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De Rita, sei tutti noi


Non posso dire che ci avrei scommesso, ma un vago presentimento l’avevo. Di certo il trentanovesimo Rapporto Censis sulla situazione sociale dell’Italia,
presentato come al solito dal professor Giuseppe De Rita, descrive un Paese che ha molto poco in comune con quello di cui hanno parlato l’Economist, l’Ocse e quel pessimista in servizio permanente effettivo di Carlo De Benedetti (“che vive su un rompighiaccio in Antartide”). Il presidente del Censis ha contestato a muso duro le analisi correnti:
 
«[L]e cose non stanno così come ci vengono prospettate con interviste in giro per l’Italia o altre analisi del genere. Negli ultimi tempi in molti dicono che c’è declino, ma così non è.» [L’Opinione 

Infatti, ha proseguito De Rita,
 
«[f]orse perché siamo stanchi di un decennio intristito passato a parlare di crisi e declino, avvertiamo su diverse lunghezze d’onda che nel nostro sentire collettivo c’è meno atonia rassegnata che nel passato. Il clima sembra cambiato, nel sistema socioeconomico circola una vibrazione reattiva, quasi un insolito vigore».
 
L’ottimismo, secondo il Rapporto, è giustificato da alcuni sintomi interessanti:
 
«Continua la crescita di nuove aziende (45 mila quelle dell’ultimo anno), contro ogni tecnocratica critica al loro “nanismo.”
[…]
«Aumenta il ruolo e la visibilità delle medie imprese anche sui mercati internazionali, si consolida e assume inattesa competitività il tessuto multipolare del mondo cooperativo, si riscontra una impennata delle spese di pubblicità (tradizionale sintomo di preludio della ripresa), si avverte un tendenziale rilancio di livelli di consumo».
[La Stampa 

Ma forse quel che è più interessante nel rapporto Censis—come sintetizza efficacemente un editoriale del Foglio—è la difesa a spada tratta di un “metodo di analisi” che fa parte del dna dell’istituto e ne costituisce una delle più preziose e collaudate risorse. Un metodo che
 
parte “dall’interno”, senza farsi fuorviare dalle superficiali impressioni di qualche influente opinion leader o dalla semplicistica elencazione di dati macroeconomici. Le grandi forze tradizionali dell’Italia, la soggettività individuale, la solidarietà familiare e la coesione sociale, seppure insidiate da una situazione concreta non facile e da un atteggiamento culturale liquidatorio, sono in grado di promuovere una ripresa reale. Da questo orgoglio metodologico, giustificato da un quarantennio di analisi puntuali e spesso anticipatrici, nasce la reazione contro la faciloneria dei catastrofisti, che descrivono un collasso che non c’è.
 
Non essendo personalmente né un esperto di economia né un analizzatore particolarmente avveduto di dati statistici, mi limito a riferire e, se posso permettermi, a tirare un semplicistico sospiro di sollievo. Ma, a confermare il tutto, non mi sogno minimamente di tirar fuori, seppur timidamente, tutta una serie di impressioni da non addetto ai lavori. Saranno anche “dall’interno”—in quanto uno gli occhi per vedere e le orecchie per sentire li ha a prescindere, e lo vedi che un sacco di gente parte, compra, si allarga, accumula, spende e spande a destra e a manca—ma è meglio lasciar parlare De Rita e non farsi contagiare dal virus degli intervistati, anche se per dire esattamente il contrario e spezzare una lancia a favore dell’ottimismo. Il quale ultimo, fino a l’altro ieri, era solo della volontà, mentre oggi è anche della ragione. Grazie al Sociologo per antonomasia.

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Categorie:interni
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