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Delle svolte di Fassino (Il Foglio docet)


Tra ieri e oggi sono stato sequestrato da impegni non rinviabili, quindi mi è mancato il tempo di dire qualcosa su almeno due degli argomenti del momento—che è davvero interessante e merita il massimo dell’attenzione—, vale a dire le rivolte dei banlieux e la novità rappresentata dalle dichiarazioni di Piero Fassino in materia di ritiro delle truppe italiane in Iraq.
 
Sulla prima questione mi ritiro in buon ordine. Sciocchezze ne sono state dette tante. Prodi non si è lasciato sfuggire la ghiotta occasione, come si sa, ma non è stato l’unico. Io, semplicemente, non vorrei aggiungermi alla lista, e aspetto di ascoltare un bel po’ di voci (anche a Otto e mezzo, stasera, se non sbaglio). Sulla seconda, invece, posso dire la mia senza imbarazzi di sorta. Anzi, siccome sono fortunato, posso anche esimermi dal dire alcunché, dal momento che quello che avrei detto è già bello e stampato. Sul Foglio di oggi, in un editoriale. Che mi limito a copiare/incollare diligentemente.
 
Roma. Oggi la direzione dell’Unione ha un appuntamento non facile con la delegazione irachena, guidata dal presidente dell’Iraq, Jalal Talabani, con cui discuterà del programma del centrosinistra che prevede l’immediato ritiro delle truppe italiane dall’Iraq. Talabani ha voluto mettere le cose in chiaro arrivando in Italia: “Un ritiro anzitempo delle truppe italiane sarebbe una catastrofe per il popolo dell’Iraq e una vittoria per il terrorismo. Né voi nel mondo libero e democratico né noi iracheni possiamo permetterci di abbandonare la causa della democrazia e consegnare l’Iraq ai terroristi”, ha scritto in un intervento sulla Stampa di ieri. E’ una posizione più volte espressa ufficialmente dal ministro degli Esteri, Hoshyar Zebari, a nome del governo di Baghdad e che crea non pochi problemi ai dirigenti del centrosinistra, vincolati, all’opposto, alla consegna del “rientro immediato”, previsto dall’accordo tra Romano Prodi e Fausto Bertinotti. Tanto più che Jalal Talabani è membro dell’Internazionale socialista ed è espressione di un governo legittimo, riconosciuto dall’Onu. Respingere il suo chiaro e forte appello alla permanenza delle truppe italiane a Nassiriyah non è agevole. Un assaggio delle contraddizioni sullo scenario internazionale che travaglieranno l’Unione se andrà al governo.
Così, nei giorni scorsi, Massimo D’Alema ha provato ad aggirare il problema con un artificio. Il presidente dei Ds ha infatti proposto il ritiro dei contingenti inglese e americano – responsabili della guerra – e la loro sostituzione con contingenti di peacekeepers di altri paesi. Un trucco verbale, non una soluzione. Non esiste infatti oggi nel mondo la disponibilità materiale di un contingente di almeno 140 mila uomini senza l’apporto anglo-americano e per di più tutti i paesi musulmani del mondo – interpellati uno per uno dall’Italia più volte – hanno rifiutato ogni coinvolgimento, per evidenti ragioni di politica interna. Piero Fassino, dopo la proclamazione al Congresso ds, che “i veri resistenti sono gli elettori iracheni”, tenta ora di superare la contraddizione tra il programma dell’Unione che impone il ritiro e le responsabilità di una forza di governo – ricordategli senza mediazioni da Jalal Talabani – e avanza una nuova proposta in un’intervista sulla Stampa di domenica: “Il 2005 è l’anno nel quale si stanno via via costruendo sempre di più le istituzioni democratiche irachene attraverso le elezioni, la formazione del governo e di altre autorità istituzionali. Questo consente di aprire nel 2006 la terza fase della vicenda irachena. Se vinciamo le elezioni, l’ha detto Prodi più volte, presenteremo al Parlamento un calendario per il rientro dei militari italiani in Iraq. Calendario che naturalmente sarà discusso con le autorità irachene, con gli altri paesi presenti in Iraq in ragione tale che il rientro dei militari italiani avvenga in un quadro ordinato e consentendo alla democrazia irachena di continuare a procedere”.

Ora anche Prodi non fa più lo spagnolo
La svolta è evidente: secondo Fassino il calendario del ritiro non sarà “alla Zapatero”, cioè deciso unilateralmente dal governo, ma sarà concordato con iracheni, americani e inglesi. La proposta è tanto sorprendente che ieri il ministro della Difesa, Antonio Martino, intervenendo a un convegno dei Ds, ha detto che “governo e opposizione possono convergere su un’ipotesi di ritiro graduale”. Fassino poi non sviluppa il passo successivo, lo lascia sfumato. Gli iracheni, come anticipa Talabani, chiederanno infatti all’Italia di restare, ma come risponderà il governo Prodi? Fassino non si esprime, anzi, risponde al coro di reazioni di Folena e Giordano di Rifondazione, sostenendo che la sua posizione è identica a quella di Prodi. Tanto che alla fine lo convince, e Prodi arriva a dire che, se guiderà l’Italia, non farà “colpi di teatro come ha fatto la Spagna”. La posizione di Fassino è ancor più interessante perché segue un’altra mossa del segretario ds: l’adesione alla manifestazione del Foglio contro le parole di Ahmadinejad su Israele. Con questa scelta, Fassino ha interrotto un trentennio di ambiguità del Pci, poi dei Ds, in cui lunghe perifrasi, cerchiobottismi, e fascinazioni arafattiane hanno condizionato la solidarietà a Israele con troppi distinguo. In cui le divergenze con i governi di Gerusalemme arrivavano a far esprimere a dirigenti ds una certa qual comprensione del terrorismo palestinese, sempre condannato a parole, ma con molte ambiguità. Fassino ha sparigliato le carte e si è assestato sulla linea della difesa di Israele – Sharon o non Sharon – subito, qui, ora, senza “se” e senza “ma”.

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Categorie:interni
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