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L'intreccio che si morde la coda


Sul fronte del “Partito democratico” oggi si segnala l’intervento di Emanuele Macaluso sul Riformista. Non mi ha entusiasmato, lo dico subito, come non mi ha fatto sognare il dibattito Amato-Rutelli di cui al post precedente (e al quale Macaluso dedica un commento ancor meno entusiasta). Non è questione di essere d’accordo o meno: si può condividere l’obiezione di fondo—che verte sulla questione religiosa evocata da Amato—dell’anziano dirigente diessino, e magari un po’ meno sul seguito del ragionamento, ma non si vede (o almeno io non vedo) come con un certo tipo di argomentazioni, obiezioni e proposte si possa far fare molta strada a un qualsiasi “progetto.” Perché dico questo? Semplicemente perché siamo impegnati ancora una volta in discussioni sui massimi sistemi, dai quali è pressoché impossibile venir fuori con risultati apprezzabili, cioè concreti, che poi sono i risultati che contano veramente. A costo di sembrare rozzi e “semplicisti” si potrebbe dire: il resto è “accademia.”
 
Comunque, la conclusione del ragionamento di Macaluso è la seguente:
 
Amato, che è più colto di me, sa che la storia del socialismo italiano ed europeo è un intreccio tra lotte sociali per il welfare e lotte politiche per il suffragio universale, la libertà religiosa, le pari opportunità per istruzione e cultura, la laicità dello Stato, la modernizzazione dei costumi (divorzio, leggi sull’aborto, biotecnologie ecc.). Su questo intreccio il “progetto” può essere chiaro? Siccome rispetto le idee e le posizioni della Margherita, vorrei una dialettica tra alleati piuttosto che un progetto-papocchio.
 
Ora, a proposito di progetti-papocchio, Macaluso ritiene veramente che impostando il dibattito nella maniera che lui stesso propone si possa arrivare a qualcosa di diverso? L’intreccio di cui si parla mi sembra il terreno ideale per un confronto-scontro di intelligenze raffinate, di culture e tradizioni tanto antiche quanto illustri e gloriose, non certo per scegliere delle politiche sufficientemente omogenee e che mirino al raggiungimento di obiettivi concreti e misurabili, in termini di contratto con i cittadini elettori. E’ questo “contratto,” a mio avviso, il terreno sul quale si deve misurare non soltanto il consenso ma anche la ragion d’essere del nuovo contenitore. Ciò a cui così facendo si rinuncia (sotto il profilo identitario) è il prezzo che occorre pagare alla chiarezza e all’onestà intellettuale del progetto. C’è veramente qualcuno che pensa di riuscire a far convergere tradizioni e culture politiche lontane anni-luce in qualche altro modo?
 
Domenica scorsa, su La Stampa, uno studioso di sinistra (di cui ci siamo già occupati qui), Luca Ricolfi, ha svolto una riflessione che, per analogia, sembra rendere molto bene l’idea di ciò che occorrerebbe per far fare un bel passo avanti al dibattito. Non essendo più sul sito del giornale lo copio dal mio desktop e lo incollo qui di seguito. Magari mi sbaglio, ma a me sembra che il ragionamento funzioni anche se lo estendiamo alla questione del nuovo contenitore. E in ogni caso è una lettura veramente interessante (e anche piuttosto divertente).
 
 
Qualche sera fa guardavo la trasmissione di approfondimento politico-culturale condotta da Pierluigi Diaco, sul canale satellitare Rai-News 24. La guardavo perché sapevo che quella sera avrebbe ospitato il confronto fra i due candidati del centro-sinistra alla guida della Regione Sicilia, il professor Latteri e Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso dalla mafia nel 1992. Ero curioso di conoscere i rispettivi programmi, e soprattutto le differenze fra di essi. Anche Diaco, il conduttore, aveva le medesime curiosità, e infatti una delle prime domande, rivolta ad entrambi, chiedeva di spiegare ai telespettatori su che cosa avessero idee diverse.

Ebbene, nonostante i due ospiti abbiano avuto a loro disposizione ben 75 (settantacinque) minuti di trasmissione non sono riuscito a capire né che cosa concretamente e specificamente avrebbero fatto una volta al governo della Sicilia né – soprattutto – in che cosa la Sicilia guidata da Latteri sarebbe potuta risultare diversa dalla Sicilia guidata dalla Borsellino. Dunque delle due l’una: o scegliamo il nostro candidato per questioni di pelle, o siamo costretti a dedicarci all’esegesi minuziosa di messaggi inesistenti o evidentemente in codice. Ora io mi chiedo: vi sembra giusto che la politica ci riduca a questo? Possibile che un cittadino che vuole capire che cosa presumibilmente si deve aspettare dai suoi futuri governanti debba improvvisarsi aruspice o divinatore? Certo può anche darsi che per gli addetti ai lavori, per chi abita nei palazzi della politica o legge ogni giorno cinque quotidiani, le frasi vaghe e confuse dei due candidati possano anche aver rivelato qualcosa, un po’ come nel corteggiamento, dove ogni più piccolo segno dell’amata significa qualcosa per lo spasimante.
Ma io non spasimo, e conosco un sacco di gente che spasima ancor meno di me. Gente che, dato che fra qualche mese saremo tutti chiamati a votare, semplicemente vorrebbe vederci un po’ più chiaro. E’ troppo chiedere questo alla politica? Pare di sì, anche se il problema non si pone negli stessi termini a destra e a sinistra. A destra la vaghezza e la confusione sono attenuate da due circostanze fondamentali. Primo, ci sono alcuni leader importanti che parlano in modo chiaro (tutto si può dire tranne che il «Contratto con gli italiani» fosse una proposta confusa).
Secondo, chi vuol sapere come governerebbe il centrodestra nei prossimi anni un’idea può farsela facilmente, perché gli basta osservarlo all’opera e «ricordarsi» quel che ha fatto o non ha fatto in questa legislatura. Il problema della Casa delle libertà non è di dare informazioni a un elettore che ne sarebbe sprovvisto, ma semmai di correggere le informazioni che l’elettore ha già acquisito, in modo da evitare che quest’ultimo non le usi contro la Casa delle libertà (astenendosi o puntando sull’Unione). Per la sinistra è diverso. Chi volesse scrutarne le intenzioni non può basarsi sugli anni in cui la sinistra era al governo. Intanto perché quegli anni sono più lontani. Poi perché alcune cose positive fatte allora (ingresso in Europa) non sono più all’ordine del giorno, mentre altre hanno un sapore amaro (riforma Berlinguer e lottizzazione della Rai, tanto per non stare sul generico). E infine perché l’unica cosa che quasi tutti ricordiamo e temiamo di quegli anni è il conflitto mai sopito fra le varie anime del centro-sinistra, un conflitto che in una sola legislatura riuscì a regalarci ben quattro governi e tre presidenti del Consiglio.
E’ sorprendente quanto questa elementare esigenza di chiarezza stenti a farsi strada nel ceto politico di sinistra, sia a livello locale sia a livello nazionale. Ed è drammatico che l’oscurità del messaggio raggiunga lo zenit precisamente sulle questioni che più direttamente toccano la vita dei cittadini. Bene o male il centrosinistra è riuscito a farci capire che sul ritiro dall’Iraq farebbe più o meno quel che intende fare il governo Berlusconi (ritiro delle truppe progressivo, e concordato con gli alleati). Idem su otto per mille e Concordato, nulla di importante potrà cambiare. Ma sui temi concreti, sulle cose che interessano la grande maggioranza dei cittadini? Prendiamo la legge Biagi. Si può pensare che sia una buona riforma, che tuttavia andrebbe completata (ammortizzatori sociali) e ritoccata qua e là.
Oppure che sia una pessima riforma, che quindi andrebbe completamente riscritta. Interrogato in proposito Prodi ha spiegato che la legge Biagi va «profondamente ritoccata». Fantastico, così i riformisti sono felici del participio passato (ritoccata), e i massimalisti dell’avverbio (profondamente). Pare proprio che il leader del centrosinistra non voglia seguire il nobile consiglio di Giuliano Amato, che da tempo raccomanda alla sinistra di piantarla con la «sagra dell’ossimoro». Ma è di questi giorni un episodio ancora più inquietante. Sui temi dell’immigrazione e dell’illegalità il sindaco di Bologna Cofferati aveva espresso una posizione chiara, persino scontata, e l’aveva inserita in un documento più ampio. Cofferati aveva detto una cosa ovvia, ma a quanto pare sconvolgente per la cultura politica della sinistra: «L’illegalità, qualunque sia la ragione che la determina, non può trovare giustificazione».
La frase non è piaciuta. Per non perdere l’appoggio di Rifondazione comunista il sindaco di Bologna ha dovuto togliere la frase incriminata e ristrutturare completamente il documento. Niente di male se il risultato fosse stato altrettanto chiaro, ad esempio con una frase del tipo «in certi casi le azioni illegali sono giustificabili». E’ una questione di logica, se si rifiuta l’imperativo categorico di Cofferati, allora quel che si sta dicendo è che esistono situazioni e ragioni (di disagio sociale, ad esempio) che possono giustificare l’illegalità. Bene, ma che cosa leggiamo nel documento finale, frutto di due settimane di trattative, limature, aggiustamenti? Non ve lo dico, perché il documento finale è un capolavoro, e i capolavori non si raccontano ma si leggono in originale.
Vi dico soltanto che in nessuna parte del documento troverete mai una frase come quella originaria, ma neppure una frase come quella che la nega. Il documento che ha restituito a Cofferati il sostegno dei suoi consiglieri è un prodigio di retorica politichese, un capolavoro di equilibrismo verbale, un trionfo della dialettica, un mirabile omaggio all’arte del dire e del non dire. Un ossimoro perfetto, direbbe (ma avrà il coraggio di farlo in pubblico?) l’inascoltato Giuliano Amato. A me tutto ciò spiace. Perché si possono volere cambiamenti profondi della legge Biagi, oppure solo miglioramenti e ritocchi. Ma bisogna dirlo, bisogna scegliere. Si può ritenere che l’illegalità vada perseguita comunque, oppure praticare lo strabismo giudiziario, con la destra che chiude un occhio verso i potenti, e la sinistra verso i deboli. Ma anche qui bisogna dirlo, bisogna scegliere. La chiarezza dei politici è il primo diritto degli elettori, quello da cui dipende tutto il resto. Per scegliere, d’altro canto, occorre accettare qualche rischio, occorre coraggio. Avere coraggio, fare delle scelte, comunicarle in modo chiaro. Se non sono capaci nemmeno di questo, perché osano chiederci il voto?

(Luca Ricolfi, La Stampa del 20 novembre 2005)

 
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