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L'assenza del sacro dietro le rivolte


Il 14 novembre, sul Corriere, André Glucksmann affrontava il tema delle rivolte nelle periferie francesi parlando di nichilismo. Il post che scrissi per l’occasione traboccava di ammirazione per la capacità di scombussolare le interpretazioni prevalenti esibita da questo intellettuale di lungo corso. Stavolta, con altrettanta ammirazione, segnalo l’intervento, apparso qualche giorno fa su Le Monde, di un altro famoso intellettuale francese, il filosofo e massmediologo Régis Debray. Lo segnalo, a mia volta, grazie ad un articolo del quotidiano cattolico Avvenire—pubblicato domenica scorsa ma solo da ieri online sul sito del giornale—, che riassume e commenta la riflessione di Debray, riportandone in traduzione italiana alcuni passaggi particolarmente significativi.
 
Per cominciare diciamo che Debray, come giustamente sottolinea Avvenire, è un pensatore dal percorso atipico, visto che, dopo una lunga militanza marxista, è attualmente presidente onorario dell’Istituto europeo di Scienze delle religioni. 
 
Dunque, qual è il fulcro della riflessione proposta da Régis Debray? E’ che, contrariamente alle interpretazioni che hanno tenuto la scena finora e che hanno accuratamente evitato di prendere in seria considerazione i possibili risvolti religiosi del fenomeno, all’origine delle violenze vi è proprio una questione profondamente religiosa, ovvero un problema di assenza della religione medesima e del «sacro» in senso lato, cioè di qualsiasi forma di «sacralità». Anche quelle rappresentate dalle vecchie «religioni civili» della Francia laicista, che sono essenzialmente due: quella del «progressismo messianico del movimento operaio» e quella del «culto repubblicano». Insomma, sparita la bandiera rossa dalle banlieu, ma sparito anche il tricolore repubblicano; non riecheggia più l’Internazionale, ma neppure la Marsigliese.
 
Ecco qualche stralcio dell’articolo (utilizzo qui un po’ più generosamente i passi tradotti da Avvenire, integrando le traduzioni mancanti e riportando in aggiunta il testo originale):
 
«Parlare di Intifada, come si è fatto all’estero,lascia perplessi. Dov’è la Terra promessa? L’isola utopica? Il progetto? I valori? Questo prosciugamento mitologico raccorda quest’episodio francese al dramma culturale europeo».
[Parler d’Intifada, comme on l’a fait à l’étranger, laisse perplexe. Où est la Terre promise ? L’île d’utopie ? Le projet ? Les valeurs ? Cet assèchement mythologique raccorde cet épisode hexagonal au drame culturel européen.]
 
«Il fuoco sacro è temibile. L’assenza di sacralità, devastatrice. Oggi, e dappertutto in Europa, è la vera questione che ci interroga».
[Le feu sacré est redoutable. L’absence de sacralité, dévastatrice. Aujourd’hui, et partout en Europe, c’est le deuxième cas de figure qui pose question.]
 
Debray, provocatoriamente (ma non troppo), invita a un certo punto a rileggere Freud, esattamente un celeberrimo saggio del 1929, Das Unbehagen in der Kultur (Il disagio della civiltà)—“écrit dans un style simple et direct, aujourd’hui passé sous silence par la plupart des psychanalystes”—e ne auspica un’immediata riedizione, perché “cette oeuvre prophétique” può ancora illuminarci:
 
«Il vecchio Freud vi difende una tesi una tesi delle più “scorrette” e “intempestive”: La ricerca sfrenata da parte degli individui, dalla più giovane età, del piacere massimo non può che sfociare su un generale abbrutimento del vivere insieme. E questo fosco pronostico datava prima dell’onnipresente pubblicità che invita su tutti i marciapiedi e schermi alla soddisfazione senza indugio del minimo desiderio».
[Le vieux Freud y défend une thèse des plus incorrectes et intempestives : la recherche effrénée par les individus, dès leur plus jeune âge, du plaisir maximal ne peut que déboucher sur un ensauvagement général du vivre ensemble. Encore ce sombre pronostic datait-il d’avant l’omniprésente publicité appelant sur tous les trottoirs et écrans à la satisfaction sans tarder du moindre désir ; d’avant les mass media, avec les deux coïts et les trois meurtres par minute désormais exigés de la moindre série télévisée qui se respecte.]
 
Debray conclude commentando un pensiero di Paul Valery:
“Due cose minacciano il mondo,” diceva Valery: “l’ordine e il disordine.” Aggiungiamo: due cose minacciano la Città, l’eccesso d’autorità simbolica e l’assenza di autorità simbolica. E’quest’ultima, oggi, che presenta il conto alla Repubblica francese. Perché là dove vien meno l’autorità, che è il contrario del potere, non trionfa che la legge del più forte. Che tristezza.
["Deux choses menacent le monde, disait Valéry: l’ordre et le désordre." Ajoutons : deux choses menacent la Cité, l’excès d’autorité symbolique et l’absence d’autorité symbolique. C’est cette dernière, aujourd’hui, qui passe la facture à la République française. Car là où défaille l’autorité, qui est le contraire du pouvoir, ne triomphe que la loi du plus fort, cette tristesse.]

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