esigenze particolari.  Sicuramente non mancheranno le occasioni per approfondire e chiarire quel che va approfondito e chiarito. Sarà il papa stesso il primo a farsi carico di questo. E sono sicuro—sì, sicuro—che l’impostazione risulterà la più rispettosa di tutto ciò che in gioco, a cominciare da ciò che significa essere cristiani e cattolici e da ciò che «il mondo» può aspettarsi da una Chiesa che non rinuncia a se stessa, ma neppure al dialogo che essa deve intrattenere con chi ne è al di fuori.
 
Per concludere, l’ennesima “appropriazione”  di ciò che ha scritto Monsignor Ravasi sul “Mattutino” di oggi. E, se posso permettermi: AUGURI, SANTITA’!
 
«Io ti dico che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: ciò che legherai sulla terra sarà legato anche nei cieli e ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.»
 
È d’obbligo in questo giorno che scandisce in modo festoso e glorioso la storia della Chiesa, riproporre il celebre brano "petrino" di Matteo (16, 17-19). Tre sono i simboli che lo reggono e che sono alla base della Chiesa fondata su Cristo, «pietra angolare», e su Pietro, «pietra» visibile nel tempo e nello spazio. Il primo è appunto la roccia: Pietro coi suoi successori rende esplicita nella storia la fondazione della Chiesa su Cristo. Come scriveva un biblista, «dandole un fondamento, Gesù non ha inteso lasciare i suoi seguaci isolati e dispersi ma ha voluto raccoglierli in una comunità organizzata», la Chiesa che ha nel Papa il suo segno visibile di unità.
Le «chiavi» sono il secondo simbolo e incarnano il potere su una casa, una città, un regno nonché sull’interpretazione di un testo ("la chiave di lettura"): in Pietro, allora, si esercita un’autorità giuridica e di insegnamento a cui i fedeli devono riferirsi. Collegato a questo è il terzo simbolo: «legare e sciogliere» indica certamente il potere di perdonare i peccati nel nome del Signore, ma abbraccia pure la funzione di ammonire e formare i cristiani nella loro vita morale. È, allora, al nuovo Papa che oggi si puntano non solo gli occhi dei fedeli per scorgerne il volto ma si orientano anche i cuori e le menti perché egli ci guidi e ci confermi nella fede nel Signore risorto, vivente in mezzo a noi col suo Spirito
 
 
Categorie:culture autoctone