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Liberta’ e verita’ secondo Ratzinger (updated)

30 aprile, 2005 10 commenti

Ottima idea quella di Fridrich, che ha reso disponibile online “Libertà e verità”, un lungo articolo di Joseph Ratzinger apparso in Studi Cattolici nel dicembre 1996.
 
Confesso che sono stato tentato di seguire alla lettera il consiglio ai “lettori più pigri”—tra i quali sono sempre tentato di mettermi anch’io, pur essendo sistematicamente condannato a leggere molto più di quanto il tempo a disposizione non mi consentirebbe—, vale a dire di prendere attentamente in esame anche soltanto la parte conclusiva della riflessione (intitolataSintesi dei risultati”),. Sennonché, dopo aver letto le conclusioni, che pure rendono molto bene il senso del discorso, mi sono reso conto che mancava qualcosa, e allora ho letto anche il resto. Posso assicurare che ne valeva la pena, perché il testo è davvero interessante.
 
Esprimere un giudizio, tuttavia, non è semplice. Perché non si tratta di una lettura “facile”. E questo sia per l’oggettiva complessità della materia trattata, sia per la sottigliezza delle argomentazioni, cosa per niente sorprendente data la caratura teologica e filosofica dell’autore. Un po’ più alla portata è riferire delle impressioni, senza troppe pretese. Ed è ciò che appunto farò.
 
Dunque, devo dire che il ragionamento dell’ex Cardinale mi sembra pervenire a conclusioni ineccepibili. Ad un primo esame, tuttavia, le premesse del discorso non mi sono sembrate altrettanto convincenti.
 
Si legge, ad esempio che
 
l’ordine assolutamente ideale delle cose, il diritto perfetto, non esisteranno mai.
 
Oppure che
 
[n]oi possiamo erigere sempre e solo ordinamenti relativi; solo relativamente essi possono avere ragione ed essere giusti.
 
Oppure ancora:
 
in questa nostra storia umana non vi sarà mai la situazione assolutamente ideale, né mai verrà eretto un ordinamento di libertà definitivo. L’essere umano è sempre in cammino e sempre limitato.
 
Trovo tutte queste affermazioni ineccepibili, appunto. L’ultima frase citata, però, è preceduta da queste parole:
 
Dalla verità della nostra essenza consegue un ulteriore elemento: […]
 
Ora, credo proprio che non sia un mistero per nessuno che abbia anche soltanto un minimo di dimestichezza con la filosofia—o meglio con ciò che oggi chiamiamo con questo nome—la  circostanza che espressioni come «verità» e «essenza», ben lungi dall’essere d’aiuto nel chiarire, definire o circoscrivere un discorso, siano esse stesse, «un problema», se non «il problema»  per la filosofia medesima. Dunque, asserire che dalla «verità» della nostra «essenza» «consegue» qualcosa, qualsiasi cosa, è un’operazione piuttosto arrischiata. Intendiamoci, nessun problema se l’”uditorio” cui ci si rivolge è composto di sacerdoti, seminaristi, religiosi e laici di fede cattolica. Costoro non hanno dubbi, in genere, su quale sia la verità e l’essenza dell’uomo, ma potrebbero benissimo averne su ciò che «consegue» da quella verità e da quell’essenza. In tal caso il testo ratzingeriano sarebbe apprezzabile non tanto per la capacità “fondativa”, filosoficamente parlando, quanto per il fatto che offre indubbiamente molti buoni argomenti per indurre i credenti a prendere seriamente in esame le proprie responsabilità, dopo aver ricordato loro quali sono i capisaldi della fede. Un problema si pone, invece, se ci si rivolge a lettori eterogenei, compresi gli atei, gli agnostici, i laicisti, ecc., onde “persuaderli” con argomentazioni filosofiche. In questo secondo caso il tentativo presterebbe il fianco a innumerevoli obiezioni.
 
Di primo acchito, dicevo, ho temuto che l’intento di Ratzinger fosse più prossimo alla prima che alla seconda eventualità.  Ad una lettura più attenta, però, ho dovuto ricredermi, anche perché mi è risultato molto più chiaro il senso che Ratzinger dà a certe espressioni. A tal proposito, un passaggio chiave del ragionamento mi sembra questo:
 
Diremo pertanto: in ogni uomo esiste la verità comune dell’unica essenza umana, che la tradizione designò come "natura" dell’uomo. Muovendo dalla fede nella creazione possiamo formulare questa realtà ancora più chiaramente: esiste l’unica creatura uomo così come concepita da Dio, e il nostro compito è quello di corrispondervi. [Il corsivo è mio]
 
Mi sembra che quel “muovere dalla fede”, vale a dire “fondare” tutto il discorso sulla fede, non sulla metafisica, sulla ragione, ecc., spazzi il campo da un bel po’ di equivoci.  Così come quell’“essenza umana, che la tradizione designò come «natura» dell’uomo”—in questo caso il fondamento è «la tradizione», che al pari della fede non è metafisica, né filosofia, né razionalità, e via dicendo, rinviando piuttosto ad una sorta di «principio di autorità» pre-filosofico e pre-moderno.
 
Insomma, Ratzinger tiene ben distinti, come è giusto che sia, i due piani del ragionamento che si può fare sulla verità e sulla libertà, quello che fa riferimento alla ragione filosofica e quello che “muove” dalla fede.
 
Ma se le cose stanno così, anche le premesse, non solo le conclusioni, della riflessione ratzingeriana sono ineccepibili. E non si vede alcun tentativo di “prevaricazione”, alcun rischio di fondamentalismo—a meno che il termine non sia diventato nel frattempo sinonimo di “coerenza”.

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Update [2 maggio, ore 02:05] 
Una domanda (AP), una risposta: un chiarimento (forse), qualche complicazione in più (molto probabilmente). Tra i commenti.
 
 
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30 aprile, 2005 2 commenti

Il blog in questi giorni è un po’ latitante. Penso che in breve tornerà a funzionare regolarmente. Portate pazienza. Il post che segue era pronto due giorni fa. Lo invio adesso, tanto sono argomenti sicuramente non effimeri.

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