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Silenzio, parla Cisnetto (updated)


Ho cercato invano sul sito del Corriere della Sera l’intervista di Aldo Cazzullo a Giuseppe De Rita che avevo letto stamane nell’edizione cartacea. Niente da fare, non l’ho trovata. Me ne rammarico perché volevo farne un post e dare l’opportunità a chi non l’ha letta in cartacea di apprezzare una volta di più l’intelligenza e l’anticonformismo del "padre" del Censis.
 
In particolare, mi aveva colpito il colorito racconto di tutte le volte in cui l’illustre sociologo aveva risposto picche a primi ministri incaricati e segretari di partito della prima e della seconda Repubblica—compresi Amato, Berlusconi e Prodi—che gli avevano chiesto di accettare un ministero. E più di tutto mi aveva colpito il motivo del diniego: perché (cito a memoria) i partiti sono lontani dalla vita della gente.
 
Comunque, se non l’intervista, in rete ho trovato lo stesso qualcosa di interessante sul tema: la riflessione di Enrico Cisnetto che Il Foglio ha pubblicato oggi. E’, appunto, una risposta a De Rita, per contestare il suo ottimismo e ribadire che, purtroppo, “il declino c’è.” Se non intendete sottoporvi all’odiosa tirannia del formato pdf potete leggere l’artcolo qui, cioè presso il sito personale dello stesso Cisnetto.
 
Noto en passant lo stile di comunicazione prescelto dal succitato per presentare se stesso—come si usa fare in qualsiasi sito personale. Dopo una descrizione sintetica della particolare figura professionale che si è costruito negli anni, Cisnetto passa ai dettagli, con un puntiglioso elenco che offre definizioni singolari, dalle quali si viene resi edotti, tra l’altro, che ci si trova al cospetto di un “opinion leader” (che notoriamente è una “carica” o un’importantissima funzione pubblica che ciascuno si attribuisce da sé e guai a chi osa obiettare); di uno che scrive volumi “di grande successo” (qui, sia pure non esattamente all’insegna di un mai abbastanza apprezzato understatement, abbiamo sicuramente a che fare con un dato oggettivo che nessuno si sognerebbe mai di contestare, e men che meno chi, come il sottoscritto—che non si nutre di siffatta letteratura—non ne aveva mai sentito parlare prima d’ora); di uno che, in pratica, è universalmente “apprezzato” per le sue doti di conferenziere, ecc. (anche in questo caso il dato deve essere oggettivo e misurabile, e nessuno, ovviamente, si può sognare di metterlo in dubbio).

Evidentemente, siamo di fronte ad un fenomeno della natura. Del quale non si può che prendere atto. E di fronte al quale qui ci proclamiamo stupefatti e attoniti. Il povero De Rita, con tutta la buona volontà (sua e nostra) non può che uscire a pezzi da un cimento diretto …

——-

UPDATE 12 dicembre, ore 19:00

Visto che sergiovivi è stato così gentile (grazie!) da aver cercato e trovato nell’archivio del Corriere il testo dell’intervista di Aldo Cazzullo a Giuseppe De Rita, lo copio/incollo qui. Come dicevo è molto interessante. Buona lettura.

Dal Corriere della Sera dell’ 8 dicembre 2005    
       
      Nel dicembre 1955 «un ragazzetto di 23 anni», Giuseppe De Rita – padre del
      Censis e di otto figli, nessuno dei quali fa il suo mestiere -, entrava
      alla Svimez per fondarne la sezione sociologica. Cominciava così il suo
      viaggio di mezzo secolo attraverso l’Italia. Tra le molte parole da lui
      inventate e imposte al lessico pubblico – sommerso, localismo, macchie di
      leopardo – ce ne sono due che lo riguardano e in cui si è riconosciuto:
      «Nel ’76 a un convegno ecclesiale fui chiamato "il monaco delle cose". Ora
      il Riformista mi ha definito "arcitaliano". Mi sta bene. Amo leggere
      l’Italia dal di dentro. E non sono mai stato così lontano dalla politica.
      Senza interlocutori».

      Per misurare le cose della politica lei inventò
      un’altra parola: intenzionalità. Dove l’ha vista in passato? E dove la
      vede adesso?
 
      «Moro, che è considerato il politico culturalmente più disposto a lasciar
      andare le cose, era in realtà il più intenzionale. De Gasperi era più
      propenso ad affidarsi alle energie sociali: se lo Stato non ce la fa, che
      si appoggi ai cittadini. La Svimez era nell’orbita di tre grandi poco
      degasperiani e molto intenzionali: Vanoni, Saraceno, Morandi».
 
      La programmazione.
 
      «Fino all’avvento di Ruffolo al ministero del Bilancio, la programmazione
      eravamo noi e l’ufficio studi dell’Iri. Dossettismo e cassa del
      Mezzogiorno. Con la Svimez lavorava un gruppo di cattolici comunisti:
      Balbo, Scassellati, Napoleoni, Paci, guidati da Sebregondi. Cattocomunista
      oggi è considerato un insulto; non da me, che un poco lo sono ancora».
 
      Però era innanzitutto la Dc a corteggiarla. Quante volte?
 
      «Sono stato amico di tutti: De Mita e Craxi, Misasi e Acquaviva; ieri
      Chiaromonte, ora Fassino. Ma con la politica ho sempre avuto un rapporto
      di alterità. Per tre volte la Dc mi chiese di fare il sindaco di Roma. Nel
      1975 Evangelisti preparò una testa di lista con Andreotti, Bachelet –
      destinato al Csm – e me. Con Bachelet spieghiamo al cardinale Poletti che
      la politica non è il nostro mestiere. Allora il cardinale si alza in piedi
      e dice: "Ve lo devo chiedere per obbedienza". Bachelet accetta. Io
      rispondo in romanesco: "Cardina’, manco pe’ obbedienza"».
 
      Altri cardinali?
 
      «Ruini. Nel 1993, dopo che già De Mita aveva provato invano a convincermi,
      Martinazzoli portò me e Casavola (che doveva candidarsi a Napoli) a cena
      con il cardinale vicario. Raccontai il precedente di Poletti. Martinazzoli
      riportandomi a casa mi disse: se lo sapevo, non ti invitavo neppure».
 
      E al governo?
 
      «Goria mi offrì il Mezzogiorno. Poi nel ’92 Amato mi propose di guidare un
      ministero che accorpasse Bilancio, Mezzogiorno e Partecipazioni Statali.
      Non me la sentii di lasciare il Cnel, di cui allora ero presidente; e poi
      sarei stato un pessimo ministro… Giuliano mi chiese solo di tacere fino
      al giorno dopo, per non indebolirlo. Parlo ora dopo tredici anni».
 
      Nella sua storia c’è anche una cacciata, proprio dalla Svimez. Nel 1963
      Saraceno firma lo storico rapporto. E vi licenzia.
 
      «Il Censis nacque allora. A incoraggiarmi fu Tommaso Morlino,
      l’intellettuale di Moro: "Lascia perdere la programmazione, fai
      fenomenologia". Dalle idee alle cose. Quando, quattro anni dopo, il
      ministero del Bilancio pagò i debiti arretrati con il Censis e andammo a
      festeggiare al ristorante, da George’s, volle venire anche Saraceno:
      avendoci licenziato, si sentiva un po’ fondatore anche lui. La freddezza
      però rimase. Al suo funerale mi dissi che non avrei potuto comunicarmi se
      non l’avessi perdonato. Perdonai. Subito dopo sua moglie Giuseppina, che
      era la sorella di Vanoni, mi disse che suo marito apprezzava i giovani ma
      sapeva anche essere cattivo con loro. "Specialmente con lei", aggiunse
      facendomi una carezza».
 
      Presentando l’ultimo rapporto Censis lei ha ravvisato segni di ottimismo,
      in polemica con l’Economist e con De Benedetti che, ha detto, "vive su un
      rompighiaccio in Antartide". L’ottimismo riguarda anche la politica?
 
      «A parte che De Benedetti mi ha scritto una lettera dura ma apprezzabile,
      in cui mi dice di aver venduto il rompighiaccio e, pur amando l’Antartide,
      di avere saldi i piedi in Italia, non condivido nulla della teoria del
      declino esposta dall’Economist tranne una cosa: l’inadeguatezza dei due
      schieramenti. Neppure il centrismo invocato da Monti mi convince: diffido
      dei centristi mercatisti. Condivido la critica sul programmismo. Ma i
      cinque punti di Giavazzi non mi convincono: tutti sappiamo che gli albi
      non saranno aboliti; né mi pare che la cacciata di Fazio sia parte di un
      programma di governo. I problemi che vedo sono altri. Eppure la politica è
      orientata dal dibattito giornalistico. I giornali scrivono dei Pacs, e i
      politici si convincono della centralità dei Pacs. Dell’Iraq si è dibattuto
      tanto che destra e sinistra dicono ormai la stessa cosa. Intanto la
      frattura con la società si allarga inesorabilmente».
 
      Quali sono i problemi che lei vede?
 
      «Siamo un paese dal grande patrimonio e dal pessimo conto economico, con
      molta ricchezza mobiliare e immobiliare e pochi consumi e investimenti;
      eppure il mio amico Brunetta si inventa la proposta di vendere le case
      Iacp. C’è un’Italia che mondialeggia, che porta le mozzarelle per i
      turisti a Luxor e vende in Cina jeans prodotti in Corea; eppure nei
      convegni del centrosinistra si ripetono tipo mantra parole come
      innovazione, formazione, conoscenza, scuola. Nel frattempo perdono colpi i
      due motori del nostro sviluppo: l’energia sociale, che ha generato
      l’industrializzazione e la concertazione; e la soggettività individuale,
      che ha
partorito il sommerso, il localismo, il "piccolo è bello"».
 
      Lei scoprì sommerso e localismo nel ’68. Oggi però è sotto accusa un
      localismo "cattivo", dalla Val di Susa alla Lega.
 
      «La provincia ha una straordinaria capacità di adattamento e
      trasformazione. E Bossi non è cattivo; ha fatto il cattivo, ed è stata la
      sua fortuna. Venne anche qui nel mio studio a propormi di seguirlo. Ma
      arrivava tardi: il primo ad apprezzare la scoperta del localismo era stato
      Craxi. Erano i tempi in cui Ugo La Malfa si opponeva all’idea di computare
      parte del sommerso nel pil e Modigliani mi salutava dicendo "ecco l’amico
      degli straccivendoli di Prato". Craxi invece mi disse che su localismo e
      sommerso intendeva costruire la sua onda lunga. Era il 1978».
 
      Com’è il suo rapporto con Prodi?
 
      «Antichissimo e difficile. Siamo molto simili; forse troppo. Per vent’anni
      abbiamo fatto vite parallele: eravamo tra i pochi a girare per i
      distretti, talora a incrociarci; magari lui era dagli artigiani di
      Treviso, io dagli industriali di Padova… il giorno in cui annunciò
      l’ingresso in politica mi diede appuntamento in piazza di Spagna. Arrivò
      circondato da giornalisti. Mi chiese: vieni con me. Rifiutai, ci restò
      male, e da quel momento ci fu freddezza. Molto tempo dopo ricevetti un
      biglietto di Parisi: perché fate così? Sono andato a trovare Romano a casa
      sua a Bologna, siamo rimasti mezza giornata insieme. Poi però mi ha
      chiesto di sottoscrivere il suo appello per le primarie. Io avevo appena
      scritto sul Corriere un articolo contro le primarie. Ho dovuto ripetere il
      no».
 
      Ha detto no anche a Berlusconi?
 
      «Nel ’94, quando mi propose di entrare nel suo primo governo. Ma lo fece
      in modo vago, come suo costume. Nel centrodestra sono amico da sempre di
      Gianni Letta e stimo Sandro Bondi. Un uomo molto intelligente, anche se
      troppo dipendente dal capo».
 
      Che idea si è fatto del rapporto tra Berlusconi e gli italiani? Il
      Cavaliere ha aderito all’Italia del riflusso o ha contribuito a
      modellarla? Si è limitato a raccogliere i frutti o ha anche seminato? E’
      conseguenza o causa?
 
      «E’ anche causa. Berlusconi è un genio della strategia asimmetrica, senza
      aver bisogno di leggere Stiglitz. In ogni settore ha fatto cose diverse
      dalle regole del gioco: nell’edilizia ha inventato Milano 2, nel calcio ha
      spiazzato Brera che gli dava del ricco scemo; alla comunicazione ha dato
      una scossa che non si vedeva dal Giorno di Baldacci, alla politica ha dato
      una scossa ancora più forte. Ma al governo non può funzionare. Come
      dicevano i nostri padri cardinali, al governo vale l’et-et, non
      l’aut-aut».
 
      Se il prossimo a chiedere fosse Fassino?
 
      «Non lo farà. Una volta, all’uscita dalla messa, mi ha presentato a sua
      moglie dicendole: ecco De Rita, che ama gli anagrammi e in particolare il
      suo: "È tardi"».  
      (Aldo Cazzullo)

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