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Amato in difesa di Ratzinger

25 aprile, 2005 6 commenti

Giuliano Amato in difesa di Joseph Ratzinger: l’intervista di Massimo Giannini all’ex premier che si legge oggi su la Repubblica non lascia spazio ai dubbi. E per rivendicare una continuità nel suo atteggiamento verso le problematiche che tanto appassionano spiriti laici e cattolici intransigenti, Amato va indietro nel tempo e ricorda persino una polemica tra lui e Marcello Pera …
«[…] a metà degli anni ‘80 quando era al culmine la scoperta delle "nuove libertà" scritte nella Costituzione ma per tanti anni compresse, io stesso iniziai a pormi la domanda: non è che ora qualunque cosa appaia conveniente al singolo la trasformiamo in un valore assoluto e in un diritto intangibile, in nome della libertà?».
[Domanda di M.G.] E cosa si rispose?
«Mi risposi che la libertà è sempre una scelta morale tra il bene e il male, e non è mai la scelta del bene che conviene a me, e che prescinde a quel punto dalle categorie del giusto e dell´ingiusto. Con tutta una serie di conseguenze, che illustrai in un articolo sul Corriere della Sera, nel giugno del 1988, pubblicato col titolo "La libertà porta anche sofferenza". Due giorni dopo, sulla Stampa uscì una risposta molto critica di Marcello Pera, intitolata "L´apocalisse di San Giuliano". Evidentemente la mia visione in qualche modo ratzingeriana parve al Pera di allora apocalittica».
Nulla di nuovo, forse, per chi conosce il percorso culturale e la sensibilità di Amato per la questione dei «valori», e tuttavia, considerate le ben note qualità “pedagogiche” dell’intervistato, si tratta di un utile contributo alla comprensione di ciò di cui si discute.
«Il richiamo di Ratzinger è lo stesso che aveva fatto cento volte il suo predecessore, e riguarda il bisogno profondo della civiltà in cui viviamo di recuperare principi forti che si contrappongano all´indifferenza verso i valori. Riguarda il bisogno di impedire lo scivolamento delle nostre società verso quello che si chiama il tornaconto di ciascuno. In fondo, Benedetto XVI rinnova proprio l´appello di Giovanni Paolo II, quando di fronte alla caduta del comunismo ci avvertì: attenzione, la sconfitta di un´ideologia odiosa non può lasciare le nostre società nel vuoto degli ideali. È qui che Wojtyla, e ora anche Ratzinger, hanno incontrato e incontrano tanti consensi. A partire, si parva licet, dal mio».
[…]
«La questione vera è che il relativismo, se diviene indifferenza ai valori, è un pericolo reale. E il tentativo di creare nella società moderna un tessuto connettivo "a prescindere" dai valori è fatalmente destinato a fallire».
Puntualizzando efficacemente, Amato ammira il Ratzinger che
«ci ricorda, come ha fatto ieri e in modo commovente nell´omelia pronunciata al funerale di Papa Wojtyla, che il cuore e il senso del cristianesimo è amore. È stata la rivoluzione di 2000 anni fa: il passaggio dalla divinità temuta della storia antica a quella che convince e lega gli uomini a sé attraverso l´amore».
[…]
«La verità ripetuta da Ratzinger è che il messaggio di Cristo non si afferma come un dogma, che si impone contrapposto a quello di altri, ma come testimonianza che si cerca di far valere, prima di tutto con l´amore. […] Io sento in lui l´eco delle parole bellissime che pronunciò Wojtyla: "Per farti vivere la tua libertà Dio si rese impotente". Questo vuol dire che la libertà va esercitata come scelta. Nessuno può imporre la propria visione del bene, ma tutti siamo chiamati a lavorare per questo.»
 
Un’altra annotazione molto interessante è quella sui rapporti con l’Islam. Riporto domanda e risposta:
Per Ratzinger, comunque, resta sullo sfondo l´incognita del rapporto complesso con l´Islam fondamentalista. Benedetto XVI rischia di essere il Papa dello "scontro di civiltà" temuto da Huntington?
«M´auguro proprio di no. Il nuovo Papa ha rivolto anche ieri segni di ricerca comune alle altre religioni. Ora, se c´è una parte del mondo in cui le critiche di Wojtyla all´empietà dell´Occidente sono condivise, la si trova proprio nelle società islamiche, che sono meno empie e più attente ai principi. E questo per il Papa dei cattolici non può essere irrilevante: potrebbe essere anzi proprio qui un terreno comune di incontro».
Oltretutto, se questa non è realpolitik…

L’intervista è molto lunga (un’intera pagina) e gli argomenti trattati sono numerosi (famiglia, matrimoni gay, ecc.). John Rawls e Jurgen Habermas, Oswald Spengler e Arnold Toynbee fanno capolino. E non solo loro. Da leggere.

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‘Scandalo’ e ‘follia’ della fede

25 aprile, 2005 6 commenti

Credendolo non più disponile online lo avevo copiato/incollato sul blog. Su segnalazione di Friedrich (grazie!) scopro che l’Autore dell’articolo, Vittorio Messori, ha un sito Web aggiornatissimo. Perciò sostituisco il testo integralmente riprodotto con un link e mi limito a citare solo un brano dell’articolo medesimo. Pubblicato sul Corriere della Sera di ieri, dice più o meno quello che averi voluto dire io, e chissà quanti altri, se solo fossero/fossimo Vittorio Messori. Al quale dobbiamo una certa gratitudine, mi sembra.
 
A coloro che, nelle scorse settimane, mi chiedevano quali fossero i problemi maggiori che il successore di Giovanni Paolo II avrebbe dovuto affrontare, non esitavo a replicare: «Non i problemi, bensì il Problema. Quello sul quale tutto si fonda, quello sul quale la Chiesa intera sta o cade: la verità del Vangelo, la certezza che Dio non solo ha parlato ma si è incarnato in Gesù di Nazareth, la convinzione che il Cristo continua il suo cammino nella storia in una comunità che ha nel vescovo di Roma il suo rappresentante e che ogni giorno trasforma il pane e il vino nella sua carne e sangue».
La fede stessa, insomma, nella sua pienezza, nella sua ortodossia, nel suo «scandalo» e nella sua «follia», per usare le parole di Paolo. Questa – paradossalmente e drammaticamente – è oggi la vera sfida non solo per il cattolicesimo ma per tutto il cristianesimo. Il dubbio ha sempre insidiato i credenti, ma ora l’erosione della certezza della verità del Credo sembra avere raggiunto ogni livello ecclesiale. Se tanti uomini e donne di Chiesa rifiutano di essere testimoni del Sacro per trasformarsi in «operatori sociali»; se ci parlano sempre e solo delle miserie dell’uomo cui porre rimedio e mai delle grandezze di Dio da contemplare; se alla carità hanno sostituito la solidarietà e l’impegno sociale alla preghiera, è perché il Gesù vivo nell’eucaristia si è ridotto ad un profeta della tradizione ebraica che annunciava pace, solidarietà, dialogo. Il concentrarsi di tanto cattolicesimo sui problemi del mondo, e solo su quelli, corrisponde all’affievolirsi della credenza nell’Aldilà, della speranza nella vita eterna.

Mentre la fede evapora in umanesimo, in buonismo, in solidarismo «politicamente corretto», la Chiesa è sembrata in questi anni priva di sufficienti anticorpi che reagissero. E gli appelli appassionati e ripetuti di Giovanni Paolo II sono spesso caduti nel vuoto. L’apologetica, cioè l’esposizione e la difesa delle ragioni della fede, è stata abbandonata, si è mascherato quanto ne resta sotto il nome di «teologia fondamentale».

Categorie:culture autoctone