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L'altro Tibet


Tenzin TsundueTenzin Tsundue ha trent’anni, è tibetano e ha promesso che non si leverà la bandana rossa che gli fascia la testa fino alla liberazione del Tibet. Ed è in aperto contrasto con Sua Santità il XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso, fautore di un approccio il più moderato e morbido possibile al problema del Tibet e, per questo, icona mondiale del pacifismo ed erede di Gandhi e Martin Luther King. Adesso Tenzin Tsundue ha deciso di passare all’azione, e il New York Times Magazine gli ha dedicato un lungo articolo la settimana scorsa. Oggi Il Foglio parla di lui e della sua strategia in un interessante articolo che fa il punto della situazione sul destino di una terra che dal 1950 è occupata manu militari dalla Cina. Lo riproduco per intero qui sotto. (In rete, in italiano, questa intervista a Tenzin Tsundue)
 
[Il Foglio, 21 dicembre 2005] New York. Il mensile Elle lo ha eletto nel luglio 2002 fra i “50 uomini più eleganti” dell’India, con il Dalai Lama. Particolarmente ammirata la sua bandana rossa. Ma Tenzin Tsundue, 30 anni, non è indiano. E’ tibetano. Ha promesso che non si leverà la bandana fino alla liberazione del Tibet e sta sfidando il suo assai più illustre compatriota proprio nel campo in cui il Dalai Lama è un’icona mondiale: la nonviolenza. “Noi tibetani siamo troppo passivi”, proclama. La Cina occupa il Tibet dal 1950, da 46 anni 140 mila tibetani vivono in esilio in India, avendone i cinesi massacrati più di un milione. Di questo genocidio e dei suoi profughi, che aumentano al ritmo di duemila l’anno, nessuno parla.
 

The Dalai Lama

“La Palestina è sotto gli occhi di tutti, a causa dell’Intifada e degli attacchi suicidi – dice un amico di Tsundue nel Caffè della pace di Dharamsala, la capitale indiana dei tibetani esiliati – Che cosa abbiamo ottenuto noi con le proteste pacifiche in questo mezzo secolo? Niente, soltanto qualche conversione in più al buddismo in occidente. Siamo simpatici a tutto il mondo, ma nessuno fa nulla per noi”. Discorsi pericolosi, che ricordano quelli dei giovani kosovari nei bar di Pristina una decina d’anni fa, quando la resistenza underground contro i serbi si protraeva da anni, con le università parallele e i boicottaggi di Ibrahim Rugova, ma senza risultati. Finora della svolta tibetana s’è accorto soltanto il New York Times Magazine, che ha dedicato a Tsundue un lunghissimo articolo domenica scorsa. “Una lotta più violenta in Tibet?” è l’allarmante titolo in copertina. “No – rispondono gli amici di Tsundue – ma passeremo ad azioni nonviolente più aggressive”. Il Dalai Lama, dotato di gran senso dell’humour, lo prende in giro ogni volta che lo incontra: “Non hai caldo con quella bandana, non sudi sulla fronte?”.

 
Il sacro trittico della nonviolenza politica moderna è formato da Gandhi, Martin Luther King e dal Dalai Lama. Vi sono poi altri capipopolo assolutamente pacifici e venerabili, dai Lech Walesa e Vaclav Havel ormai passati (anche per missione compiuta) alla povera premio Nobel della pace Aung San Suu Kyi, birmana che rimane incarcerata da 15 anni. Un nonviolento di ritorno è Nelson Mandela, anche se non ha mai rinnegato il suo passato guerrigliero. Non c’è dubbio che fra i leader viventi il principale erede di Gandhi è il Dalai Lama. La sua però è una nonviolenza religiosa, che nella pratica coincide col buddismo. Considera troppo estreme perfino le armi utilizzate come scioperi della fame e le sanzioni economiche. Ma è soprattutto la sua svolta politica degli ultimi anni ad avere alienato grosse fasce di giovani tibetani, molti dei quali non hanno mai visto la loro terra. Il Dalai Lama ha infatti smesso di chiedere l’indipendenza per il Tibet: si accontenterebbe di una “vera autonomia”. Spera che prima o poi i contatti e le trattative con la Cina portino qualche frutto.
 
Finora questa disponibilità non è approdata approdata a nulla. Pechino continua a torturare, incarcerare senza processo e condannare a morte chiunque sia sospettato di essere un separatista o un simpatizzante del Dalai Lama. “Oggi non possiamo non domandarci: sarebbe così sbagliato far saltare alcuni ponti della ferrovia cinese per Lhasa, visto che la consideriamo tutti un atto di violenza compiuto per colonizzarci e annientarci?”, si chiede Tsundue. Il treno è visto come il simbolo della pulizia etnica che sta sostituendo i tibetani con immigrati cinesi. La storia del Tibet, d’altra parte, è anche quella di rivolte violente: come quelle dei Khampa, che nel 1950 e nel 1959 si opposero ai soldati cinesi. Ogni volta che un premier cinese visita l’India, Tsundue riesce a mostrare in sua presenza un grosso manifesto indipendentista, o la bandiera del Tibet libero: è l’incubo dei poliziotti indiani. Il Dalai Lama ha appena compiuto 70 anni. “Quando morirà, la nostra lotta s’indurirà”, prevede e minaccia Lhasang Tsering, libraio amico di Tsundue.

 
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Categorie:esteri
  1. avy
    21 dicembre, 2005 alle 16:07

    caro windrose, massimo rispetto per il dalai lama ma non condivido affatto il trittico della nonviolenza suggerito dal foglio: come scrivi è una icona del pacifismo, e proprio per questo non è un erede di martin luther king e di gandhi.

    un nonviolento deve quantomeno rompere le scatole, far sentire la propria voce, ottenere dei risultati. il dalai lama invece è rassegnato, considera la sorte del tibet una questione karmica del suo popolo, e pare preferire l’esilio che lo porta a diffondere il buddismo in tutto il mondo ad una lotta nonviolenta seria e rigorosa, con una strategia precisa, per l’autonomia del proprio paese.

    e temo che una volta morto questo dalai lama, ovvero l’ultimo dalai lama (ricorderai che ha deciso che per la prossima incarnazione ha altri progetti) , molti giovani tibetani possano preferire il martirio all’inerzia.

  2. 21 dicembre, 2005 alle 18:25

    Avy, ti avevo risposto dettagliatamente, ma Splinder ha “mangiato” tutto. Se riesco ti rispondo più tardi–l’argomento è di quelli che mi stanno più a cuore …

  3. avy
    21 dicembre, 2005 alle 18:31

    ehi splinder, lascia stare i commenti del caro windrose, magnate questa:

  4. 21 dicembre, 2005 alle 19:07

    Avy, guarda il secondo canale dei commenti …

  5. 23 dicembre, 2005 alle 11:13

    Scusa l’OT: BUON NATALE!
    🙂

  6. 23 dicembre, 2005 alle 14:40

    Grazie, Faramir, Buon Natale anche a te!

  7. 23 dicembre, 2005 alle 19:10

    Se il Tibet perde le radici buddhiste rimane uno sfortunato e simpatico popolo di montanari e basta. Dunque condannato.Il Dalai Lama difende la specificità e il valore spirituale del Tibet, che è un patrimonio di tutti. E questo patrimonio non si salva facendo saltare ponti, ma NON facendo saltare ponti. Che è la cosa più difficile da fare.

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