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Laicità: 'convergenze parallele?'


E’ ancora una volta la «laicità» a tenere banco nel dibattito pubblico che si svolge ai margini—o nel cuore, a seconda dei punti di vista: io opto per la seconda interpretazione—delle querelles politico-culturali del nostro tempo. Oggi, sul Corrire, è Mons. Carlo Caffarra a occuparsene in una lunga intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo. L’arcivescovo di Bologna, come si sa, collaborò con Giovanni Paolo II alla stesura dell’enciclica Veritatis Splendor e oggi è saldamente attestato sulle posizioni intransigenti di Benedetto XVI. Altrettanto palese è la sua prossimità a Cl.
 
Quello che sorprende, comunque, non è il fatto che il Monsignore parli di laicità, e che ne parli come è attestato nell’intervista (di cui sto per citare qualche passaggio). No, la (piacevole) sorpresa è che tra le sue parole e il ragionamento svolto da Corrado Ocone su CafféEuropa si può notare qualche significativa assonanza. Ad esempio sul fatto che il vecchio laicismo ha fatto il suo tempo. Ma giudicate voi stessi: li cito in sequenza. Non è che dicano esattamente le stesse cose, però …
 
Caffarra:
 
«[N]oto in molte persone di cui ho stima una grave fatica a elaborare la nuova concezione di laicità di cui abbiamo bisogno. Oggi non possiamo più limitarci al concetto di laicità che abbiamo elaborato in un certo contesto storico; perché il contesto in cui vive l’uomo occidentale è cambiato, e il vecchio concetto non risponde alle domande nuove».
[…]
«La vera questione è che l’uomo per la prima volta ha il potere di ridefinire i contenuti essenziali della sua stessa umanità, ritenendo che non esista nessuna verità circa il bene dell’uomo che non sia il prodotto del consenso sociale; pensando e vivendo la propria libertà come il potere di determinare la verità di sé, e di ridisegnare la sua propria natura. Ma nulla è più contrario di questa visione ai dati originari del vissuto umano. La gente in questa situazione diventa sempre più pubblicamente religiosa, nel bene e nel male (penso ai fondamentalismi). Ora, pensare che il tutto si debba ancora risolvere con la separazione tra religione e vita pubblica, chiudendo la fede nel privato della coscienza dei singoli, è un residuo del passato. La cultura della separazione mi pare obsoleta. Ripetere oggi "libera Chiesa in libero Stato" è troppo poco».
[…]
«[N]on si tratta di rinnegare il risultato di secoli di elaborazione del concetto di laicità. Ma ora occorre un nuovo sforzo culturale, già sollecitato proprio sul Corriere dal patriarca di Venezia Scola. La religione è sempre meno confinata nel privato e si esprime sempre più nella dimensione pubblica. Questa novità non va ignorata ma incoraggiata».
[Leggi il resto. Il testo dell’intervista è disponibile presso il sito Web di Monsignor Caffarra, curato da un suo estimatore]

Ocone:
 
Il laicismo, così come lo si concepiva nell’Ottocento, è finito. Al capolinea è giunto quel laicismo che ha permaeato la classe dirigente del nostro Risorgimento e che ha permesso la costruzione di uno Stato unitario con capitale a Roma, la città del Papa re. Quel laicismo che, in Francia, ha segnato con rigida chiarezza i confini della Repubblica, culminando nella legge del 1905 che ancora sorregge i rapporti fra Stato e Chiesa.
 
Attenzione però. Se abbiamo acume e sappiamo vedere le cose nella giusta prospettiva e con la debita distanza, ci renderemo presto conto che il laicismo è morto e va ripensato e riscritto non certo per l’affermazione della corrente teo-conservatrice, che, seppure agguerrita, è, a giudizio di chi scrive, nulla più che una delle tante “onde anomale” che travolgono per un po’ la calma compostezza del mare aperto della postmodernità e sono poi destinate a presto scomparire risucchiate nel nulla. Il laicismo è morto, invece, per motivi più sostanziali e di lunga durata. Per l’emergere, in questi anni, di due eventi dirompenti che contrassegneranno sempre più le nostre vite e le cambieranno radicalmente: da una parte la globalizzazione, che non è solo un fatto economico ma più a fondo un processo che porta a diretto contatto razze, etnie, culture e soprattutto religioni diverse; dall’altra i progressi della biologia, che sono alla base di interventi di ingegneria genetica sempre più invasivi e sempre più capaci di mettere in discussione gli elementi di base della vita, compresi i principi dell’individualità e dell’identità personale.
[…]
E’ chiaro perciò che, proprio perché tutto è cambiato, in primo luogo il sistema concettuale e pratico di riferimento del nostro essere nel mondo, se si prendono sic et sempliciterle vecchie declinazioni del laicismo, senza adattarle al nuovo, si tradisce il principio laico. Per chi rimane fermo a quelle categorie, il principio laico si converte in altra cosa, nell’altro da sé. La sfida che ci attende è invece quella di conservare il vecchio spirito del laicismo, ma adattandolo al nuovo. Bisogna combattere e mettere in luce i limiti dei concetti e delle parole del vecchio laicismo, ma proprio per essere veramente e integralmente laici.
E’ in quest’ordine di ragionamenti che si situa, a mio avviso, la distinzione fra laicità e laicismo. E’ una distinzione recente (fino a non molto tempo fa i due termini venivano usati essenzialmente come sinonimi), sollecitata soprattutto (ma non esclusivamente) da ambienti culturali cattolici. E’ una distinzione che però va accettata, in quanto è giusta ed ha un indubbio valore euristico. Ad una condizione, però: che, al contrario di quanto accade normalmente, sia esplicitata in modo concettualmente preciso e determinato.
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Categorie:culture autoctone
  1. sergiovivi
    3 dicembre, 2005 alle 22:41

    Da profano, faccio fatica a distinguere tra laicità e laicismo.
    Il Devoto Oli definisce la prima come “estraneità” rispetto alle gerarchie ecclesiastiche o alle confessioni religiose, e il secondo come “atteggiamento che propugna l’indipendenza o l’autonomia” dello Stato nei confronti della Chiesa, sul piano politico, civile, culturale.
    Ho riletto la voce “Laicismo” sul dizionario filosofico di Abbagnano. Mi sembra ancora attuale e da sottoscrivere.

    Capisco che la Chiesa, oggi, ritenga lecito riaffermare l’importanza pubblica del cristianesimo ed impedire che le religioni vengano sempre più confinate nel privato. Capisco la sua preoccupazione che la centralità della persona venga sostituita da una più ampia “comunità di vita” in cui l’uomo si confonde con il regno animale e con quello vegetale in una sorta di panteismo che si pone in aperto contrasto con la visione giudaico-cristiana.

    Preoccupazioni dovute sia «alla promulgazione della Carta della Terra (2000) dove sparisce la centralità della persona per fare posto a una più ampia “comunità di vita” in cui l’uomo si confonde con il regno animale e il regno vegetale in una sorta di panteismo che si pone in aperto contrasto con la visione giudaico-cristiana»; sia al dibattito aperto nel campo del diritto in cui si mette in dubbio il valore assoluto dei così detti “diritti naturali” per sostenere che i diritti naturali sono «una costruzione storica in espansione: dai diritti dell’individuo si passa ai diritti collettivi, dai diritti di sopravvivenza a quelli socio-economici ai nuovi diritti. E’ sempre esistito un nesso tra mutamento sociale e mutamento nella teoria e nella prassi dei diritti fondamentali. I diritti nascono quando devono e possono nascere, cioè quando il progresso tecnologico fomenta nuove richieste».

    Sul piano della realpolitik, infine, non trovo niente di strano che la Chiesa insieme ai “laici devoti” ritengano che «mettere tra parentesi la nostra eredità cristiana sia molto pericoloso e indebolisca la nostra società … Le riserve etiche della nostra società vengono in gran parte dalla tradizione cristiana. A forza di contestarle e di reprimerle, poi viene una crisi di eticità e di significato». (Cardinale Camillo Ruini intervistato da la Repubblica il 27 marzo 2005)

  2. 5 dicembre, 2005 alle 21:53

    molto interessante. ho avuto oggi un dibattito forte su questi temi, finendo pure a citare Rawls! 🙂

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