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Camillo Vs Tocque-Ville


La maggiore novità di oggi nella blogosfera italica è probabilmente un post di Camillo che suona molto polemico nei confronti di “alcuni bloggers di Tocque-Ville.” Oggetto (leggete voi stessi):
 
La malattia di Adriano Sofri ha scatenato alcuni bloggers di Tocqueville a scrivere idiozie imperdonabili indegne di un’aggregazione sedicente liberale. Non sto dicendo che chi è contrario alla grazia a Sofri è illiberale. Sto dicendo che è illiberale chi continua a volere in galera un signore di 60 anni (anche prima della malattia) condannato sedici anni dopo i fatti sulla base di un’unica testimonianza di un pentito e con una serie rocambolesca di condanne seguite da assoluzioni seguite da condanne e terminate in una detenzione che dura da sette anni. L’America che tanto piace ai tocquevillisti avrebbe risolto il caso alla prima assoluzione, ché con un sentenza tale non si sarebbe mai più potuto condannare "al di là del ragionevole dubbio". 
 
A Camillo ha risposto Andrea Mancia, che di TV è stato a suo tempo tra gli ispiratori e attualmente è un ascoltato e (molto) influente cittadino—alcuni, dentro TV, lo chiamano riverentemente “capo” ma, come si sa, la Città dei Liberi non ha capi, tutt’al più ha “figure di riferimento,” nel senso che si sobbarcano gran parte del lavoro necessario a mandare avanti la baracca, e dunque il titolo è più un nickname che altro—, con un lungo post che in sostanza difende gli “imputati” pur prendendo le distanze da loro, e nel contempo contrattacca. Il tutto (dopo alcune premesse largamente condivisili) in nome di un principio “fusionistico,” o, come si esprime Andrea stesso, di “una perversione fusionista che qualcuno comincia a definire Dorotea,” che afferma la possibilità di far convivere anime diverse e persino contrapposte all’interno di una comunità virtuale che si dichiara “liberale”.
 
Proprio questo tipo di approccio può indubbiamente suscitare qualche perplessità, o quanto meno bisogna intendersi sul significato che vogliamo dargli. L’idea, in sé e per sé, può anche funzionare, ma, appunto, bisogna mettere alcuni paletti. Andrea respinge con decisione la propensione di taluni a “distribuire (o più spesso negare) patenti di liberalismo a destra e a manca,” rivendicando il diritto di Tv a non essere “un club privée per liberali duri-e-puri, ma il luogo d’incontro tra liberali che vogliono essere alleati dei conservatori e conservatori che vogliono essere alleati dei liberali.” Il che, sembra di capire (bypassando se possibile le solite ambiguità lessicali), non significa che si vuol far convivere dei “liberali” e dei “non liberali,” ma, semplificando, dei liberali di destra, con liberali di centro e di sinistra. Ora, detto con grande franchezza, se questa interpretazione è corretta si può discutere, altrimenti il discorso, per molti “cittadini,” tra i quali il sottoscritto, si fa un po’ troppo tortuoso.
 
Nei giorni in cui nasceva TV io espressi in un commento a un mio post quella che ritenevo dovesse essere la “logica della nuova creatura,” subordinando alla condivisione di un approccio di quel tipo la mia stessa adesione. Finora non mi sembra di aver rilevato sostanziali o allarmanti differenze tra la prassi concreta di TV e quell’auspicio iniziale, tuttavia una comunità è qualcosa di vivo e dunque sempre on the road, ragion per cui rischi di varia natura e contiguità imbarazzanti sono possibili.
 
La questione sollevata da Camillo è una di quelle che sicuramente fanno riflettere. E penso che la miglior risposta sia quella che può scaturire da un’autoanalisi severa e spassionata. Attenzione, TV non è un partito, non deve conquistare voti, e dunque non deve, pur di ottenere lo scopo, difendersi anche da accuse giuste in nome di una causa che viene prima di tutto. TV non deve “sopravvivere a qualsiasi costo.” La Città dei Liberi è “cultura politica,” passione civile. Qui quel che conta non è vincere le elezioni ma conquistare le menti e i cuori di un numero sempre più grande di individui agli ideali di libertà, tolleranza, civiltà giuridica …
 
Accogliere e accettare “di tutto” sarebbe la fine di Tocque-Ville, sarebbe un fallimento totale delle ragioni più nobili che ne sono state all’origine. “Duri e puri,” caro Andrea, non è una bestemmia, almeno in questo caso.
 
P.S. Il mio parere sul caso-Sofri l’ho espresso in un commento al post di Andrea Mancia che ho citato sopra.

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Categorie:culture autoctone
  1. 30 novembre, 2005 alle 9:45

    il problema di sottofondo è il patentismo, caro WindRose. Cioè quella particolare malattia che porta a considerare una persona meglio dell’altra e giudice di ogni cosa. Siccome io ne ho le scatole piene della presupposizione e della supponenza di buona parte dell’establishment culturale di questo paese da 4 soldi, preferirei, di gran lunga, che il medesimo atteggiamento non fosse preso in prestito a Tocqueville. Se ne può fare a meno, ricordando sommessamente che il vero liberalismo, se proprio mi si costringe a darne una definizione, consiste nella tolleranza e non in Marco Pannella o chicchessia.

    Un saluto.

  2. 30 novembre, 2005 alle 10:35

    roberto tu hai nobili ideali e ampia capacità di argomentare ma il vero significato e il fine ultimo di Tocqueville è quello scritto da Mancia stesso e da te non citato:
    E soprattutto ci fa perdere di vista l’esistenza del “nemico” vero, quello che da decenni ci sovrasta culturalmente, politicamente ed economicamente. Anche, e soprattutto, per il nostro irrefrenabile impulso a farci del male da soli.

    INSOMMA DARE CONTRO A PRESCINDERE ALLA SINISTRA!! (per vincere le elezioni). il tutto è molto chiaro e secondo me è pure eterodiretto…

  3. 30 novembre, 2005 alle 10:42

    Guarda, Watergate, secondo me il “patentismo” è una di quelle espressioni che possono significare tutto e il contrario di tutto. Utile solo in chiave polemica. La questione è che ci sono attitudini mentali che possiamo definire per comodità “liberali” e attitudini mentali che, sempre per capirsi, si possono definire “illiberali.” Difficilissimo codificare norme di comportamento e criteri di giudizio. Ma le differenze, ciò nonostante, ci sono …

    Questione di toni, di registri linguistici, di scelte argomentative, di sensibilità.

    Per questo io non dico: Camillo ha ragione.Io preferisco dire: Camillo pone un problema che bisogna porsi.

    Tocque-Ville è una realtà estremamente viva e vitale. Su questo non c’è dubbio. Dentro c’è un po’ di tutto. Siamo sicuri che proprio tutto quello che c’è dentro sia compatibile con lo spirito delle origini? Sicuri che non ci siano anche atteggiamenti “fascistoidi” all’interno della Città dei Liberi (ahi questi ossimori …)?

    In ogni caso esiste anche la possibilità di correggere

  4. 30 novembre, 2005 alle 11:28

    Mah, thedude73, questa è un’altra questione. Non posso dire che certe “uscite” mi facciano piacere: è un atteggiamento che purtroppo è speculare rispetto a quello della controparte. Scegliere una parte è una cosa, considerare “nemici” quelli che stanno dall’altra è un’altra …

    Ma se uno facesse troppo caso alle modalità di comunicazione della politica italiana potrebbe essere tentato di mandarli tutti quanti al diavolo! Ma, sia chiaro, questa soluzione, per quanto mi riguarda, è molto remota. Hic manebimus optime

    Ciao

    P.S.: Grazie per le parole gentili.

  5. 30 novembre, 2005 alle 13:50

    Roberto.
    A me è capitato di perdere un’amica perchè non ho zittito Dacia Valent.
    Pretendeva chesolo per il fatto che quella era la Valentio avrei dovuto lasciareche venisse coperta di insulti e zittita.
    Non ho bisogno di lezioni di liberalismo da nessuno in questo senso.

    Mi permetto di dubitare invece di chi prende posizione solo a favore del proprio punto di vista e con tutta la stima che ho nei tuoi confronti mi sembra che anchequesta tua posizione sia un po’ inficiata dal tuo giudizio su Sofri.

  6. 30 novembre, 2005 alle 14:41

    Vedi, Robinik, un conto è la Valent un altro i blogs di TV. Nel primo caso non c’è nulla da spartire, nel secondo c’è molto: si è “concittadini,” mi pare che questo basti. Se non c’è un criterio in base al quale attribuire/togliere la “cittadinanza” che cosa vuoi che diventi la città in oggetto, una specie di rassemblement di tutti coloro i quali sono per dare botte da orbi a bin Laden? Ok, è già qualcosa, ma non è abbastanza.

    E poi, via, adesso che persino la Lega cambia idea vuoi che tra i sempre meno numerosi “irriducibili” ci siano proprio i Tocquevilers che sono la causa dell’ira di Camillo? Think again, Robinik!

  7. 1 dicembre, 2005 alle 19:41

    e io come socialista di Fi—- 😉

    comuque cosa sarebbe Toqueville? dovremo creare i quartieri? probabile. altro che andreotti o berlusconi!

  8. 2 dicembre, 2005 alle 9:12

    il problema è che se metti qualcuno all’Indice, pubblicamente, accusandolo per esempio di non essere liberale, devi poi dare conto di cosa intendi veramente per liberale. Nel caso Sofri, lo sappiamo, si scontrano 2 visioni: la prima è storica, la seconda è presente. Nella questione storica c’è chi vorrebbe abrogare un’intera stagione di violenza politica della sinistra, facendola passare per la grazia a Sofri. Graziato Sofri, graziata la violenza politica di quegli anni. Siccome un morto c’è scappato, e guarda il caso era un servitore dello stato onesto e innocente, sarebbe bene rifuggire da queste tentazioni. Il caso Sofri, la grazia a Sofri ha solo una ragione d’essere: la vicenda processuale (il dopo, non il prima dunque).

    1) Troppo lunga e non sopportabile
    2) Troppo contorta nell’alternarsi delle decisioni
    3) La pena in Italia ha una funzione rieducativa, di reinserimento nella società e Sofri è perfettamente reinserito (anche troppo direi: è proprio sovraesposto).

    Queste osservazioni dicono solo una cosa: la grazia va concessa. Ma non va concessa brindando sul corpo di Calabresi, ne tantomeno dimenticando che Sofri in carcere ci sta per una decisione di un giudice (la certezza del diritto è un mattone sul quale deve poggiare lo stato liberale). Inoltre una volta graziato va riaffermata la necessità di condannare quella stagione politica di violenza, nella quale Sofri, a torto o a ragione, era completamente immerso.

    ciao.

  9. 5 dicembre, 2005 alle 19:02

    Il clima si sta facendo difficile, l’ho scritto a Friedrich e lo ripeto a te, visto che i vostri sono i due blog che visito più spesso e i cui post trovo meno indigesto (anzi, nel caso di specie piacevole) leggere… Io credo in TV, ma direi che il rischio di una deriva squadristica c’è, e non mi garba nemmeno un po’. Credo sia il momento di fare qualcosa, non so bene cosa, ma qualche paletto, a queste fusioni, bisogna metterlo. Non trovi?

  10. 5 dicembre, 2005 alle 19:23

    L’ho scritto, appunto, e quindi non posso che concordare. Bentornato al blogging!

  11. 5 dicembre, 2005 alle 19:54

    Ho preso carta e penna (si fa per dire) e ho scritto tutto quel che pensavo… http://sciopenauer.splinder.com/1133808596#6495492 io dico che o facciamo qualcosa o non si potrà che peggiorare.

  12. 6 dicembre, 2005 alle 16:10

    Cosa vuol dire “deriva squadrista”? E la deriva comunista? E la deriva borghese? E la deriva catto-comunista? E la deriva giustizialista? E la deriva menefreghista?
    Chi di spada ferisce di spada perisce.
    Diciamo tranquillamente che in Toqueville ci sono persone che ci piacciono e altre no. Ma questa é la vita, ragazzi! A meno che si voglia usare la mannaia sinistra anche in Toqueville.
    Ciao!
    Lontana

  13. 7 dicembre, 2005 alle 1:08

    Non credo che Alan intenda usare la “mannaia sinistra”, anche perché non è “sinistro” …

    Comunque il tuo “riduzionismo” non mi sembra convincente: scusa, che diavolo c’entrano le simpatie e le antipatie? Si parla di ben altro, direi.

    Ma, al di là di questo, benvenuta! Ciao

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