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Viroli e il Dio di Machiavelli


Sul Corriere della vigilia di Natale si leggeva la sintetica recensione di
Antonio Carioti al libro che Maurizio Viroli ha appena dato alle stampe: Il Dio di Machiavelli e il problema morale dell’Italia (pp. 313, 27), edito da Laterza. L’argomento è uno di quelli di cui ci siamo occupati più spesso, almeno ultimamente (ad es. qui e qui), vale a dire la «religione civile», cara a Viroli quasi quanto a Giuseppe Mazzini, il suo eroe intellettuale, colui che ha lasciato in eredità pagine tra le più belle su quella attitudine mentale che Benedetto Croce avrebbe in seguito elaborato—nella sua Storia d’Europa nel secolo decimonono—come una vera e propria fede laica chiamata «religione della libertà». La tesi di Viroli era così sintetizzata dal recensore:
 
 
Macché Wojtyla, Ratzinger, don Giussani o san Tommaso: per trovare i fondamenti di una solida «religione civile» bisogna rifarsi a Niccolò Machiavelli. […] La sfida ai cosiddetti «teocon», che vedono nel cattolicesimo tradizionale un prezioso antidoto al nichilismo contemporaneo, è abbastanza esplicita. Viroli ammira anch’egli il nesso tra fede e libertà tipico degli Stati Uniti, ma ne individua le radici nel «cristianesimo repubblicano» degli umanisti fiorentini, da cui Machiavelli trasse ispirazione. L’autore del Principe, secondo Viroli, non era ateo e neppure neopagano (come riteneva invece Isaiah Berlin), ma professava un credo cristiano «reinterpretato», diverso dalla dottrina cattolica: «In realtà volle sostituire una religione che predicava la docilità e rendeva gli uomini deboli, con una religione che insegnasse l’amore della libertà e della virtù».

Nel marzo scorso, su La Stampa, Maurizio Viroli aveva scritto cose (vedi questo post del 16 marzo) che, a ripensarci oggi col senno di poi, facevano presagire un libro del genere (al quale, evidentemente, l’autore stava lavorando intensamente). Stesso afflato “religioso,” stesso bersaglio polemico (i «teoconservatori»). La novità, semmai, è data dalla chiamata in causa in grande stile di Niccolò Machiavelli. Non che la cosa mi sorprenda, avendo anche abbozzato qualche riflessione in tema (con un interessante dibattito al seguito).
 
Sospendendo ovviamente qualsiasi giudizio, in attesa di leggere il saggio (lettura che spero di non procrastinate oltre il limite della decenza …), dico solo che si tratterà di capire quanto la polemica anti-teoconservatrice sia inevitabile o se, all’opposto, la contraddizione sia più apparente che reale, più alimentata da (legittime) ragioni di parte che da una sostanziale incompatibilità culturale e filosofica.
                  

Categorie:culture autoctone
  1. 27 dicembre, 2005 alle 12:43

    Sembra che comunque il prefisso “teo-” sia la comoda scusa per riproporre lo stanco e vetusto schema “conservatori-progressisti” all’interno del dibattito sulle religioni, o almeno, che quelli che ne abusavano prima abbiano trovato un modo per rispolverare la vecchia pelliccia e far figura alla Scala.

  2. 27 dicembre, 2005 alle 21:10

    Non scommetterei nemmeno su Machiavelli, anche se è stato più chiaro e sincero degli altri nominati. Secondo la mia modesta e irrilevante opinione. Un buono strumento il teismo, più efficace delle clave. Commento acido, lo so, ma non mi pento. Ciao, Roberto! harmonia

  3. 27 dicembre, 2005 alle 21:35

    Frinarelli , propendo per la tua viosne, che riflette la mia stanchezza per le contrapposizioni un po’ stantie.

    Harmonia, non c’è niente di male nel fatto che una religione possa essere anche un utile strumento. Naturalmente fermo restando che il cristianesimo è essenzialmente altro.

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