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Hitch, per esempio

  
Questo è un post di riparazione, perché ieri non ho fatto in tempo a render conto della lunga intervista che Christopher Hitchens ha rilasciato a Christian Rocca per Il Foglio. Una lacuna che andava colmata, e questo per almeno due buone ragioni. La prima è l’importanza oggettiva dell’evento per quanto riguarda la stampa italiana. La seconda è il particolarissimo “taglio” che Rocca ha voluto dare al suo resoconto—il pezzo, in effetti, è appunto più il resoconto (inclusa un’accurata presentazione del personaggio Hitchens, utilissima per chi non ne conosca la storia e la “caratura”) di un lungo e intenso colloquio che non un’intervista in senso stretto—e per l’attinenza di questa scelta giornalistica e culturale con il dibattito che c’è stato qui e su Tocque-Ville sugli «schieramenti» e sulle «identità» (vedi il mio post di addio alla “Città dei Liberi” e, soprattutto, il dibattito che ne è seguito nei commenti).
 
Qual è dunque il “taglio” dato da Rocca? E’, direi, quello della rottura di molti schemi tradizionali, il che, per la verità, è quanto il personaggio Hitchens quasi automaticamente suggerisce e per molti versi incarna. Ma per far emergere compiutamente quella “rottura” è assolutamente indispensabile che accettiamo di focalizzare e contestualizzare a dovere ciò che Hitch pensa e dice, prestando la dovuta attenzione alle analisi e alle argomentazioni che egli propone. Ed è appunto ciò che Rocca ci mette in condizione di fare, evidentemente ponendo a Hitchens le domande giuste e facendo in modo che il colloquio vada nella direzione del massimo approfondimento cui in un’intervista si possa aspirare. Se poi aggiungiamo un pizzico di “sana faziosità”—se mi si passa il quasi-ossimoro—e di perfidia fogliesca, di cui Rocca è maestro, il gioco è fatto.
 
Ma ora basta menare il can per l’aia. Ecco qualche passaggio dei più eloquenti per giustificare tutti questi preamboli.
 
 
“La battaglia di Hitchens—scrive Rocca—è interna alla sinistra.” Sì, perché
 
Hitchens ha tutto dell’uomo di sinistra: il pedigree, l’aspetto, il linguaggio e le frequentazioni. Il suo “eroe intellettuale” è George Orwell. Gore Vidal lo considerava il suo erede. Susan Sontag era la sua amica del cuore. Oggi i suoi compagni sono i rivoluzionari del Kurdistan e dell’Iraq liberato, uno su tutti Kanan Makiya, ma anche Salman Rushdie, Martin Amis e Ian McEwan, scrittori liberal e di sinistra che, come lui, in modi e per ragioni diverse, hanno affrontato il tema del fondamentalismo islamico.
 
Non solo, Hitchens—sottolinea Rocca—è un intellettuale marxista, “uno che chiama i suoi amici «compagni»,” uno che, per usare le sue parole, pur senza avere alcun vincolo di partito, continua «a pensare come un marxista». Il che non gli impedisce di definirsi un neocon:
 
«Se mi chiedono se sono diventato un neoconservatore, faccio prima a rispondere di sì»
 
Ma, aggiunge subito dopo Hitch, i neocons non sono affatto “conservatori,” e spiega che
 
[l]a definizione nacque come insulto. Li odiavano, o se preferisci ci odiano, perché siamo radicali, perché vediamo una possibilità di pace, di progresso e di giustizia, nel cambiamento di uno status quo ingiusto e instabile. Questo non è conservatorismo. I neoconservatori fecero parte della coalizione che salvò la Bosnia e il Kosovo dal nazionalsocialismo di Slobodan Milosevic, un’ideologia anche in quel caso sostenuta da buona parte della sinistra che oggi non avrebbe cacciato Saddam. I neocon dissero che non si poteva consentire una pulizia etnica nel pieno centro dell’Europa, una posizione pragmatica oltre che di principio. E in quel caso non c’entravano nulla né Israele né il petrolio, come amano dire i loro avversari”.

Vi gira un po’ la testa? Beh, non sempre le cose sono così semplici come ci piacerebbe che fossero. Diciamo che non sempre (anzi, quasi mai) la politica è per le menti troppo “pigre” quando si tratta di cogliere, da una parte, i dati della realtà, e dall’altra di afferrare le sottigliezze dell’argomentare politico, che non si possono “saltare” senza fraintendere sistematicamente le prese di posizione di chi usa il cervello piuttosto che l’accetta.
 
Ma questo non basta ancora: occorre anche sapere quali sono i punti fermi, quelli che escludono capziosità e nominalismi, e in genere tutti quegli atteggiamenti mentali che non riflettono dati di realtà ma soltanto paura della complessità del mondo in cui viviamo, se non puro e semplice opportunismo.
 
Vi è una coerenza che quando occorre sa smascherare e prendere a schiaffi la finta coerenza di chi si adagia sui “nomi” e sulle abitudini, e vi è soprattutto la necessità di distinguere, nel proprio bagaglio intellettuale e “ideologico,” tra ciò che è irrinunciabile e ciò che si può tranquillamente mettere nel dimenticatoio perché, nella mutata realtà storica, politica, culturale, ecc., può farci perdere il contatto con l’unum porro necessarium, cioè con tutto ciò che nutre e sostanzia il nostro stesso «credo» politico. E’ così, tra l’altro, che si trasforma la lotta politica in una battaglia che si combatte con lo sguardo rivolto all’indietro e la mente intenta a cercare “nemici” che non ci sono più e “amici” che nel frattempo sono diventati i peggiori avversari di ciò in cui crediamo e per cui lottiamo.
 
 
Fin qui il Christopher Hitchens marxista e neocon, sconvolgente rivelazione di quanto la realtà da una parte, e un pensiero senza paraocchi e dogmatismi dall’altra, possano indurci a mettere in discussione un bel po’ di certezze e abitudini mentali che parecchi tendono a considerare immutabili, ma si potrebbe andare avanti e cercare nell’intervista il neocon(servative) che stramaledice i teocon(servatives), il sostenitore del “cristianissimo” Bush e il fiero portabandiera del laicismo più oltranzista, il nemico giurato di Madre Teresa, quello che quasi quasi—mi si passi l’iperbole—vede fondamentalisti ovunque vi sia una chiesa, una sinagoga o una moschea nell’esercizio delle loro funzioni… Insomma, rottura di tutti gli schemi, o giù di lì. Si potrebbe cercare (e trovare) un marxista che non potrebbe essere più “jeffersoniano”—attenzione, non un jeffersoniano qualsiasi, “astratto,” bensì l’esaltatore di colui che, anticipando di un paio di secoli i neocons, fu
 
«il primo presidente a mandare truppe americane dall’altra parte dell’Atlantico. I suoi marine piantarono per la prima volta la bandiera a stelle e strisce in territorio straniero e quel territorio straniero era la Libia. Le guerre barbariche contro l’Algeria, la Libia e la Tunisia nacquero per fermare gli Stati schiavisti musulmani che controllavano lo stretto di Gibilterra e che, invocando un diritto sancito nel Corano, gestivano il traffico di oltre un milione e mezzo di schiavi. Jefferson non accettò compromessi ed esportò sulla punta della baionetta il libero commercio nel Mediterraneo. Non cercava un regime change, ma certamente un cambiamento di comportamento, un cambiamento di politica.»

 
Mi fermo qui, data l’ora, ma obtorto collo, perché l’argomento è di quelli che si prestano a mille collegamenti: con cose scritte o commentate qui, con cose scritte da altri, con questioni strettamente collegate, come le diatribe nostrane sul laicismo—ecco un lato davvero odioso di questo personaggio straordinario: più tardi o domani recupero il link alla critica severissima ma fraterna che Norman Geras gli ha mosso su questo punto e lo aggiungo al post …
 
Direi, comunque, che ce n’è già abbastanza per trarre qualche utile lezione su quanto sia difficile, oggi come oggi, continuare a parlare di destra e sinistra, di conservatori e progressisti, di laicisti e fondamentalisti, senza procurarsi un discreto mal di testa e un vago senso di confusione e disorientamento. Eppure, in questo generale rompete le righe dei tradizionali schieramenti e delle più tenaci contrapposizioni, si può distinguere chiaramente—o almeno intravedere—un filo rosso che attraversa la storia e separa ancora e sempre buoni e cattivi, la ragione e il torto, il bene dal male. Se questo era lo scopo dell’intervista di Christian Rocca, beh, direi che l’obiettivo è stato centrato.
 
 
  1. 15 dicembre, 2005 alle 15:59

    Gulp. Che si potesse essere neocon e laicista lo sapevo, è quello che fa di mestiere Capezzone. Ma neocon e marxista? Che roba è? Dovrei prima capire come si fa a dirsi seriamente marxisti oggigiorno. Povero me, che confusione. Per rilassarmi andrò a leggere un testo sincretista teosofico che collega armonicamente il buddismo tantrico e Nostra Signora di Guadalupe, o quell’intervista dove Giulio Giorello dice che il vero cristiano dev’essere relativista.

    Ciao

  2. 15 dicembre, 2005 alle 20:34

    Letture che certamente ti aiuteranno a entrare in partita …

    Comunque la questione di come si possa esere marxisti e neocon è grossa. E’ vero che Hitch ha detto “faccio prima a definirmi neocon”, lasciando intendere che in fondo non è neanche questo …

    Non essendo mai stato particolarmente interessato ad addentrarmi in profondità nelle diverse scuole di pensiero che si rifanno a Marx, non saprei rispondere adeguatamente alla domanda.

    Tuttavia, parlando del più e del meno e senza alcuna pretesa, sarei propenso ad ammettere che coloro che provengono dalla sinistra (e forse non solo loro) non possano non dirsi–almenno in qualche misura–marxisti. Così come chiunque sia fornito di un discreto bagaglio culturrale (filosofico) non può non dirsi freudiano.

    In effetti solo delle persone politicamente molto incolte possono pensare che tutto Marx sia da buttar via. Così come solo delle persone incolte tout court possono ritenere che tutto ciò che hanno scritto Freud o Nietzsche sia da cestinare. Qualcosa di importante (e forse fondamentale)l’hanno sicuramente lasciato.

    Personalmente, pur non essendo mai stato marxista, ma avendo inevitabilmente letto qualche centinaio di pagine del filosofo di Treviri (apprezzando veramente solo “il giovane Marx”), ritengo che con lui occorra fare i conti e che un contributo l’abbia dato (alla comprensione delle dinamiche economico-sociali). Lo stesso penso di Nietzsche e di Freud. Tutti conoscono la definizione che di costoro ha dato Paul Ricoeur: “Maestri del sospetto.” In politica e in economia Marx ha sospettato molto e qualche volta ci ha azzeccato …, quanto alle soluzioni meglio lasciar perdere.

    Ecco, penso che forse Hitchens non è un marxista stricto sensu, ma qualcosa di paragonabile a un intellettuale che “non può non dirsi marxista.”

    Ciao

  3. 16 dicembre, 2005 alle 18:09

    del pezzo di hitch sulle notizie comprate in iraq rocca non ha scritto neppure un rigo.

    http://www.slate.com/id/2131566/?nav/fo/

  4. 20 dicembre, 2005 alle 10:16

    Credo di capire quello che intendi per “non poter non dirsi”. Dopotutto anch’io tempo addietro pensavo di scrivere un post da intitolare parafrasando Croce “non possiamo non dirci illuministi”, in cui mi proponevo di elencare le positive influenze tra cristianesimo e illuminismo.
    Ho smesso di scrivere quel post, nè so se lo riprenderò, perchè mi sono reso conto che il “non poter non dirsi” presenta lo svantaggio di diminuire le differenze – se non a livello teorico, almeno nella percezione del lettore – tra ciò che dico di essere e ciò che dico “non potrei non essere”. L’idealismo di Croce non era cristiano, per quanto dicesse di “non poter non dirsi” cristiano; casomai era postcristiano, cioè aveva fatto i conti col cristianesimo, preso quello che c’era da prendere, e l’aveva superato. Proprio come io ora direi di prendere quello che di buono c’è nell’illuminismo, ma senza confondere noi e loro. Proprio come Hitch può dire “non posso non dirmi marxista” senza essere però veramente marxista. In questo senso, poiché come dici tu i conti con quello che hanno detto Marx Freud Nietzsche etc. li dobbiamo fare per forza, siamo tutti postmarxisti e postfreudiani e postnicciani e che altro.
    Però attenti al giochino di chi, con questo “non possiamo non dirci”, cerca di presentare come ancora attuale il marxismo stricto sensu, quello della finanza totalmente pianificata e dell’economia unica struttura della società e della quinta età del proletariato. Quello è ormai assodato dalla storia che non funziona, o dovrebbe esserlo.

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