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Kierkegaard, ovvero la filosofia come pathos


Sören KierkegaardE’ stato definito «il Socrate del Nord», eppure, a 150 anni dalla morte, ancora ci si domanda non solo che razza di filosofo fu Søren Aabye Kierkegaard, ma addirittura se si può dirlo tale, visto che la filosofia pura, lui, la aborriva almeno quanto aborriva la pura letteratura. A entrambe le domande prova a rispondere Il Giornale con un articolo (molto bello) firmato da Sossio Giametta (di cui so soltanto ciò che si legge qui):
 
 
Sì, egli è filosofo, ma filosofo della religiosità e poeta della religione, come si diceva egli stesso, perché a Dio ascendono non solo i pensatori col pensiero e i santi coll’impeto d’amore, ma anche i poeti col fascino dell’immagine. E anche perché accanto al Socrate di Platone c’è l’ironista di Senofonte e Aristofane, distruttore del concetto. Come filosofo cristiano, Kierkegaard si oppone in primo luogo a Hegel, alla stessa stregua di Johann Georg Hamann, detto «il mago del Nord», che egli ammirava come «il più grande e autentico Robinson Crusoe umorista, non su un’isola deserta ma nel tumulto della vita» (da lui prese l’idea della fede come totalità dell’esistenza singola, la sua irriducibilità alla ragione, il cristianesimo come follia e scandalo). «La verità è la soggettività» è il suo squillo di tromba contro l’oggettivismo hegeliano. Quindi «L’esterno è l’interiore». Per Hegel la realtà ultima è l’Idea, che è soggetto, ma questo soggetto diventa un velo assottigliatissimo che ricopre l’intera oggettività appiattita nella storia universale. Invece per Kierkegaard la sola realtà è l’etica e la religiosità e il pensiero fa il cammino inverso: dall’esperienza e dal mondo si tuffa negli abissi della soggettività, nei recessi dell’anima che cerca il suo creatore ed esce dalla storia e dal tempo.
 
E quanto a una certa “perdurante attualità,” Giametta fa presente che essa non può essere attribuita esclusivamente all’affermazione risoluta, da parte di Kierkegaard, di una fede per niente incline agli “accomodamenti,” e dunque alle dosi massicce di pensiero anti-nichilista che egli continua ad immettere nel dibattito filosofico e culturale. Infatti, anche sul piano prettamente filosofico, resta
 
la sua analisi dell’esistenza, che culmina sì nel cristianesimo, ma si riferisce a tutte le dimensioni della vita, anche a quelle estetica e etica oltre che a quella religiosa. Kierkegaard, come padre dell’esistenzialismo, ha approntato strumenti filosofici che si sono rivelati efficaci: i concetti di possibilità, di scelta, di alternativa e di esistenza come modo di essere proprio dell’uomo; ha fatto valere la filosofia non come conoscenza oggettiva, ma come un pathos, un atteggiarsi e progettarsi dell’esistenza umana e come impegno in tale progettarsi. Molti hanno preso da lui: Unamuno, che lo chiamava «fratello Kierkegaard»; Barth, che è stato il migliore esponente della «rinascita kierkegaardiana» dei primi decenni del ‘900; Heidegger, che ha preso da lui i concetti dell’istante, della possibilità, minacciosa e paralizzante sempre sospesa sul nulla, dell’angoscia; Jaspers e ancora, ciascuno a suo modo, Sartre, Camus, Bultmann, Bonhoeffer, Paci e Abbagnano.
 
[Leggi il resto, anche in formato pdf. Il corsivo è mio]

Categorie:culture autoctone
  1. 11 novembre, 2005 alle 17:31

    Roberto
    non so se hai saputo della recente pubblicazione di Antiseri su Kierkegaard.
    Friedrich

  2. 11 novembre, 2005 alle 17:35

    Sì, Friedrich, avevo sentito, ma tu hai fatto bene a ricordarlo qui con un link. Grazie, ciao.

  3. 11 novembre, 2005 alle 18:57

    Kierkegaard è un filosofo geniale, uno dei miei preferiti.
    Bel post.

  4. 11 novembre, 2005 alle 23:10

    socrate era un dogmatico, kirkegaard no.

  5. 12 novembre, 2005 alle 14:38

    Se posso ricordare anche Cornelio Fabro, che è stato studioso di Kierkegaard vita natural durante.

  6. 13 novembre, 2005 alle 6:20

    No, Creonte. Socrate non era affatto un dogmatico. Era piuttosto l’opposto: un pensatore scetticheggiante, nel senso che per Socrate la vita è continua e inesauribile ricerca. Nell’Apologia, curiosamente, non definisce l’Ade come il luogo dove trovare le risposte, ma come un luogo dove poter continuare a fare domande. Un filosofo ironico, anzi IL filosofo ironico, non può essere dogmatico.
    A mio avviso nemmeno Platone lo è, per quanto abbia in una certa misura corretto lo scetticismo del Maestro. Sono però convinto che, Dialoghi alla mano, si possa sostenere un’interpretazione di Platone né dogmatica né scettica. Una sorta di “terza via” filosofica. Questa, però, è un’altra storia…

    Infine, io ricorderei “soprattutto” Fabro (più che il popperian-kierkegaardiano Antiseri), uno dei pochi in Italia ad aver studiato per davvero il Danese.

    Saluti

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