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L’avversario piu’ temibile della Chiesa

23 aprile, 2005 2 commenti

[Continua dal post precedente] Mazzini, dunque, tra i diritti e i doveri, in qualche modo scelse questi ultimi. Naturalmente non perché disprezzasse i primi, tutt’altro. Proprio perché si batteva per l’affermazione dei diritti riteneva che ai doveri dovesse spettare una sorta di priorità. E’ un grande insegnamento, una “lezione di vita”, più che un principio universale.
 
Spirito profondamente religioso, come ricorda Viroli, egli aveva colto perfettamente quello che si può considerare il fulcro di tutte (o quasi) le grandi esperienze religiose, e cioè che nulla come l’esempio serve alla Causa, nessuna teoria, nessun principio filosofico, per quanto nobile e generoso potesse essere. E del resto la stessa morte di Socrate, cioè di un cercatore della verità attraverso la ragione, ha quel preciso significato.
 
Non occorre essere grandi esperti di filosofia e storia delle religioni per sapere che gli insegnamenti più profondi di Siddharta Gautama, detto il Buddha, consistevano in “esempi”, cioè in “pensieri” espressi sia con parabole e metafore, sia, soprattutto, con fatti e comportamenti concreti che tuttavia solo in parte potevano essere “resi” attraverso concetti e parole. Ma lo stesso vale per l’induismo, il sufismo, il taoismo, l’ebraismo. E vale ovviamente anche per il cristianesimo, che essenzialmente si basa non tanto su un libro, ma su una storia, su una vita che è divenuta libro. Gesù non è prima di tutto in ciò che ha detto, ma in ciò che è stato, che è  e che sarà.
 
E non occorre ricordare che Karol Wojtyla passerà certamente alla storia soprattutto per i suoi «gesti»: la visita alla sinagoga, il biglietto nel Muro del pianto, la grande adunata di Assisi, la sua sofferenza esibita come supremo atto d’amore e fedeltà senza riserve alla propria missione.
 
Ecco, qui si inserisce la questione-Ratzinger, il grido d’allarme del cardinale, le parole pronunciate nell’ormai celebre omelia durante la messa pro eligendo romano pontefice:
Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.
E più ancora la convinzione, espressa qualche giorno prima a Subiaco, che la cultura che è oggi prevalente nel Vecchio continente costituisca “la contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali dell’intera umanità".
 
Devo dire subito una cosa: il termine “relativismo” lo lascerei fuori dal discorso in quanto l’uso che se ne fa è quanto di più ambiguo sia dato di ascoltare e leggere in una quantità di dibattiti e di interventi scritti. Si rischia cioè di non capirsi e di litigare utilizzando quel termine ma riferendosi a cose diversissime, o di parlare della stessa cosa chiamandola però in un altro modo. Secondo me il termine è ingiustamente bistrattato e indebitamente demonizzato (il significato corretto, a me pare, dovrebbe essere questo),  ma non mi impunto e cerco di andare alla sostanza. Che potrei sintetizzare così: Ratzinger ha ragione quando intravede nel nostro tempo, nella sua cultura dominante, la più radicale delle contrapposizioni al cristianesimo e in generale a tutte le tradizioni religiose. Credo che sarebbe arduo sostenere il contrario. Il punto è, però, che il cristiano non dovrebbe esserne sorpreso e neppure scandalizzato, dal momento che la situazione di oggi non è diversa da quella che i  cristiani dovettero fronteggiare ai tempi dell’impero romano: anche allora la contrapposizione era totale. Eppure, come sappiamo, né gli apostoli né i martiri si meravigliarono, anzi, in qualche modo la loro radicale “diversità” li rafforzò nelle loro convinzioni, nel loro stile di vita, nella loro fede, tanto che alla fine il paganesimo fu sconfitto, Costantino si inchinò alla croce e il cristianesimo trionfò. Perché? Questo è il punto, secondo me. Ma andiamo per gradi.
 
C’è un’obiezione che viene sollevata solitamente a questo proposito: è vero che i primi cristiani trovarono un mondo ostile e con valori spesso capovolti rispetto a quelli di cui essi erano portatori—e che Nietzsche, ad esempio, irrideva con argomenti non molto dissimili da quelli che potevano provenire da un mondo pagano cui erano fondamentalmente estranei concetti quali l’eguaglianza, l’amore per i nemici, il perdono. Ma è altrettanto vero che da Costantino in avanti il cristianesimo ha forgiato l’Occidente, non solo con riferimento al piano religioso, etico e spirituale, ma anche sotto il profilo artistico, letterario, filosofico, scientifico e perfino politico—anche per quanto riguarda la stessa concezione dello Stato «laico», come una recente e “storica” sentenza del Tar del Veneto ha riconosciuto senza mezzi termini. Dunque, si è fatto un passo “indietro”, anzi, un intero cammino all’indietro.
 
Giustissimo, ma dove sta scritto che la “normalità”, sia un mondo profondamente segnato dal cristianesimo? Che cosa ci autorizza a ritenere che «il medioevo», con i suoi splendori e le sue cattedrali, ma anche con le sue ingiustizie e miserie, possa costituire la regola e non piuttosto l’eccezione, e sia pure un medioevo riveduto e corretto onde eliminarne i lati oscuri e intollerabili e conservarne gelosamente la luce?
 
Personalmente, nel Vangelo mi ha sempre impressionato e affascinato proprio la «radicale diversità» della visione del mondo rispetto alle logiche che stanno dietro a qualsiasi «potere» (non tanto rispetto alle rappresentazioni del  potere medesimo, che sono sempre ingannevoli), dall’ organizzazione statuale agli assetti economici, a qualsiasi moda, “opinione pubblica”, convenzione sociale. E’ ovvio che un cristiano desideri che «i due piani» non siano drammaticamente in contraddizione tra loro, ma non dovrebbe nel contempo preoccuparsi se, in un mondo dove sappiamo che esiste il male—ed esiste eccome, anche quello con la M maiuscola, operante e terribile, ripugnante e nello stesso tempo abilissimo seduttore—e dove esso ha sempre avuto una posizione se non di predominio assoluto, almeno di enorme peso e influenza, ci ritrovassimo con istituzioni, legislazioni, culture dominanti improntate ad un’osservanza “scrupolosa” del Vangelo? Non dovremmo immediatamente sospettare una qualche “forzatura”, non tanto ad opera del cristianesimo in quanto tale, quanto da parte di un potere astuto e ipocrita che tradisce la verità nel momento stesso in cui fa atto di sottomissione ad essa, e la tradisce proprio perché quella  verità è qualcosa di «altro», di irriducibile alle logiche di questo mondo?
 
Torniamo alla domanda lasciata in sospeso più sopra. Perché il cristianesimo ebbe ragione del paganesimo? Non credo possano esserci dubbi: prevalse per il semplice motivo che era praticato da donne e uomini animati da una fede così grande che il riverbero di quest’ultima in ogni loro scelta fondamentale, in ogni aspetto della loro vita quotidiana, dallo stile di vita alla capacità di “contagiare” gli “infedeli”, era in grado di vincere anche le più accanite resistenze, le consuetudini e le convinzioni più radicate e apparentemente incrollabili, trasformando i neofiti in persone radicalmente «nuove» e capaci di affrontare il martirio in nome di una fede che esigeva il massimo e in cambio non prometteva alcun vantaggio materiale paragonabile alla perdita della vita, degli onori pubblici e degli affetti. Ecco perché il paganesimo crollò su se stesso e l’impero di Roma alla fine si inginocchiò davanti all’effige di un Ebreo che Roma stessa aveva messo a morte come impostore e, dopo averlo ucciso, lo aveva considerato il più temibile dei suoi nemici.
 
Ecco allora che torniamo alle parole di Giuseppe Mazzini. Nulla come l’esempio personale serve di più alla Causa. Io non posso dire se e in quale misura Mazzini fosse consapevole della somiglianza tra ciò che, sul punto specifico, sosteneva lui e l’insegnamento di Gesù Cristo. So soltanto che l’assonanza è straordinaria.
 
Per questo il grido d’allarme di Joseph Ratzinger lo capisco e lo condivido, ma non credo assolutamente che debba essere interpretato come una richiesta di soccorso agli Stati, alle legislazioni e alle culture di un mondo che sa benissimo essere sostanzialmente su altre lunghezze d’onda. Credo, invece, che si tratti di un appello ai “suoi”, affinché ritrovino lo slancio delle origini, il disinteresse dei martiri e l’entusiasmo dei santi.
 
Concludo un post troppo serioso con un’annotazione più “leggera” e “hollywoodiana”. E vi prego di non scandalizzarvi se mischio sacro e profano, religione e spettacolo, perché in fondo tutti recitiamo una parte e la cosa più importante è recitarla bene. Ricordate quel film della serie Rocky in cui lui, in grave difficoltà, sovrastato da un avversario più forte, più giovane, più cattivo, in uno sforzo supremo di volontà, incassa colpo su colpo, e tutti si aspettano che vada al tappeto, e invece niente, e come se non bastasse ripete all’avversario «Non mi fai paura, non mi fai male» fino al momento della riscossa finale, quando la volontà e il coraggio si prendono la rivincita sulla palese sproporzione di forze?
 
Beh, io mi permetto di far notare che potrebbe esserci una qualche somiglianza tra i cristiani e Rocky: in uno scontro in cui i colpi sono morali e spirituali, ma non per questo meno micidiali degli altri, cioè nell’eterno Jihad tra i Figli della Luce e i Figli delle Tenebre, la fede—da cui proviene una volontà e un coraggio che non si piegano davanti a niente e nessuno—è ciò che fa la differenza, e tutto il resto conterà pure, ma solo fino a un certo punto.
 
Il che significa, in ultima analisi, che l’avversario più temibile—a  parte il Nemico di sempre, maestro di insidie e inganni, mai rassegnato alla sua inevitabile sconfitta finale—non è la «laicità» (che del cristianesimo, come si diceva è parente stretta), e neppure il «laicismo dogmatico» (che secondo alcuni spiriti sospettosi sarebbe invece imparentato con la “controparte”), e men che meno il «relativismo», comunque lo si voglia intendere, ma la tiepidezza della nostra fede, incapace di operare quella conversione dei cuori che è l’unica condizione che può garantirci di vivere in un mondo che non sia ostile o indifferente ai nostri valori. La vera Guerra Santa, alla fine, come ben sapevano quelli che ne facevano una ragione di vita, è quella contro se stessi.
 
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Categorie:culture autoctone