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Ritorno al futuro: il gregoriano


Copertina Haberl, Canto antifonicoUn appassionato cultore del canto gregoriano esulta, o almeno ha ripreso a sperare. E’ Sandro Magister, che dal suo sito rilancia le buone notizie che vengono dalla giornata di studio sulla musica sacra che ha impegnato il 5 dicembre scorso la congregazione vaticana per il culto.

In passato, ricorda il vaticanista dell’Espresso, quelle giornate non avevano prodotto alcun risultato, ma
 
ora c’è un papa, Benedetto XVI, che sulla musica sacra è competentissimo, è severamente critico delle degenerazioni della musica postconciliare, e ha scritto più volte che cosa pensa e che cosa vuole: ridar posto nella liturgia cattolica a quella grande musica che “dal canto gregoriano attraverso la musica delle cattedrali e la grande polifonia, la musica del rinascimento e del barocco, va fino a Bruckner e oltre”.

Ai congressisti, riuniti nell’Aula Nuova del Sinodo, Benedetto XVI ha mandato un incoraggiamento scritto “alla riflessione e al confronto sul rapporto tra musica e liturgia, sempre vigilando sulla prassi e sulle sperimentazioni”.

 
Magister completa l’opera di informazione riportando per intero l’intervento di Valentino Miserachs Grau, preside del Pontificio Istituto di Musica Sacra. Ne riporto qui di seguito qualche passaggio molto significativo:
 
È […] incomprensibile quanto è accaduto negli ultimi quaranta anni, specie nei paesi latini, relativamente alla messa al bando quasi assoluta del latino e del canto gregoriano. Incomprensibile e deprecabile.

Il latino e il canto gregoriano, intimamente uniti alle fonti bibliche, patristiche e liturgiche, fanno parte di quella “lex orandi” che si è forgiata nell’arco di quasi venti secoli. Perché una tale amputazione a cuor leggero? Sarebbe come tagliare le radici, ora che di radici tanto si parla.

Oscurando tutto ad un tratto la tradizione orante formatasi in due millenni, si sono create le condizioni favorevoli ad una eterogenea ed anarchica proliferazione di nuovi prodotti musicali che, nella maggioranza dei casi, non hanno saputo o potuto radicarsi nella irrinunciabile tradizione della Chiesa, arrecando non solo un generale impoverimento, bensì un danno di ben difficile riparazione, ammesso che si voglia porre ad esso un effettivo rimedio.

[…]
Abbiamo sottovalutato il popolo cristiano nella sua capacità di apprendimento, l’abbiamo quasi costretto a scordare le melodie gregoriane che conosceva, invece di ampliarne e approfondirne la conoscenza, anche con una giusta istruzione sul significato dei testi, e l’abbiamo imbottito di banalità.
[…]
Abbiamo sottovalutato – insisto – le capacità di apprendimento del popolo. È ovvio che non tutto il repertorio è proponibile al popolo; questa è stata un “distorsione” di quella giusta partecipazione che si richiede all’assemblea, come se, in materia di canto liturgico, il popolo dovesse essere l’unico protagonista della scena. Rispettiamo il giusto ordine delle cose: canti il popolo quel che gli spetta, ma si rispetti altresì il ruolo della “schola”, del cantore, del salmista e, naturalmente, del celebrante e dei vari ministri, i quali, invece, spesso preferiscono non cantare.
 
Questa è una materia—lo dico sommessamente perché non mi considero propriamente un esperto—che mi coinvolge non poco, essendo uno che appena può (piuttosto di rado, purtroppo) si reca in pellegrinaggio all’abbazia benedettina di Praglia, sui Colli Euganei, per ascoltare il gregoriano più raffinato e carico di pathos che mi sia mai capitato di apprezzare in Italia. Spero soltanto che questa sia la volta buona.
 

P.S.: Nel prossimo post racconterò un’esperienza recentissima che ha qualche attinenza.

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Categorie:culture autoctone
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